Di Jean Touwende Nabaloum

Un adagio Burkinabe dice “si le cours d’eau change d’itinéraire, les aquatiques sont obligés de le suivre”, cioè quando un fiume cambia il suo itinerario gli acquatici devono andare nella stessa direzione. Anche se la notte sembra lunga, prima o poi arriverà l’alba.

Agli autori e ai co-autori di questa avventura
Ai familiari, agli amici, alle conoscenze
A te, con cui ci siamo persi di vista durante quest’avventura
A tutti coloro che hanno vissuto questo isolamento diversamente dal mio.

Il pomeriggio del 5 marzo 2020 siamo stati chiamati tutti alla sede dell’Associazione Juppiter per una riunione di “emergenza”: il covid-19 era arrivato da noi e stava rovesciando tutte le certezze, bisognava prepararsi per affrontare le conseguenze. Non si sapeva cosa fare. Negli occhi di alcuni si leggevano ansie, paure, incertezze, altri erano stati persino colpiti da qualche malore come febbre, diarrea e attacchi di panico. È stato anche un momento dove era forte la voglia di stare insieme, di scherzare, di sorridere, di farsi coraggio, di avere speranze, di provare curiosità verso il futuro. Spostare tutti i ragazzi nella struttura San Martino è diventato un imperativo, per evitare qualsiasi rischio di contagio. Fortunatamente questa soluzione non rappresentava un problema perché A. aveva intuito già da qualche tempo ciò che stava per succedere e aveva iniziato a lavorare per rendere pronta la struttura di San Martino per un eventuale arrivo dei ragazzi.

Dopo l’incontro siamo saliti dai ragazzi per dar loro la notizia dello spostamento: la novella è stata accolta con grande gioia dal 99% di loro, grazie della saggezza di G., non si poteva che ottenere una risposta positiva. Dopo ci siamo salutati e ognuno ha preso la strada di casa. Sono iniziate le riflessioni e le domande senza risposta.

Arrivato a casa mi sono preso del tempo: per tre quarti d’ora sono rimasto in silenzio per approfondire le mie riflessioni su questa emergenza. Avevo bisogno di ascoltare ciò che mi stava accadendo, perché come dice il filosofo francese Paul Ricoeur “il silenzio apre uno spazio per l’ascolto”. Alla fine del mio “laboratorio di silenzio e di ascolto” mi è venuto in mente di paragonare ciò che forse stavamo per vivere all’immagine di una nave da crociera in mezzo al mare, piena di gente: all’improvviso arriva una telefonata dal porto nella quale viene comunicato al capitano che, per motivi di sicurezza, l’equipaggio e i passeggeri dovranno rimanere sulla nave per un po’ di tempo e non potranno scendere finché la situazione non sarà sotto controllo, senza però sapergli dire quando questa avrà fine. Da lì la mia mente è ritornata alla riunione di emergenza, al voler stare insieme e subito mi sono detto: “Qui bisogna unirsi e mettere insieme le nostre forze e le nostre debolezze, solo in questo modo ce la faremo”.

Nonostante rimanessero molti dubbi, c’era la speranza. Ho pensato che sarebbe stata un’occasione unica per essere uniti, che le nostre debolezze, una volta eliminati gli egoismi, ci avrebbero reso consapevoli della nostra fragilità. Mi viene in mente una delle frase di Maria Rita Parsi, una psicologa, psicoterapeuta e scrittrice italiana, “la coesione sociale si realizza quando ci si rende conto di non essere autosufficienti né di poter bastare a se stessi”. Di fronte a un tale emergenza ovviamente serviva l’unità e, soprattutto, la capacità di trasformare le fragilità in punti di forza, per affrontare tutto quello che stava per arrivare.

Il 6 marzo 2020 i ragazzi sono stati spostati a San Martino. Dopo la sistemazione nelle stanze, hanno iniziato ad ambientarsi, godendosi l’aria sanmartinese. La maggior parte non riusciva a nascondere la gioia di stare insieme, ma sui visi di alcuni si leggeva qualche perplessità. Alla domanda “Quanto durerà quest’avventura?”, nessuno sapeva dare la risposta, bisognava solo aspettare per vedere quando sarebbe finita.

