Pablo Neruda nella poesia “Non incolpare nessuno” così recita:

                             “Il trionfo del vero uomo

                             proviene dalle ceneri del suo errore….

                            Non dimenticare

                             che la causa del tuo presente è il tuo passato,

                             come la causa del tuo futuro sarà il tuo presente.”

Sono versi che ci guidano a porre domande essenziali sul volto della nuova antropologia, gli aspetti della globalizzazione, il posto assunto dalle ideologie nella società liquida.

L’età dell’ansia

Zygmunt Bauman in “Paura liquida” definisce la nostra epoca “età dell’ansia”, resuscitando la formula usata dal poeta inglese W.H.Auden in una sua opera: “L’età dell’ansia. Egloga barocca” scritta nel 1947 subito dopo le due bombe atomiche sganciate dagli americani su Hiroshima e Nagasaki. La parola ansia viene dal latino anxietas che deriva dal greco angh, radice usata per significare oppresso, turbato, angosciato, stato d’animo che comporta sensazioni fisiche come tensione, disagio. Questo è lo stato collettivo in cui ci troviamo oggi: ci preoccupiamo di minacce future ma non sappiamo bene quali. Ancora Bauman paragona gli uomini d’oggi ai passeggeri di un aereo senza pilota condotto da istruzioni preregistrate. I social network e i telefoni cellulari moltiplicano questo effetto su scala planetaria. La rivoluzione informatica ha accentuato lo scambio tra centro e periferia riducendo le differenze e favorendo il costituirsi di un mondo globale che va visto non solo nella dimensione economica e tecnologica ma anche in quella culturale. Se ci pensiamo, la globalizzazione è un processo storico che fa parte dell’evoluzione umana, ha radici nella preistoria con la diaspora dell’homo sapiens dall’Africa a nuovi continenti, ed è stato accelerato dalle esplorazioni del XVI secolo, le guerre mondiali del XX, le politiche neoliberiste e infine dalla rivoluzione tecnologica e delle comunicazioni. L’orizzonte è ora il mondo, dove il rapporto margine-centro comporta un superamento dei confini, dove tempo e distanza sono aboliti. Tutto ciò modifica radicalmente la vita quotidiana. A questa unificazione si accompagna paradossalmente una diffusa disgregazione. In uno scenario geografico-politico più ampio, con le varie forme di separatismo, zone periferiche lottano per la loro emancipazione e per cercare nuovi spazi in cui ricoprire una auspicata centralità. Al modello dei mondi separati è sostituita una rete di dipendenze reciproche che comporta dei rischi come la proliferazione delle armi nucleari, i focolai di guerre e terrorismo fondamentalista, la fuga in massa da povertà e guerre e non ultimo la distruzione dell’ambiente, che nasce dall’eccesso di produzione tecnico-industriale dei paesi più sviluppati da cui derivano fenomeni come il buco nell’ozono, l’effetto serra, le polveri inquinanti nell’aria, ma anche dalla povertà di altri territori che spinge allo sfruttamento indiscriminato. D’altro lato la globalizzazione costringe a relazionare e a non più pensare in maniera disgiuntiva. E’ un cambio di paradigma pari a quello che si è verificato all’inizio dell’era moderna con le teorie di Copernico e Giordano Bruno per le quali la terra, e quindi l’uomo, perde il ruolo di centro dell’universo. Se con Bruno l’individuo ha celebrato l’inebriante esaltazione dell’appartenenza e della partecipazione creativa al Tutto, nei secoli successivi la perdita della centralità della terra ha gradualmente corroso la sicurezza e l’orgoglio della coscienza umana infliggendole quella “ferita narcisistica” di cui parla Freud, che se da un lato toglie sicurezza, dall’altro comporta l’accettare la sfida e fare scelte che le trasformazioni veloci rendono faticose e spesso imprevedibili. Si può definire l’attuale condizione storica con il termine “crisi”, attribuendo ad esso il significato di uno stato in cui l’ordine delle cose ci sfugge di mano e si procede per tentativi. I cambiamenti a cui siamo di fronte oggi sono molto numerosi e profondi e quindi la possibilità di individuare una precisa direzione per governarli è sempre più difficile. Ci si chiede come all’utopia dell’era moderna di rendere migliore il mondo e dare a tutti le stesse opportunità si sia potuto sostituire una “giungla globale” senza punti di riferimento, portatrice di nuove marginalità. Di qui lo stato d’animo collettivo in cui ci troviamo oggi, un declino da cui l’unico orientamento che ci può salvare è una politica di cooperazione internazionale dove gli Stati siano sovrani ma legati a progetti comuni sul lavoro, i diritti, il modello di Stato sociale. Si tratta di un impegno a realizzare una società multiculturale, dove la ricerca della verità sia il presupposto di un agire collettivo che ritrovi l’arte del dialogo per lottare contro le profonde disuguaglianze che causano la mancanza di rispetto per la dignità umana.

