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MAKSIM GOR’KIJ E L’ITALIA

Roma – Biblioteca Vallicelliana

mercoledì 12 dicembre 2018

Agostino Bagnato

 

Biblioteca Vallicelliana: partecipanti in sala

 

QUADRO DI CONTESTO

«A Napoli sono in sciopero i tranvieri: per tutta la lunghezza della riviera di Chiaia si stende una catena di vetture vuote; in piazza della Vittoria si è radunata una folla di conducenti e fattorini allegri e chiassosi, mobili come l’argento vivo: napoletani». Non sono parole di Matilde Serao ma di Maksim Gor’kij.

«Lentamente, con la preghiera sulle labbra, si avvicinò all’arcangelo Michele, patrono di Senerchia (Provincia di Avellino nda); gli s’inginocchiò davanti, gli sfiorò la mano con la sua mano, che portò poi alle labbra; quindi, inosservata, scivolò accanto al seduttore di sua figlia. Lo colpì con l’accetta due volte sul capo, incidendovi una V che significava “Vendetta”». Non è Grazia Deledda ma Maksim Gor’kij.

«Fui strappato via dalla barca, vidi i pendii neri degli scogli frastagliati, aguzzi come coltelli, vidi la testa di mio padre in alto, sopra di me, e poi, più sopra, gli artigli del diavolo. Lo raccolsero circa due ore dopo, col dorso spezzato e il cranico spaccato fino al cervello». Non è Giovanni Verga ma Maksim Gor’kij.

«Nelle calme notti estive il mare è placido come l’anima di un bimbo stanco dei giochi della giornata, e sonnecchia respirando appena, immerso in sogni meravigliosi. Se di notte si nuota nelle sue acque dense e tiepide, sotto le dita brillano scintille turchine, una fiamma azzurra si spande estatica intorno, e l’anima si fonde dolcemente in questo fuoco, carezzevole come la favola di una madre». Non è Edmondo De Amicis ma Maksim Gor’kij.

«L’uomo grandioso e collettivo rapidamente cura le sue ferite preparandosi a una nuova lotta per la vita, mentre la terra sotto i suoi piedi di tanto in tanto ancora trema. Questo magnifico uomo è l’Italia: sa lavorare e sa vivere». Non è Gabriele D’Annunzio, ma Maksim Gor’kij.

Agostino Bagnato svolge il suo intervento di apertura

Ecco alcuni esempi tratti da Skazki ob Italii, letteralmente Racconti sull’Italia, meglio noti come Fiabe italiane, che Gor’kij scrisse in tempi diversi tra il 1911 e il 1913, pubblicati su varie riviste russe e raccolti in volume dopo la Rivoluzione d’ottobre. Gli storici italiani di letteratura russa, a cominciare da Wolf Giusti, al loro apparire parlarono di opere minori, non perfettamente riuscite, giudicate manieristiche ed enfatiche. Bisogna dire che l’autore scrisse i racconti per i lettori russi, per fare conoscere il carattere degli Italiani, i costumi e le abitudini, l’ambiente sociale della terra che tanto amava. Il suo obiettivo era anche legato a testimoniare l’orientamento politico e rivoluzionario dei lavoratori italiani, in quegli anni impegnati su diversi fronti, facendo sentire la vicinanza e la solidarietà dei rivoluzionari russi. In ogni caso, resta un generoso tentativo di rappresentare la realtà del Paese amico, che ha tanto amato e che lo ha ospitato lungamente.

Del soggiorno italiano di molti altri scrittori stranieri non è rimasta traccia nella loro attività letteraria, segno evidente che il rapporto col Paese ospitante era soltanto un mero pretesto, molto spesso legato alle scelte di villeggiatura per regnati, alle tendenze dell’aristocrazia e allo snobismo di molti intellettuali e artisti. Molto poco o quasi nulla era legato alla vera natura dell’Italia.

