A cura di Nicola Siciliani de Cumis

Una celebre frase di Antonio Labriola, “le idee non cascano dal cielo”, felicemente rappresentativa nella vita culturale della Biblioteca Vallicelliana di Roma, del Laboratorio di scrittura e lettura di due istituzioni carcerarie e di alcuni perduranti “perché” culturali, etico-politici, umani. Un abbozzo di saggio a futura memoria, per confermare una volta di più il valore formativo delle narrazioni di storia e del raccontare individualmente e socialmente i termini essenziali di un’esperienza didattica e scientifica – quella labrioliana  – , che nel suo tempo, come nel nostro, non ha smesso di svolgere la sua funzione maieutica, tra ricerca, apprendimento, insegnamento.

 

 

LETTERE PER L’UNIVERSITÀ

A cura di Nicola Siciliani de Cumis

 Ai Colleghi e agli Studenti del Laboratorio di scrittura e lettura

di Regina Coeli di Roma e della Casa Caridi di Catanzaro/Siano

Carissimi,

dal mucchio disordinato degli appunti preparatori della conferenza su Antonio Labriola del 14 giugno 2017 alla Biblioteca Vallicelliana, in tema di “idee” che “non cascano dal cielo”, e “discorrendo di socialismo e della rossa primavera” – a conclusione del ciclo delle Narrazioni storiche, a cura di Paola Paesano e Cetta Petrollo Pagliarani  – , estraggo alcune pagine e note a margine, che ripropongono la materia composita di alcune nostre conversazioni, sia con riferimento alla conferenza su Labriola, sia in rapporto alle Letture della Vallicelliana nel loro insieme. E questo, avendo noi pur sempre d’occhio, e in primo piano, le comuni attività culturali e autoeducative per i due carceri di Regina-Coeli di Roma e “Ugo Caridi” di Catanzaro-Siano.

Ciò che pertanto ne consegue, da un lato taglia e asciuga notevolmente quei materiali dialogici allo stato nascente e, da un altro lato, integra puntualmente e precisa complessivamente lo svolgimento reale (e virtuale) del tema della conferenza. Cosicché ciò che infine ne rimane non è che un promemoria operativo aperto, su una certa quantità di indagini di più lunga lena e/o nuovamente impostate, per ulteriori esercitazioni di ricerca e didattiche. Un’attività culturale tendenzialmente specializzata, tecnicamente replicabile e in qualche modo di senso comune: e tuttavia, piuttosto che pienamente compiuta, almeno proficuamente avviata. Un impegno di tipo tecnico e storiografico e politico, che viene esercitandosi in tempo reale, per le medesime ragioni metodologiche e di merito, nei pochi pochissimi spazi di libertà consentiti al di qua delle sbarre del nostro Laboratorio di scrittura e lettura. E che tenta, per questa stessa strada, di non essere vanificato nella incombente “prigione”, che oggi sembra essere diventata la quotidianità degli uomini cosiddetti liberi di scegliere responsabilmente il loro destino: e più che mai condizionati, invece, dalle sabbie mobili di esiziali lacci e lacciuoli; e costretti dunque a scegliere tra lo Scilla del lasciarsi andare nel vuoto di una qualche solitudine e il Cariddi dell’intervenire nelle “cose” da mosche cocchiere, ma pur sempre a vuoto.  

Sì, le idee non cascano dal cielo, scarpe rotte eppur bisogna andar… Nient’altro che una ragione di più, quindi, per riprendere in seguito tra di noi, e con altri, le fila di un ragionamento che, nella sua dimensione storico-prospettica e ambiziosamente prolettica, risulta nel mio dire soltanto sfiorato e, dunque, virtualmente aperto ad ulteriori, desiderabili rivisitazioni critiche e autocritiche (anzitutto da parte mia). Ecco perché mi congedo da voi con una citazione dei punti interrogativi di un questionario, che è al centro di un mio libro recente sull’università, (“L’uovo di Humboldt. Lettera agli studenti della penultima lezione su Labriola, Makarenko, Gramsci, Yunus 2013-2014”, Roma, l’albatros, 2015). Una concentrato di domande, che mi pare riproporre il succo dell’attuale nostro agire didattico dentro e fuori le mura delle case circondariali in cui operiamo nel presente, ma con addosso il peso della storia e delle contraddizioni della modernità, sull’onda delle rivoluzioni del Quattro-Cinquecento e Sei-Settecento, alle spalle delle rivoluzioni dell’Ottocento e dei nostri Novecento e Duemila, al centro delle Narrazioni storiche della Vallicelliana e variamente presenti nelle comuni esperienze di volontariato in carcere. E dunque, mi chiedevo:

“Come obiettare e cosa opporre in pedagogia contro l’offuscamento della crescita di discernimento e di scelta dei militanti del Partito politico rivoluzionario? Quali spazi rimanevano negli anni Venti e Trenta del Novecento nella società dei Soviet e nel resto del mondo cosiddetto ‘libero’, per obiettare costruttivamente nel corso della lotta per lo sviluppo di ‘tutte le sovrastrutture’, e dunque a favore della libertà di pensiero, di ricerca, di stampa, di critica, di un’educazione politica umanamente ‘nuova’? Come si colloca, in questo stesso ordine di idee, la proposta romanzesca e formativa dell’‘uomo nuovo’ di Makarenko, che è l’obiettivo principale della narrazione nel ‘Poema pedagogico’? In che misura e con quali vantaggi conoscitivi e educativi specifici si possono accostare all’altissima lezione di Makarenko, da un lato l’antipedagogia dei ‘Quaderni del carcere’ di Gramsci, da un altro lato la ‘Psicologia pedagogica’ di Vygotskij (1926 e anni seguenti)?”.

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