L’8 marzo 2020 abbiamo organizzato una festa per tutte le donne, un momento di allegria e felicità, di vita in famiglia, di riscoperta di quanto sia bello fare una sorpresa alle persone alle quali vogliamo un bene enorme.
La settimana del 9 marzo 2020 ha inizio e l’idea di quello che sarà non è ancora chiara: l’organizzazione della settimana rimarrà come era stata stabilita in precedenza o bisognerà decidere diversamente? Nel frattempo le notizie che circolano non sono rassicuranti: i contagi stanno aumentando e il governo ha deciso prima il confinamento di tante città, poi dell’intera nazione.

Il cantautore e attivista giamaicano Bob Marley diceva “non si sa mai quanto l’uomo è potente finché non arriva il giorno in cui ha soltanto una scelta da fare”. Guardando l’andamento della situazione, c’era soltanto una scelta giusta: decidere di rimanere tutti insieme, non andando più a casa. A. mi ha chiamato in disparte e mi ha detto: “La situazione non è gioiosa, vorrei chiederti se tu potessi rimanere. Sto cercando anche altre persone che restino qui per costruire un gruppo. Corriamo un grande rischio se continuiamo ad andare avanti e indietro da casa”. Non so cosa sia successo dentro di me, ma gli ho risposto di sì. Subito mi è ritornata in mente l’immagine della nave, costretta a restare in mezzo al mare con tutti i suoi passeggeri: ci siamo ritrovati sulla stessa crociera e l’unico modo per sopravvivere è stato quello di unirci nella speranza che prima o poi ci avrebbero fatto scendere. E quando? Boh!!!

Da quel momento abbiamo dovuto fare i conti con la realtà, tutto sarebbe cambiato, avremo dovuto rovesciare le nostre abitudini e i nostri programmi personali. Tutto quello che fino ad allora era certo stava saltando, era necessario imparare nuovi modi di essere: fermarsi per occuparsi di ciò che è essenziale nella vita, prendersi cura di sé e degli altri. Quando avremo potuto riavere un’occasione simile?

La squadra si è formata in pochissimo tempo, chi stava già a San Martino ha chiesto di rientrare a casa per sistemare le valigie e ritornare, chi era a casa si è preparato per arrivare. Da subito è stato chiaro che un tale cammino non poteva essere fatto da solo, la destinazione sembrava così lontana e, come ci ricorda questo proverbio africano, è necessario fare la strada insieme agli altri: “hai la voglia di camminare veloce, parti da solo; vuoi andare lontano per scoprire tante cose allora cammini sempre con altre persone”.
Che avventura unica! Quante cose ci saranno da vivere! Si è amplificata la voglia di rimanere fino alla fine, sempre con la speranza che qualsiasi ostacolo lungo la strada sarà superato, come ci spiega bene Leonardo da Vinci: “Gli ostacoli non mi fermano, ogni ostacolo conduce a una ferma risoluzione”.
L’equipaggio era formato da A. A, C. A, M. A, J. M., R. I, S. M, e J. N.; i ragazzi erano S. B., D. A., I. D., D. P., B. C., A. P., A. C, D. D., F. C., S. M., S. C., H. D., S. D., A. C., C. P., e J. D. Il primo lavoro, che abbiamo fatto per resistere in quest’avventura, è stato imparare a conoscerci, dato che abbiamo scelto di vivere una vita insieme nel modo più totalizzante possibile. Può sembrare una cosa scontata ma, senza conoscersi, è difficile superare le difficoltà della vita insieme. Ho riscoperto quanto l’altro, nonostante tutto, sia me stesso e quanto il diverso da sé sia necessario. Non bisogna sottovalutare quanto l’incontro con l’altro sia sempre un’opportunità di arricchimento. Con il passare dei giorni la routine quotidiana all’interno della struttura si è ben avviata, tutto veniva svolto come se nulla fosse: che normalità strana si respirava nella prima fase di Covid-19!