Nicola Siciliani de Cumis

Ma perché Maksim Gor’kij, nel 1906, al culmine del successo, ha deciso di vivere in Italia? Nel suo caso, le ragioni sono note. Egli era affascinato dall’Italia, dalla sua storia, dalla cultura, dall’arte, dalla popolazione, dal clima favorevole. L’Italia dei Comuni e del Rinascimento, dell’Illuminismo napoletano e della rivoluzione partenopea, delle lotte risorgimentali lo suggestionavano e facevano parte del suo bagaglio formativo e culturale. La figura leggendaria di Giuseppe Garibaldi lo aveva affascinato fin da ragazzo, quando ne sentì parlare sui battelli che navigavano sul Volga; egli lo cita spesso come esempio di coraggio e altruismo. Ma Gor’kij era affascinato soprattutto dal contesto politico e sociale dell’inizio del Novecento. Era l’Italia delle società operaie, di quelle di mutuo soccorso, delle leghe contadine e delle casse rurali, dell’occupazione delle terre demaniali e di uso civico, degli scioperi dei braccianti, delle prime rivendicazioni operaie. I Fasci siciliani erano un esempio di rivolta sociale, come le giornate di Milano del 1898. Egli sentiva vicina l’Italia al suo sentimento, pensava alla Russia e alle regioni del Volga e del Caucaso dopo l’abolizione della servitù della gleba, da una parte e alla condizione degli operai nella crescente industria russa e del capitalismo nelle città in rapida espansione, dall’altra.

Del resto, fin dall’Ottocento, in Italia erano vissuti esuli e dissidenti russi, artisti e intellettuali. I nomi di Zinaida Volkonskaja, Nikolaj Gogol’, Orest Kiprenskij, Aleksandr Ivanov, Karl Brjullov, Michail Glinka, Konstantin Ton parlano per tutti. Gor’kij lo sapeva. Quello che non sapeva è che sarebbe finito a Capri, l’isola dell’imperatore Tiberio nel suo ritiro dorato, residenza di lusso per tanta nobiltà internazionale a partire dal Settecento. Come avrebbe potuto continuare a raccontare la Russia stando così lontano? Vladimir Il’ič Lenin, al quale aveva confidato a Pietroburgo nel 1903 di volere scrivere la saga di una famiglia russa dall’abolizione della servitù della gleba in avanti, gli aveva suggerito di raggruppare i temi dei suoi racconti in un romanzo che parlasse della condizione operaia in Russia e di dedicarsi all’attualità rivoluzionaria rappresentando la lotta contro lo zarismo e lo sfruttamento capitalista. Sarebbe così nata Mat’ (La madre), mentre la saga sulla dinastia industriale sarebbe stata scritta successivamente e sarebbe diventato il romanzo Delo Artomonovych (L’affare degli Artomonov), mentre negli anni Venti avrebbe visto la luce Žizn’ Klima Samgina (La vita di Klim Sangin), affresco sulla crisi della borghesia alla vigilia della rivoluzione del 1905. Romanzo grandioso, che per molti aspetti ha la struttura e la solidità di Vojna i Mir (Guerra e Pace) di Lev Tolstoj, rimasto incompiuto. Avrebbe dovuto raccontare le vicende del protagonista e degli altri numerosi personaggi, uomini e donne, fino alla Rivoluzione d’ottobre, inevitabile sbocco della crisi della borghesia industriale, mercantile e impiegatizia, oltre che epilogo delle lotte contro lo zarismo e l’arretratezza strutturale della Russia. La morte dello scrittore nel 1936 ha impedito la conclusione di questa grandiosa opera narrativa, composta in gran parte in Italia, precisamente a Sorrento.

Aldo Demartis

CAPRI

Il primo soggiorno italiano di Maksim Gor’kij è stata l’isola di Capri, dove è rimasto pressoché ininterrottamente dalla fine del 1906 a tutto il 1913. Come e perché era andato a finire proprio a Capri? Avrebbe potuto scegliere la riviera ligure, Taormina, oppure la Provenza, la Costa Azzurra o le Isole Baleari, addirittura Madera, come facevano tanti europei e americani in quegli anni. Ha preferito Capri perché a Napoli era stato accolto trionfalmente da Arturo Labriola e dal gruppo dei socialisti meridionali, oltre che dagli studenti russi della locale Università che avevano creato una Biblioteca russa. Questa atmosfera calda e accogliente faceva da completamento alle ragioni strettamente culturali, di cui si è detto prima.