La religione del consumo

Mentre l’instabilità si riflette su ogni aspetto della vita quotidiana, è la crisi economica che ha assunto ormai i connotati della stabilità. A partire dalla Rivoluzione industriale siamo immersi nel desiderio di crescita senza fine, ma nel tempo postmoderno il capitalismo ha perso il suo legame con il mondo del lavoro rivolgendosi ai mercati finanziari, e il consumismo si avvia ad essere alternativo al lavoro stesso. Le relazioni si modellano sempre più sul rapporto consumatore-merce.

Quando dal consumo si passa al consumismo l’etica è ridotta al minimo, si punta sulla costante crescita dell’intensità dei desideri indotta dalla pubblicità che crea il bisogno, il credito che fornisce i mezzi, l’obsolescenza programmata degli oggetti che assicura la domanda. Si mutua dall’arte il modello puntinista in cui il telos o disegno unico compare alla fine e ogni punto è vissuto intensamente come l’unico in grado di dare felicità. Questa consiste non nel fare le cose ma nell’appropriarsene e poi disfarsene. L’economia consumista fa leva sulla velocità e sullo scarto, sull’eccesso e sullo spreco.

Negli ultimi decenni si è prodotta una vera e propria rivoluzione in campo commerciale: nelle città enormi centri commerciali, parchi di divertimenti a tema, cinema multisala, impianti sportivi polivalenti sorgono come “cattedrali del consumo” come li definisce lo studioso George Ritzer nel saggio “La religione dei consumi”. Sono luoghi di transito in cui le persone fanno pellegrinaggi attratte dall’illusione di stare in contatto con gli altri, di procurarsi ogni genere di merci e servizi ed entrare in una felicità astratta. Gli ipermercati sostituiscono i piccoli negozi, le crociere sono diversificate, i resort sono strutture polivalenti, il reale è sostituito dalla simulazione. Si può affermare che l’iperconsumismo, grazie alle carte di credito, è l’espressione di una democrazia illusoria. I sistemi razionali che lo regolano di fatto negano l’umanità delle persone. Se Marx parlava di produzione alienata, oggi si parla di consumo alienato. Se quelle poche ore che il quotidiano concede vengono eterodirette dal consumo la grande domanda è quale sia lo spazio offerto al miglioramento dell’uomo e alla sua humanitas intesa come capacità di costruire se stessi nella direzione di un bene comune.

Tra le ipotesi che la filosofia avanza vi è quella dell’economista e filosofo Serge Latouche che propone il percorso della decrescita. Questa ha come obiettivo il ben vivere anziché un Pil più alto, e riconosce la natura come soggetto di diritto, luogo dove la vita si riproduce e si realizza: rovescia l’etica fondata sul soggetto e sul suo utile e propone la morale del dono. Il problema non è tanto evitare la catastrofe, ma limitarla e sapere come gestirla. La sfida della decrescita passa tutta attraverso l’educazione e lo sviluppo di un senso critico che aiuti a cogliere il valore dell’economia come mezzo e non come fine, a mobilitare uomini e donne verso la libertà ed affermare un più approfondito concetto dell’umano nella sua complessità fatta di dimensione biologica, spirituale e sociale.

I confini della libertà

Riformulando un’espressione di Kierkegaard lo studioso americano Louis Menand ha affermato che l’ansia è “il cartellino del prezzo della libertà umana”. Alla luce della ragione i rimedi non mancano per realizzare una coesistenza nella diversità, ma ogni via fatica a diventare percorribile, perché solo una ragione che guardi la realtà con uno spirito libero da pregiudizi può operare in termini costruttivi e non egoistici, relazionarsi per realizzare sintesi. D’altro lato non è auspicabile un’unità indifferenziata, un pensiero unico, una globalizzazione che sacrifichi la diversità delle culture, perché il grande lascito della nostra civiltà è l’unità nella distinzione e nella pluralità. Questa è possibile solo se il potere si pone nella condizione dell’ascolto, non tanto della massa ma dei corpi intermedi come la magistratura, la scuola, la sicurezza. Se però manca un bene comune da difendere il potere si frantuma, perde la sua auctoritas e non è più in grado di rappresentare gli interessi generali. Ogni progetto, sia esso politico, economico, filosofico o artistico, non regge alla lunga alla prova dei fatti. C’è in sostanza una resistenza nelle cose. Per gli antichi era la dea Fortuna dagli occhi bendati a governare le sorti umane, oggi si dovrebbe parlare di legge della complessità. Più l’umana società si complica, più i progetti diventano ardui e inaffidabili, sia per l’uomo pubblico sia per il privato. Se ci si accontenta di un sapere prettamente scientifico, naturalistico, ingenuo, la realtà è ciò che vediamo. Ma che si tratta di una verità relativa lo scienziato lo sa bene. Ciò appare evidente quando si passa dai fatti alle parole, dalle cose a come le raccontiamo. E’ qui che si annida la libertà umana.

