Vent’anni sono trascorsi dalla prematura scomparsa di Giuseppe Casoria, a soli 58 anni, senza poter dimenticare il suo passaggio terreno nel presente tumultuoso che cambia ogni certezza.

Chi era costui, si domanderanno molti impiegati e dirigenti della Regione Lazio, a distanza di tanto tempo dal suo improvviso abbandonare il campo per avviarsi sulle vaste praterie dell’universo, armato dal suo sorriso travolgente e dalla verve inimitabile. Ma nelle campagne laziali, in particolare tra gli allevatori e tra gli utenti dei servizi di bonifica idraulica, lo ricordano come agronomo impegnato nella progettazione delle strutture per la produzione zootecnica, nella riforma dei consorzi di bonifica e nella preparazione della legislazione regionale di riferimento.

Personalità brillante e solare, dotato di una vastissima cultura umanistica accanto alla preparazione tecnico-scientifica conseguita nell’Università di Padova, entrambe messe a disposizione della Regione Lazio fin dalla sua fondazione nel lontano 1970, Giuseppe Casoria è stato tra i principali protagonisti della stesura del Piano regionale di sviluppo agricolo e alimentare, dei Piani di zona e della legislazione agraria conseguente, interloquendo positivamente con il Ministero dell’Agricoltura e con la Divisione VI della Commissione Europea.

Esaurita la fase della strutturazione tecnico-amministrativa, è passato alla definizione, costruzione e direzione dell’Agenzia per l’Innovazione e lo Sviluppo dell’Agricoltura nel Lazio (ARSIAL), puntando sulle produzioni di qualità, sul recupero della tradizione e della tipicità e dando concretezza alle misure per la promozione della produzione agro-alimentare e dell’enogastronomia in Europa e nel mondo.

Casoria se n’è andato per una malattia che non è stata mai completamente diagnosticata, lasciando un vuoto che ancora si fa sentire nella politica regionale.

La rivista l’albatros intende ricordarlo come agronomo e soprattutto come artista, pittore di alta qualità di cui ha lasciato poche ma valide testimonianze, come attestano le numerose mostre negli anni Settanta del XX secolo, oltre all’antologica presso il Centro Internazionale di Arte Contemporanea “Luigi Di Sarro” di Roma all’inizio del 2000. Amava Max Ernst più di ogni altro artista del Novecento, ma non disdegnava Sebastian Matta, Rufino Tamayo, Salvador Dalí e non respingeva la sperimentazione italiana di Giorgio De Chirico, Alberto Savinio, Enrico Baj, fino alla Nuova Figurazione.

Consapevole che l’impegno professionale confliggeva con la dedicazione artistica, ha trascurato colpevolmente quest’ultima. Ma le poche opere che Giuseppe Casoria ha lasciato sono un riferimento importante della ricerca artistica contemporanea, perché nata da un uomo che cercava nella cultura in senso lato la completezza della propria personalità.

Agostino Bagnato

Roma, 12 luglio 2018

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