Dopo il fallimento della rivoluzione del 1905, egli è stato arrestato e poi costretto all’esilio. I socialisti napoletani erano stati tra i più attivi nella protesta e nelle manifestazioni di solidarietà. Avevano manifestato anche contro la progettata visita dello zar Nicola II in Italia, annullata per paura di attentati. Dopo un lungo soggiorno negli Stati Uniti, accolto trionfalmente da scrittori, poeti e lavoratori, in seguito alla campagna ostile per la presenza dell’attrice Anna Fëdorovna Andreeva, sua compagna nella vita, fece ritorno in Europa e giunse a Napoli nel mese di ottobre, in compagnia della donna, anche qui accolto festosamente dagli studenti russi della locale Università, dai circoli socialisti e dalla popolazione. Il divieto di rappresentare alcune sue opere teatrali ne avevano accresciuto la fama. Il sindacalista Arturo Labriola si fece promotore della solidarietà politica e umana. Così lo scrittore, dopo qualche giorno di permanenza in albergo, decise di recarsi a Capri. Prese alloggio nel lussuoso hotel Quisisana, ma non era la sede ideale per lavorare, schivo com’era della mondanità e dei fasti borghesi. Prese in affitto villa Blaseus, stringendo una solida amicizia con il proprietario Edoardo Settanni. Si pose alacremente al lavoro e in poco tempo ultimò il grande romanzo Mat’ (La madre), mantenendo stretti rapporti con i giornali e le riviste russe dove continuò a inviare i suoi scritti.

Armida Corridori

Sul soggiorno caprese sono state scritte molte opere da parte di ricercatori russi e italiani, e lasciate numerose testimonianze a cominciare da coloro che gli hanno fatto visita in quegli anni. Gor’kij apre le porte della sua residenza caprese, prima a Villa Blaseus, poi a Villa Behring e infine a Villa Pierina, agli esuli russi e ai numerosi amici italiani. Si reca spesso a Napoli per assistere alle rappresentazioni teatrali, è affascinato da Edoardo Scarpetta che giudica attore geniale; in questo senso resta anche una testimonianza di Eduardo De Filippo, allora adolescente. Ma è soprattutto con Arturo Labriola che intrattiene rapporti stretti, con gli intellettuali e uomini di cultura socialisti, con molti esponenti dell’ala liberale mazziniana e democratica. Si reca spesso nelle più importanti città italiane, incontra Giovanni Cena, Sibilla Aleramo, Antonio Fogazzaro, Achille Torelli, Roberto Bracco, per citare i più importanti e noti.

Dalla Russia giungono i primi ospiti della scuola politica che lo scrittore, unitamente ad altri rivoluzionari russi, decidono di aprire proprio sull’isola, quasi in concorrenza se non opposizione a quella che a Parigi aveva aperto Vladimir Lenin. Tra gli altri ci sono Aleksandr Bogdanov e Vladimir Bazarov, giovani rivoluzionari che si distinguono nelle file del Partito operaio socialdemocratico russo per le loro posizioni radicali, in contrasto con quelle di Lenin e dello stesso Plechanov. E’ l’inizio di uno scontro senza quartiere che lo stesso Gor’kij non riuscirà a conciliare e che avrà conseguenze durature nella vita politica russa e su quella dello stesso scrittore, a causa dei rapporti di fraterna amicizia con Lenin.

I rapporti dello scrittore con gli abitanti di Capri erano della massima cordialità. A lungo sono durati i racconti sulle sue abitudini, i vestiti che ordinava dal sarto e le scarpe che si faceva fabbricare su misura, la frequentazione del barbiere e l’insegnamento dell’italiano da parte di un professore locale. Chissà quale accento gli avrà trasmesso!... La pianista Michela Chiara Borghese, di origini capresi, ne ha tracciato un profilo molto brillante nel volume A prua verso il divenire, dedicato a Gor’kij e Makarenko, pubblicato nel 2014.

Paola Cioni, Istituto Italiano di Cultura di San Pietroburgo

Esistono inoltre numerose testimonianze sulla frequentazione che Gor’kij aveva con i pescatori e quando Vladimir Il’ič giunse a Capri la prima volta lo condusse a pesca sulla barca di Giovanni Spadaro che lo soprannominerà «Signor Drin Drin!»

A Capri non cessò mai di scrivere e nei sette anni vissuti sull’isola videro la luce numerosi capolavori che, pubblicati dalla casa editrice Znanie di Pietroburgo e dall’editore Ladyšnikov di Berlino gli procuravano entrate sicure. Era generoso e aiutò chiunque avesse bisogno. Qualcuno ne approfittò anche, come sempre accade. Lasciava Capri per recarsi a visitare musei e gallerie, per incontrare amici e per prendere parte ad appuntamenti politici, così come si recò all’estero in numerose occasioni.