Remo Bodei nel suo libro “Limite” parla di una metamorfosi dallo stato umano a quello postumano, di una mutazione antropologica profonda che ha sconvolto tradizioni millenarie. La globalizzazione apre nuove prospettive e procede verso l’obiettivo di creare uomini bionici con conseguenze che non si possono ancora valutare. “La mancanza di misura, scrive Bodei, ha abbattuto il recinto entro il quale i desideri sono stati tenuti a bada. Sul piano etico si è superato il modello della filosofia classica basato sugli ideali della temperanza, della medietà che squalifica gli eccessi.” Il pensiero e così il linguaggio devono avere dei limiti per non naufragare nell’illimitato, nel senza misura. Ciò coinvolge anche l’arte del presente, arte che nel suo essere pulsione, intuizione, sogno, è metafora della libertà e come tale tutelata da un principio fondamentale della nostra Costituzione. Se sottostà alle direttive del sistema diventa arte di regime. Tuttavia è inevitabile porsi la domanda se vi siano confini che nemmeno l’arte può superare e se siano lecite le provocazioni di Cattelan, di Kippenberger con la sua rana crocifissa, di Veneziano con la sua madonna del Terzo Reich, tutta una serie di prodotti che possono essere definiti blasfemi o provocatori. Certi aspetti estremi dell’arte contemporanea continuano a stimolare la domanda se sia lecita una libertà comunicativa dell’espressione artistica che nel suo essere in sintonia con un mondo in crisi, nella sua dimensione di aggressione verbale e visiva può toccare corde sensibili. L’aspetto positivo è che nella sua forma migliore l’arte di oggi può essere un contributo all’evoluzione della società, un viaggio per dare voce all’anima, e come tale una possibilità di volare al di sopra delle cose. Ma è anche vero che la libertà nell’arte implica anche autolimitazione.

Si potrebbe concludere citando l’opera del giudice Gherardo Colombo “Sulle regole”, dove mette a confronto i due modelli della società, quella verticale e quella orizzontale. Se nella prima, che ha dominato in passato, il diritto è esercitato da chi ha il potere, spesso una sola persona, l’altra prevede una distribuzione omogenea dei diritti e doveri riconosciuti a tutti, come il diritto alla vita, alla salute, all’istruzione, al lavoro, alla sicurezza, all’uguaglianza di fronte alla legge e alla libera espressione. Tuttavia, come afferma Bauman nel suo libro “Il disagio della postmodernità”, “ la società giusta non è uno stato definitivo ma un orizzonte che si manifesta nella continua lotta all’ingiustizia in un movimento non rettilineo.”

E che questo movimento sia nato molto tempo fa lo si può avvertire in certi versi profetici dell’autore irlandese Louis MacNeice, che nella poesia “Preghiera prima della nascita” (“Prayer before birth”) del 1907 scriveva:

“Non sono ancora nato: consolatemi.

Temo che la razza umana possa d’alti muri circondarmi,

con forti droghe drogarmi, con sagge bugie allettarmi,

   su neri strumenti di tortura torturarmi, in bagni di sangue sommergermi.

E nella strofa conclusiva:

Non sono ancora nato: riempitemi di forza contro coloro che gelano

la mia umanità, che vorrebbero ridurmi a un letale automa,

   vorrebbero far di me un ingranaggio in una macchina, una cosa

   con una sola faccia, una cosa, e contro tutti quelli

   che vorrebbero dissipare la mia interezza, vorrebbero

     soffiarmi come lanugine qui e là

   o qui e là

       come acqua tenuta nelle mani

       vorrebbero spargermi.

Non lasciate che facciano di me una pietra e fate che non mi spargano.

Altrimenti uccidetemi.”

 

Zygmunt Bauman, “Paura liquida”, Laterza

George Ritzer, “La religione dei consumi”, il Mulino

Serge Latouche, “La scommessa della decrescita”, Feltrinelli

Louis Menand, La Repubblica.it - 5 ago 2016

Remo Bodei, “Limite”, il Mulino

Gherardo Colombo, “Sulle regole”, Feltrinelli

Pablo Neruda, “Stravagario”, Passigli Ed.

W.H.Auden, “L’età dell’ansia. Egloga barocca.”, Mondadori

John Press, “Louis MacNeice”, Longmans, Green & Co.

 

 

 

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