Ogni giorno le notizie che ci arrivano erano spaventose, i vari decreti dovuti all’emergenza obbligavano tutti a stare a casa, non si poteva più andare in giro come prima, soltanto le persone autorizzate potevano muoversi. Abbiamo sentito che tante azienda avevano chiuso, negozi, bar, ristoranti, ma erano ferme anche attività come lo sport e gli spettacoli di vario tipo. Ci siamo subito resi conto di essere stati fortunati: spostarsi a San Martino un po’ prima della chiusura, ci ha salvato in un modo che non possiamo neppure immaginare. Abbiamo parlato con i ragazzi della fortuna che abbiamo e che hanno avuto di avere la possibilità di vivere in modo normale, di poter stare insieme, di far parte di un bel gruppo: un’opportunità che non è stata data a molti in questa pandemia. Man mano che passava il tempo, il gruppo si compattava sempre di più. A. non smetteva di ripetere: “Siamo nella stessa barca, dobbiamo essere uniti per vincere questa sfida”. Ognuno di noi si è preso una piccola responsabilità, come si fa all’interno delle famiglia, e ad ogni ragazzo è stato assegnato un compito (il saggio, il coordinatore generale dei lavori, l’operatore ecologico, l’aiuto cuoco, il controllore del rispetto delle distanza di sicurezza, …) per rendere partecipi tutti alla vita comunitaria. Uno dei compiti più importanti dell’equipaggio era quello di rendere sereno il clima degli abitanti della struttura in ogni momento. Lì abbiamo avuto di nuovo la conferma che non si può dare più di ciò che si possiede: per trasmettere la serenità a chi ne ha bisogno, devi avercela dentro. Nelson Mandela ce lo dice, usando diverse parole: “Quando siamo liberati dalle nostre paure, la nostra presenza diventa automaticamente un motivo di coraggio per chi ne ha bisogno”. Inizia un lavoro di cambiamento su noi stessi perché ci sembrava uno dei modi giusti di poter mettere in luce le tante risorse che possiede ogni ragazzo. Abbiamo fatto tantissime esperienze molto belle che rimarranno dei ricordi unici per l’eternità. È stata un’occasione per scoprire quanto l’adeguamento, il clima positivo, l’auto-accettazione, l’auto-critica, l’avere degli obiettivi comuni, il silenzio, la parola, il guadarsi, il saper prevenire …, siano necessari per quello che facciamo ogni giorno. Di fronte a tutte queste prospettive ovviamente abbiamo dovuto affrontare anche delle grandi crisi, soprattutto a livello individuale. Abbiamo rischiato di perdere qualcuno, ma la forza del gruppo ha salvato tutti.

C’era la voglia di stare, molto spesso la sera andavamo a dormire tardissimo, nonostante la pienezza delle giornate. C’era la voglia di risolvere i problemi, rendere leggero tutto ciò che poteva essere pensante in questa vita comunitaria: questa, senza averla scelta, è diventata la nostra missione e, come dice la scrittrice britannica George Eliot, “per che cosa viviamo se non per renderci l’un l’altro la vita meno difficile?”.
Dopo qualche settimana abbiamo visto i primi cambiamenti, i miracoli hanno iniziato a farsi notare: ognuno si è accorto che stava accadendo qualcosa di diverso, di inaspettato. Gli effetti del risveglio muscolare, della zumba, della camminata, della parola, dei temi giornalieri, dei colloqui non potevano più rimanere nascosti. Si iniziava a respirare un’aria di bellezza e di profondità umana uniche: caspita! I ragazzi facevano un passo avanti ogni giorno, curavano i loro spazi di vita e soprattutto, con degli obiettivi settimanali, si sentivano più responsabili. Che cambiamento!!! Ogni giorno, da ognuno, venivano fuori parole toccanti: “andrà tutto bene”, “siamo una famiglia”, “verde speranza”,“ti chiedo perdono”, “stare bene insieme senza litigare”, “rispettare le regole”, “devi credere in te stesso”, “grazie”, “ci vuole l'autostima”, “vi voglio un bene dell’anima”, “meravigliosa”, “camminare”, “serenità”, “volersi bene”, “non smettiamo di stare bene”, “rinascita”, “ripartenza”…