Quando rientrò in Russia, alla fine del 1913, in conseguenza dell’amnistia concessa dallo zar Nicola II per celebrare i 300 anni della dinastia Romanov, riprese i contatti con l’ambiente letterario e rivoluzionario. Lo scoppio della guerra nel 1914 lo costrinse a rallentare l’attività, ma prese parte alle iniziative che portarono alla rivoluzione di febbraio 1917, all’abdicazione dello zar e al crollo dell’impero, anche se non sostenne direttamente le attività dei bolscevichi legate alla conquista del potere da parte di Lenin con l’assalto a Palazzo d’inverno e il successivo scioglimento della Duma, scelta che aprì, di fatto, la strada alla dittatura del proletariato. Infatti, Gor’kij non sostenne apertamente l’improvvisa accelerazione nella conquista del potere, con articoli sulla rivista Novaja Zizn’ (Nuova Vita) che suscitarono la disapprovazione dei bolscevichi e dello stesso Lenin.

Raffaele Aufiero

Visse gli anni della guerra civile e dell’economia di guerra un po’ isolato, anche per le precarie condizioni di salute. Continuò a scrivere incessantemente e proprio in quegli anni videro la luce alcune opere importanti, come Moi universitety (Le mie università).

Con Lenin i rapporti sono rimasti positivi, anche se non sono mancate divergenze espresse pubblicamente. Poiché la tubercolosi continuava a tormentarlo, a minarne le forze e a minacciarne l’esistenza, nel 1921 lo stesso Lenin gli consigliò di tornare a curarsi all’estero. Dietro questa attenzione da parte dell’amico rivoluzionario divenuto l’uomo più importante della Russia c’era la preoccupazione che il clima politico molto teso e le inevitabili lotte al Partito bolscevico avrebbero potuto avere qualche riflesso sullo stesso scrittore, non direttamente impegnato nella titanica fatica di costruire le fondamenta della società comunista, come facevano Anatolij Lunačarckij, Vladimir Majakovskij, Sergej Esenin, Aleksandr Blok e tantissimi poeti, scrittori, musicisti, pittori, attori, registi.

Maksim Gor’kij accettò il consiglio.

Dove recarsi? Capri era lontana, lontanissima, anche se poteva essere ancora la meta. La situazione politica in Italia non era più la stessa. Un certo Benito Mussolini aveva creato squadre armate, formate dai peggiori reazionari frammisti a plebaglia ignorante e violenta. Inizialmente era preferibile restare più vicino alla Russia, prima di approdare in Italia. Così Gor’kij girovagò per diverse città europee, continuando a lavorare e pubblicando le sue opere, ma senza trovare l’ambiente giusto e soprattutto il clima adatto alla sua salute.

Renato Capitani mentre legge  “Il canto della procellaria”

SORRENTO

Poi la svolta. Inevitabile.

Nel 1924 giunge a Napoli, chiede di tornare a Capri, ma la polizia gli nega il visto. E’ costretto a cercare una residenza sulla terraferma e si dirige verso Sorrento, trovando ospitalità nell’antica residenza dei duchi Maresca di Serracapriola, detta “Il Sorito”. Lo accompagna la segretaria Marija Zakrevskaja, meglio conosciuta come baronessa Mjura Budberg, dal nome dell’ex marito, un diplomatico baltico. L’ambiente è accogliente, il clima ottimo. Le figlie del duca conoscono qualche parola di russo e per lo scrittore è come trovarsi un po’ a Nižnij Novgorod. La famiglia lo raggiunge, il figlio Maksim con la moglie, le nipotine Marfa e Darija. Inizia la composizione del grande affresco sulla borghesia russa lungamente sognato. Nasce proprio in quegli anni Žizn’ Klima Samgina (La vita di Klim Samgin).

“Il Sorito” diventa il centro della vita culturale dell’emigrazione russa e di intellettuali, artisti e personalità di ogni sorta che visitano l’Italia. La polizia tiene d’occhio con discrezione l’abitazione sorrentina e l’ambasciata sovietica è attenta a sostenere e proteggere lo scrittore.

