di Agostino Bagnato

La suggestione e l’illusione che Nunzio Bibbò sia ancora tra noi, nonostante il tempo che passa, col sorriso, lo sguardo fermo e luminoso, la figura solida, mi spingono a parlare con lui e a pensare che lo sentiamo vicino, parte di questa «… questa/bella d’erbe famiglia e di animali», come sostiene Ugo Foscolo, ovvero della natura che ci circonda e della vita che da essa prende corpo. A cominciare dalla moglie Caterina che ogni giorno deve scalare una montagna per superare la sua assenza, secondo le sue commosse parole; dai figli che perdono certezze. E con loro i colleghi, gli amici, quanti lo hanno conosciuto, stimato, gli hanno voluto bene.

Le mie parole spero si possano spandere sincere sulla carta per ricordare questo grande artista della contemporaneità in cui occupa uno spazio preciso con le sue sculture, i dipinti, la grafica, posto conquistato in oltre quaranta anni di creatività artistica.

Il prestigio di Nunzio Bibbò, la personalità, l’arte, le qualità umane, la sua laboriosa esistenza hanno operato il miracolo di fare trovare tante persone diverse, non soltanto appartenenti al mondo dell’arte e della cultura, ma gente comune, amici di famiglia, conoscenti attorno alle cerimonie di commiato a Castelvetere sul Fortore e di commemorazione nella chiesa di S. Maria degli Artisti a Roma. Egli lo ha fatto e noi non avremmo voluto che accadesse così presto, repentinamente!

Non so se abbiamo meritato l’onore di trovarci nel nome di Nunzio Bibbò, accomunati nel suo ricordo, nella commozione e nel rimpianto, ma la sua generosità, il senso dell’amicizia, il rispetto e l’amore per gli altri ci hanno regalato questo momento di autentica elegia.

Io ho conosciuto Nunzio circa venti anni fa. Sono entrato nel suo studio romano al Casilino e mi ha impressionato la leggerezza delle sue sculture, delle figure dipinte sulla tela e sulla carta, delle forme espresse attraverso la grafica, l’incisione, l’acquaforte. Le sculture in pietra, nemfro, terracotta, bronzo, fino ai catrami dalle interiori nervature in ferro: materiali pesanti che sotto il lavorio delle sue mani si trasmutavano in leggerezza, quasi un respiro sospeso, un afflato dell’universo, siano paesaggi arcaici e ancestrali, guerrieri del fiero Sannio che rimanda alle Forche Caudine, o figure femminili che trovano nell’archè la natura e il senso di sé. Emblematica è la figura del guerriero arcaico, vagamente riferito a quello di Capistrano, il più antico reperto italico. Ho imparato successivamente che la figura del guerriero sintetizza la personalità interiore di Nunzio e ne identifica la solitudine, la sua profonda solitudine di fronte al creato e al suo mistero.

Lo stesso accade con le opere pittoriche, dove la storia si legge sui muri delle case, sulle pareti rocciose di villaggi rupestri, sulle carni di donne del Sud e dell’immaginario Mediterraneo, «he eso thalassa», il mare interno di cui parla Aristotele, ovvero «par’ hemin thalassa», il mare accanto a noi, secondo Platone. Se le figure femminili singole hanno il pudore e la intraveduta carnalità delle contadine sannitiche, le coppie di amanti sprigionano una grande sensualità, un vorticismo erotico mai greve e fine a se stesso che si trasferisce sul piano della poesia e del canto d’amore, mentre quelle riferite alla tragedia greca manifestano nel furore della terribilità la sfida al «logos» e alla loro stessa natura, una «hýbris» senza tempo a tutti gli effetti.

Egli parlava sempre di mistero che circonda il creato e la stessa esistenza, avvolgendone il divenire. E lo cercava in ogni fenomenologia, a cominciare dalla materia che dava forma alle sue fantasticherie, all’immaginazione che conduce alla solidità della materia, all’asperità delle angolature. Erano la pietra, l’argilla, il bronzo la sostanza empedoclea della sua investigazione sul mistero, vero e proprio «rhizoma» dell’universo. E quel suo prometeico afflato nel contemplare il farsi forma, il travestire in entità concrete l’urgenza di confrontarsi con il mistero, lo hanno reso unico nella contemporaneità, rifuggendo dall’effimero e dall’improvvisazione.

Per questo Nunzio Bibbò è stato un ottimo docente, dopo gli studi a Napoli con Emilio Greco e Umberto Mastroianni, prima a Brera e poi a Roma, impegnato a trasferire metodo, ricerca, emozioni e non nozionismo tecnico.

Parlano di lui, del suo mondo, della natura oggetto della sua contemplazione, anche molte opere monumentali come le porte della cattedrale di Reggio Calabria; o la statua di Padre Pio a Boston; o la splendida sala del Museo Nazionale di Sofia. E spero che possa essere realizzata, postuma, la porta della cattedrale di Campobasso, a cui stava lavorando da tempo. Ma più di ogni cosa, continuano a parlare il suo sorriso, la semplicità e l’onestà del suo essere uomo e artista, la sua natura di padre e di marito, lo slancio della sua generosità e della dedizione agli altri. Un esempio per tutti: ha lavorato circa un anno a raffigurare abbazie e monasteri di ogni parte d’Italia e quando circa cinquanta pastelli sono stati trafugati dal mio studio, dove erano custoditi dopo essere stati fotografati in vista della pubblicazione sul volume Abbazie e monasteri nella storia d’Italia, da me curato unitamente a Nunzio, la sua indignazione si è smorzata di fronte alla prospettiva sicura della diffusione attraverso il libro. Come poi è avvenuto. Contava il messaggio artistico, più di ogni altra cosa.

Ma più di ogni altro, continuano a parlare il suo sorriso, la semplicità e l’onestà del suo essere uomo e artista insieme, inscindibile e costante natura del suo essere, oltre al suo manifestarsi padre e marito e allo slancio della sua generosità e della dedizione agli altri. L’abitazione, lo studio, l’ufficio di molti di noi sorridono delle sue sculture, dei dipinti, delle acqueforti. Ecco, mi consola il fatto che Nunzio continuerà a parlarci e questa foscoliana «corrispondenza d’amorosi sensi» sarà una consolazione per chi lo ha conosciuto e a cui ha voluto bene e ha fatto del bene. Voglio chiedergli una sola cosa: «Nunzio, non essere triste! Quello che hai dato alla vita, ti sarà restituito con l’affetto della riconoscenza e della memoria. Perché, come tu sai, la vita è breve, mentre l’arte è lunga, come dettava Ippocrate: «ὁ βίος βραχύς, ἡ δὲ τέχνη μακρή», (O bíos brachis, e dë téchne makré). E tu vivrai con essa!»

Roma, 24 novembre 2014

Galleria foto: Nunzio Bibbò e Fulvio Gressi - Coppia, 2006, bronzo, 30x15x12 - Amanti, 2002, bronzo, 50x50x30 - Nunzio Bibbò nello studio, 2013 - Nunzio Bibbò nello studio, 2013 - Donna sdraiata di schiena, 1996, 50x35x25

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