In una suggestiva mostra romana di Mauro De Luca riemerge il motivo del messaggero celeste in una realtà che sembrava averlo rimosso

 

di Marco Testi

 

Davanti all’angelo è il titolo della mostra romana di Mauro De Luca che si è chiusa in questi giorni, e che ha riproposto una dimensione che ha sempre affascinato l’umanità, suscitando nel contempo interrogativi inquieti sul perché di questo apparente anacronismo. Apparente, perché intanto, a voler parlare solo di Novecento, e sfuggire così alla pur persistente fascinazione della Dickinson, Rilke, Wenders, Cacciari e molti altri hanno richiamato l’entità dell’annunciatore, anche se ben strana concezione della razionalità fatto di lacerti materialistici e relitti sensisti che si sono trasformati in negazione di tutto ciò che va oltre ha nel contempo tentato la rimozione di tutto quello che si cela dietro l’epifania nella contemporanea del messaggero celeste. Gli angeli sono non solo parte dell’immaginario arcaico, ma di quello contemporaneo, come la personale di De Luca dimostra. Si badi bene, non presenze appiccicate a forza al nostro tempo, ma un continuum che dalle Scritture, attraverso Dante si avvia all’oggi attraverso la ormai classica mediazione visiva wendersiana.

L’angelo è qui la voce fuoricampo, è lo sguardo di chi assiste silenziosamente –per i più-  dal di fuori, è l’osservatore onnisciente, ma è anche una parte di noi che viene da lontano. Sì, la si è chiamata in molti modi: inconscio, fantasia o fissazione religiosa, desiderio di purezza, persistenza mitica, ma queste modalità sono parti di un discorso, non il discorso. Metterle assieme non significherebbe ricostruire quel tutto. L’angelo che guarda dall’aereo e quello che reca il falcone scrutando con il binocolo l’orizzonte, l’angelo solitario dalla catena spezzata sopra i tetti delle case umane, sono il segno di una presenza che è in noi e nello stesso tempo fuori di noi, legame con un quotidiano sfuggente e insieme con un oltre dagli aspetti sovente quotidiani.

Certo, l’angelo è comparso spesso nella pittura, ma, se vogliamo rimanere nella modernità,  in Delacroix era a sostegno di episodi biblici e in Corot serviva a tentare le estreme soglie di un realismo che cercava i suoi limiti per negarli, probabilmente. Come nel Martin che illustra il Lost paradise di Milton, l’angelo è soprattutto una dimensione di luce che rientra nel corredo simbolico dei colori e dei cromatismi che viene da molto e troppo lontano.

Questo è l’elemento portante del discorso di De Luca: la contaminazione tra alto e basso, sublime e quotidiano, tra quello che chiamiamo realtà e il sogno, e la consapevolezza che ciò che è legato alla fantasia e all’onirico ha un impatto fisico, pregnante e operativo con la nostra esistenza.

In questo senso l’immaginario dell’angelo rientra nel nostro tempo che sembra averne perduto il ricordo operante, non tanto e non solo per la dimensione legata ai consumi anche negli anni di apice della crisi economica recente; si parla della persistenza, nella nostra percezione, amplificata dalla presenza dell’immagine che talvolta diventa ostensione in sé e per sé, degli elementi drammatici fatti di violenza quotidiana: quella sulle donne e quella delle carneficine in nome di dio e che mascherano cause che vengono da molto lontano e non sprigionate esclusivamente da elementi religiosi. Questa combinazione del tutto nuova, ma assorbita gradualmente e perciò diventata parte del sistema e del pensiero, di immagine e di morte, collettiva e non solo individuale (si veda l’impatto che nel Novecento ebbero sull’arte e sulla cultura gli scenari apocalittici delle due guerre mondiali), di tecnica divenuta immagine (i cellulari nelle mani dell’angelo della mostra) e di metafisica è sintetizzata in questa personale tematica di De Luca.

Le immagini dicono la realtà -e in questo dire si cela l’impatto multimediale dell’esposizione-, vi affondano e ne scrutano le possibilità conoscitive, non solo in direzione razionale.

L’angelo di De Luca è una presenza certamente legata ai limiti della figuralità, ma di una carica simbolica che va oltre la singola disciplina espressiva. Il volo, la prigionia nella propria realtà, la solitudine, la paura, la morte sono umane, d’accordo, ma sottintendono la ricerca di altro. Di un second-self che però non è banalmente il proprio doppio, ma una compagnia silente come nelle parole di Strindberg: “Non so se sento la presenza di un altro o di me stesso. Ma è certo che nella solitudine non si è mai soli”.

 

 

La mostra si tiene presso STUDIO MINIMALARCH, Via Simone de Saint Bon, Roma

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