Ma in Unione Sovietica infuria la lotta per il potere all’interno del Partito Comunista, scatenata da Stalin per il controllo assoluto della vita politica e culturale. Dov’è Gor’kij? Cosa fa? Che pensa della richiesta di sciogliere tutte le organizzazioni letterarie e le associazioni artistiche per dare vita ad un unico organismo, sotto la direzione e il controllo del Partito Comunista e quindi da parte del governo? Vladimir Majakovskij si fa interprete di questa politica e sferra un duro attacco sull’assenza dello scrittore, sotto forma di appello per il suo rientro.

«Assai mi rincresce, compagno Gor’kij

che non vi si veda

nel cantiere dei nostri giorni.

Pensate

che da Capri

da una collina

si veda di più? //

Aleksej Masimyč

da dietro i vetri

vedete ancora

il planante falco?

Oppure con voi ora stringono amicizia

i biacchi striscianti nel giardino?»

Appreso del suicidio del poeta il 14 aprile 1930, lo scrittore ha battuto i pugni sul tavolo ed è scoppiato a piangere. Non c’era rancore nel vecchio uomo del Volga.

Gor’kij a Sorrento, dipinto di Sergej Dronov

All’inizio del 1928 Gork’kij è nel cantiere della Russia sovietica: visita fabbriche, scuole, canali navigabili, centrali elettriche, dighe, ospedali, prigioni, kolchozy e sovchozy, tiene conferenze, partecipa alla vita culturale. Scrive ampi resoconti di queste visite che pubblica sulle riviste sovietiche e che sono state utilizzate come propaganda dal regime, anche se in genere si tratta di ottima narrativa, pur se di circostanza. Molti resoconti saranno raccolti nel volume Attraverso la Russia. Nell’aprile del 1928 visitò il gulag ricavato dall’antico monastero Valaam sulle isole Solovki; tra i detenuti ci sono numerosi intellettuali, tra cui il giovanissimo Dmitrij Sergeevič Lichačëv. Si tratta di un episodio su cui ancora si discute, a causa delle controverse testimonianze di Aleksandr Solženicyn e di Nina Berberova. Nel mese di luglio si reca a Charkov per visitare la colonia che Anton Makarenko, anni prima a Poltava aveva chiamato Gor’kij in suo onore e si trattiene tre giorni con i besprizornye che gli avevano lungamente scritto. E’ rimasta famosa la lettera inviata la prima volta: «a Maksim Go’kij. Italia». La busta era giunta a destinazione, a riprova della popolarità dello scrittore in Italia e dell’efficienza dell’Ovra, la polizia fascista.

La vita in Russia è difficile. Stalin ha scatenato una nuova ondata di persecuzioni. Lo scrittore decide di lasciare nuovamente la terra natale. Torna a Sorrento nel 1931. Prosegue la stesura della terza parte di Klim Samgin, consapevole della complessità dell’opera che ha raggiunto dimensioni degne di Guerra e Pace. Quali siano state le ragioni del terzo soggiorno italiano non è ancora del tutto chiarito. Oltre alle ragioni di salute, ci sono sicuramente state motivazioni politiche, legale alla scelta dello scrittore di liberarsi dall’abbraccio soffocante del regime. Stalin temeva un eventuale intervento contro la sua politica. Del resto, dopo il suicidio di Majakosvkij, egli era la più alta autorità culturale in Russia, al pari di Thomas Mann per la Germania, André Gide per la Francia, Bertrand Russell per l’Inghilterra, Miquel de Unamuno per la Spagna, Fernando Pessoa per il Portogallo, John Dewey per gli Stati Uniti e Benedetto Croce per l’Italia. Una parola contro Stalin avrebbe avuto un’eco immediata in tutto il mondo e non facilmente si sarebbe potuta spegnere quella voce senza che il dittatore ne uscisse indenne, nonostante l’immenso potere.  

Si può parlare di una sorta di mal d’Italia per Gor’kij. Avrebbe potuto raggiungere la costa Azzurra dove soggiornavano centinaia di esuli russi, la Svizzera dei laghi salubri, ma ha preferito Sorrento perché la località era poco frequentata. Del resto, egli conduceva vita appartata, dedito al lavoro. Un rapporto di polizia dell’epoca traccia con precisione le abitudini della famiglia. Il figlio Maksim conduceva una vita piuttosto vivace, con frequenti viaggi in automobile in molte città italiane e all’estero, controllato dalla polizia. Si recava sovente anche a Capri, che lo scrittore non poteva più visitare, a causa del divieto delle autorità italiane.