Nonostante l’incertezza, riguardo alla fine dell’isolamento, c’è sempre stata la volontà di non mollare, di andare avanti per scoprire quello che sarebbe successo più in là.
Già dai primi tempi abbiamo capito che era fondamentale tranquillizzare i genitori dei ragazzi, proprio i loro figli hanno inviato loro questo messaggio, invitandoli a non preoccuparsi:
“Cari genitori, cari amici, cari tutti, andrà tutto bene, abbiamo bisogno di voi, aiutateci a stare bene, state a casa, andrà tutto bene!”
È stato un appello forte ai genitori e molti si sono commossi, sentendo e vedendo i loro cari e amati figli.
Dopo metà marzo iniziamo a ragionare sulla data dell’uscita. All’inizio le notizie ci dicevamo che il 4 aprile si sarebbe tornati a una vita normale e saremo potuti uscire. Prima dell’ultima settimana di marzo però è uscita la conferma che la fase 1 si sarebbe conclusa a maggio. Una sera ci siamo riuniti per trovare una soluzione a qualche perplessità: abbiamo iniziato quest’avventura con l’idea di uscire il 4 aprile, ma ora non sarà più così, che facciamo? La squadra si cambia o rimane? Immaginate quel momento! Alla fine abbiamo deciso di rimanere: ci sembrava la soluzione migliore. Abbiamo subito iniziato a pensare a cosa ci sarebbe servito per resistere, per rimanere uniti e trovare tutte le soluzioni per stare anche meglio di prima. Non era proprio il momento di fermarsi, come ribadisce bene il padre della Fondazione Exodus Don Antonio Mazzi: “Chi si ferma si perde e si cristallizza”.

Grazie all’unità del gruppo sono venute alla luce tantissime proposte e non si vedeva l’ora di mettere in pratica queste idee: rimanere ci ha reso i primi testimoni di questo esperimento. C’è voluta un po’ di pazienza per arrivare ad avere un’idea comune e come dice un proverbio arabo “quando intraprendi una cosa, abbi pazienza”.

Quest’avventura doveva andare avanti e non si poteva immaginare di perdere qualcuno per strada: ognuno era diventato un pezzo unico molto prezioso e dava più forza al gruppo.

Ad ogni alba mi sentivo sempre carico di energie da condividere con gli altri. Ho scoperto quanto la struttura di San Martino ci abbia aiutato a stare con noi stessi. Ogni giorno sono riuscito a dedicarmi diversi momenti di silenzio, durante i quali riflettevo su tante cose. Parlando del silenzio, ecco ciò che pensa Don Antonio Mazzi: “Creando il silenzio totale (ogni tanto), tutto entra nella quiete, rasserenandoci, e liberandoci dalle fissazioni, dalle preoccupazioni negative, dai desideri sbagliati, dalle agitazioni inutili”. Uno dei miei momenti di silenzio avveniva dopo mezzanotte, l’una: in quelle occasioni riuscivo a fare il resoconto della mia giornata, del mio vissuto con gli altri, ad ascoltarmi in profondità. In quei momenti riuscivo a pensare con molta facilità agli altri, domandandomi in che modo potessi essergli utile in quest’avventura. Confesso che anche in quei silenzi sono riuscito a essere utile a tante persone che stavamo vivendo con molta fatica e disperazione le conseguenze del Covid-19.

Ora penso che condividete con me quanto sia valsa la pena vivere questa avventura, un’opportunità unica. È proprio in questa avventura che molti di noi hanno scoperto quante energie positive avessero, che era arrivato il momento di voltare pagina e di sentirsi trasformati. Ce lo ricorda anche l’intellettuale, politico e scrittore iraniano Majid Rahnema: “I cambiamenti veri vengono quando le persone accolgono la propria potenza e in tale modo trasformano se stesse”. 

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