I dipinti di Salvatore Miglietta e di Sergej Dronov dedicati a Gor’kij

RIENTRO DEFINITIVO IN RUSSIA

Ma i tempi erano maturi per il definitivo rientro in patria. Stalin aveva scatenato il terrore, la prima terribile purga. Aveva bisogno del sostegno di un uomo come Gor’kij il cui prestigio era enorme, in Russia e all’estero. Ma lo scrittore non si è lasciato irretire e travolgere dalla furia staliniana. Il figlio Maksim era nel frattempo morto in circostanze dubbie, a causa di bagordi consumati con Jagoda, capo della polizia segreta. Si parlò di assassinio politico per costringere Gor’kij a schierarsi apertamente dalla parte di Stalin. Il congresso di costituzione dell’Unione degli scrittori e degli artisti tenutosi a Mosca nell’agosto del 1934, fu preparato da Gor’kij che ne assunse la presidenza. Era la sede dell’elaborazione del realismo socialista, teoria ufficiale della cultura sovietica. Ma la narrativa gor’kiana non appartiene e non risponde agli stilemi del piatto e grezzo realismo, attinente più che altro a mediocri narratori. Partito dal post romanticismo e dal realismo che richiama Saltykov-Ščedrin, Leskov, Korolenko, la sua prosa si distingue per la potenza del linguaggio e la scelta di ambienti e figure che rispondono alla Russia del tempo. L’invenzione narrativa è a sostegno della ricerca della verità, funzionale alla denuncia sociale e politica, nonché alla necessità di sostanziali cambiamenti che soltanto vasti movimenti di popolo avrebbero potuto realizzare, superando lo spontaneismo dei Narodniki e l’elitarismo delle prime organizzazioni socialiste. La novità è stata subito colta da Lev Tolstoj e da Anton Čechov, oltre che dalle nuove generazioni letterarie russe. Inoltre, è sufficiente comparare le pagine della giovinezza con quelle della maturità per rendersi conto della complessa evoluzione del linguaggio, della tessitura narrativa e dell’architettura scenica dentro le quali si muovono personaggi indimenticabili. Molte opere della maturità sono state concepite proprio in Italia, contraddicendo alcuni critici che sostenevano l’esaurirsi della capacità creativa dello scrittore lontano dalla terra natale.

In Italia, il successo di Gor’kij è stato immediato. Il romanzo Mat’ (La madre) si trovava in quasi tutte le famiglie di socialisti, repubblicani e comunisti, insieme a numerosi racconti. Alcune sue opere sono state tradotte anche da Eva Kuhn, moglie di Giovanni Amendola e madre di Giorgio, il futuro dirigente della Resistenza e del Partito Comunista Italiano. Il teatro ha ottenuto enorme successo, con recite in molte città dei principali drammi. Piccoli Borghesi è stato messo in scena insieme a Bassifondi fino a pochi decenni fa. Eleonora Duse ha recitato nel ruolo di Vasilissa ottenendo un enorme successo personale anche in Francia. Gli Editori Riuniti hanno pubblicato negli anni Sessanta l’intera opera in venti volumi, curata da Ignazio Ambrogio, con la partecipazione dei migliori traduttori come Agostino Villa, Bruno Carnevali, Clara Coisson, Rossana Platone. Poi c’è stato un lungo periodo di silenzio. Qualche traduzione sporadica, non sempre filologicamente apprezzabile. Soltanto negli ultimi tempi si è aperta una nuova stagione di attenzione e di studio, rompendo la cortina di ostilità e di accuse di stalinismo e di letteratura d’occasione. Come si fa ad oscurare un narratore del livello di Maksim Gor’kij a causa di pregiudizi e di opportunismi di natura ideologica!...

La studiosa Paola Cioni, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di San Pietroburgo, ha recentemente parlato della necessità di una rivisitazione del giudizio proprio su questo punto, attribuendo a Gor’kij qualità di modernismo che gli sono state negate ingiustamente dalla critica. A suo tempo György Lukácz aveva parlato del realismo di Gor’kij ascrivendolo a quel «kluge Hertz» che aveva fatto intendere Lev Tolstoj in occasione di un incontro con lo scrittore in Crimea alla fine dell’Ottocento.

Lo scrittore era tuttavia sempre più ammalato e finiva per spegnersi nell’aprile del 1936. I funerali si trasformarono in una grande manifestazione politica. Le ceneri erano destinate al cimitero Novodeviči, ma furono tumulate sulle mura del Cremlino, accanto al mausoleo di Lenin, dove ancora si trovano. La memoria di Maksim Gor’kij è stata alimentata dalle nipoti Marfa e Darija, fino alla creazione del Museo a Mosca che ne custodisce l’archivio e i cimeli.

Renato Capitani e il suo gruppo teatrale

L’EREDITA’

Gli oggetti lasciati agli amici capresi sono raccolti nel museo civico dell’isola. Lo scrittore voleva che l’antica Certosa diventasse sede di un museo dedicato alla storia dell’isola, ma non ha fatto in tempo a vederlo sorgere.

A Capri la permanenza dello scrittore non è stata dimenticata. Cerimonie, conferenze, premi letterari a suo nome sono ricorrenti. Sono stati condotti studi e ricerche da parte degli slavisti, pubblicati libri di memorie di chi lo ha conosciuto personalmente o da discendenti che hanno raccolto la testimonianza dei familiari. Da ultimo il film L’altra rivoluzione dedicato alla presenza di Gor’kij a Capri e ai rapporti con Vladimir Lenin.

E proprio Lenin la figura storica che resta indissolubilmente legata al nome di Gor’kij a Capri. Nel 1970, in occasione della nascita del capo dei bolscevichi, il grande scultore Giacomo Manzù gli ha dedicato un monumento, collocato nei giardini di Tiberio.

La città di Sorrento ha recentemente svolto, in collaborazione con alcune istituzioni russe, importanti iniziative. Un monumento è stato dedicato allo scrittore, opera dello scultore Aleksandr Rukavišnikov. Pochi sanno che a Sorrento nel 1831 è morto il pittore Sil’vestr Fëdosevič Ščedrin, autore di bellissime marine e protagonista della scuola di Posillipo con Anton van Pitloo.

Che dire del cinema! La madre, realizzato da Vsevolod Pudovkin nel 1926, è considerato patrimonio del cinema mondiale. Nel 1968 il musicista Tichon Krennikov ha aggiunto la colonna sonora, alquanto enfatica a dire il vero, nonostante il richiamo allo stile di Prokof’ev e Šostakovič. Il regista Mark Donskoj alla fine degli anni Trenta, ha girato la trilogia ispirata alla biografia dello scrittore, fornendo un affresco efficace della Russia di fine Ottocento. Anche Akira Kurosawa ha voluto cimentarsi con il teatro di Gor’kij, accanto all’impegno di portare sullo schermo alcune tragedie di William Shakespeare. Prima ancora era stato Bertolt Brecht a mettere in scena La madre.

Per finire, cosa resta di Maksim Gor’kij? Si tratta di un vero titano della narrativa mondiale. Oltre 15.000 pagine di racconti, novelle, romanzi, articoli, testi teatrali, poesia, tra le quali attingere autentiche perle della letteratura russa a cavallo tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Il tempo continuerà la sua implacabile opera di selezione e di giudizio critico, ma le iniziative di studio di questi ultimi anni porteranno nuova verità.

L’incontro di oggi, articolato su differenti discipline per dare conto della complessità e della pienezza della personalità dello scrittore, sicuramente porterà un utile importante contributo in questa direzione.

Ringrazio la Biblioteca Vallicelliana e la sua direttrice Paola Paesano, i relatori impegnati nelle differenti discipline, gli attori diretti da Renato Capitani per l’impegno profuso nel trasmettere il senso della parola e della scena nella narrativa di Gor’kij. Si tratta un accenno brevissimo, estratto dall’immenso Volga che scorre sotto la sua penna, «mat’-reka – široka i gluboka» come recita il canto popolare «Ej! Uchniem! / Ešče razik, ešče raz…», universalmente noto come Canto dei battellieri del Volga, ma probabilmente sufficiente a farci godere la gioia della grande letteratura.

Infine, ringrazio il Consiglio Regionale del Lazio, la Città di Capri e il Comune di Sorrento per avere patrocinato questo incontro. Vuol dire che Maksim Gor’kij, «umnee serdce», cuore intelligente, come lo aveva definito Lev Tolstoj, non è stato dimenticato là dove è passato e ha lasciato traccia della sua grande personalità.

Grazie.

 

 

INCONTRO CULTURALE - ROMA - BIBLIOTECA VALLICELLIANA,

Piazza della Chiesa Nuova 18 Mercoledì 12 dicembre 2018, ore 15,30 – 19,30

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