di Roberto Vena

 

Non aveva certo bisogno di alleati. Eppure, nel suo propagarsi fulmineo in Italia il Coronavirus ha trovato una complice inattesa: una Sanità fiaccata da un decennio di tagli alla spesa corrente. E come se non bastasse il “braccino” mostrato dallo Stato nei trasferimenti al Servizio sanitario nazionale, a rendere più amari i bilanci della principale protagonista del welfare nazionale hanno contribuito le continue sforbiciate alle risorse, promesse in misura maggiore ad ogni Finanziaria ma poi, per un motivo o per l’altro, dirottate ad altre voci di bilancio o tagliate del tutto per mettere qualche pezza alle cicliche crisi finanziarie o alle emergenze da calamità che hanno angustiato il Paese negli anni passati. La dieta forzata cui è stato sottoposto il nostro Ssn dal 2010 al 2019 ha indebolito in misura maggiore o minore tanto la capacità di reazione immediata delle strutture ospedaliere, avendo ridotto sensibilmente il numero di posti letto e quelli di terapia intensiva, sia le “antenne” della sanità diffuse sul territorio attraverso la medicina di base e i presidi più vicini alle comunità. Una breccia nel dispositivo difensivo della sanità italiana in cui il Covid-19 è penetrato con crudele destrezza, mietendo contagi e vittime ben oltre ogni capacità di previsione. Ciò, nonostante l’elevatissima professionalità di medici e infermieri e l’eccellenza di strutture ospedaliere pubbliche e private presenti soprattutto in Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto, le quattro regioni con il maggior numero di casi di positività, pazienti in terapia intensiva e di morti.

A fare luce sul “decennio nero” della sanità italiana, sul periodo che va dal 2010 al 2019, con la politica di tagli progressivi, spesso generati da strategie irragionevoli negli obiettivi e nei risultati, è stata la Fondazione Gimbe (Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze) che ha pubblicato uno studio sul depauperamento del servizio sanitario nazionale a causa del definanziamento della sanità. A partire dal Berlusconi IV per finire al Conte I, Governi di destra, esecutivi tecnici, sinistra e giallo-verdi hanno ghigliottinato i fondi senza distinzioni, affievolendo pesantemente la capacità di risposta della medicina alle esigenze ordinarie della popolazione e, come si sta tragicamente dimostrando in questi due mesi, purtroppo anche agli eventi straordinari come la pandemia Covid-19. Lo studio Gimbe è uno specchio che riflette un’immagine deperita della sanità italiana, è il “catalogo” delle piccole nefandezze che lo Ssn ha dovuto subire e da cui ha preso spunto un’inchiesta del Corriere della Sera a firma di Domenico Affinito per la rubrica Dataroom di Milena Gabanelli. Nel servizio-inchiesta Affinito chiarisce che “la drammatica situazione sanitaria che l’Italia sta vivendo in questi giorni non è dovuta solo allo tsunami della pandemia Covid-19, ha anche ragioni che affondano le radici nel nostro recente passato. Il Servizio sanitario nazionale italiano è d’eccellenza perché garantisce a tutti cura e assistenza, per la preparazione di medici e infermieri, ma lo è molto meno per la sua gestione”. Un giudizio che dovrà far riflettere a fondo la politica che sarà chiamata a rivalutare le strategie sulla sanità pubblica dopo il cataclisma Covid 19 e le scelte in termini di quantità di risorse finanziarie da destinare alla salute e al benessere degli italiani. Va segnalata, tuttavia, la posizione degli economisti della Voce.info che si attestano una linea diversa. Contestano la vulgata di tagli reali alla sanità (sostenendo che in ogni caso la spesa sia cresciuta di anno in anno in valore assoluto sia pure meno dell’incremento del tasso di inflazione), e puntano il dito sulle inefficienze dovute invece ai costi per posto letto (dovuti anche a terapie e farmaci più avanzati), in Italia maggiori che altrove.

 

L’eloquenza dei numeri

Stando al Rapporto della Fondazione Gimbe “nel periodo 2010-2019 – cioè dall’ultimo Governo Berlusconi (105,6 miliardi €), al secondo mandato di Conte (114,4 mld €), l’aumento complessivo del fabbisogno sanitario nazionale (Fsn) è stato pari a 8,8 miliardi di euro, crescendo in modo pressoché costante nel periodo in media dello 0,9% per anno, percentuale però inferiore all’inflazione media annua (+1,07%). Il finanziamento pubblico è cresciuto quindi in termini assoluti ma meno dell’inflazione. Inoltre, se dieci anni fa la fiche da 105,6 miliardi di euro puntata dal Berlusconi IV sullo Ssn rappresentavano il 7% della ricchezza nazionale, nel 2019 i 114,5 miliardi di € postati alla voce Sanità del bilancio statale sono invece il 6,6% della ricchezza nazionale, con una sforbiciata dello 0,4% sul Pil. Nel medesimo decennio, però, sono stati promessi e poi sottratti al Servizio sanitario nazionale più di 37 miliardi di euro, di cui circa 25 miliardi nel 2010-2015 per la sommatoria di varie manovre finanziarie e 12,11 miliardi di euro nel 2015-2019 per la continua rideterminazione al ribasso dei livelli programmati di finanziamento derivata da esigenze di finanza pubblica. Il Governo Monti di miliardi ne ha sottratti 8 in due Finanziarie, 8,4 miliardi sono stati negati dal Governo Letta nel 2014, ben16,6 da Matteo Renzi con le Finanziarie 2015, 2016 e 2017. Il Governo Gentiloni ne ha limati 3,1 e 600 milioni di euro non sono più arrivati allo Ssn rispetto alle previsioni della Finanziaria 2019 del Governo gialloverde di Conte.

 

Meno soldi, più privato, meno servizi

La serie storica ricostruita dalla Fondazione Gimbe permette di risolvere una facile equazione che ci dice che a meno risorse corrispondono inevitabilmente meno servizi. Se a questo poi si aggiunge un incremento della privatizzazione di certe prestazioni (convenzionate, quindi comunque sostenute dalle casse dello Stato) il quadro si arricchisce di altri colori. Tanto per fare un esempio, i tagli hanno diminuito in questi anni la capacità dei reparti di terapia intensiva, i cui posti letto sono calati gradualmente di pari passo con l’avanzare delle “creste” al bilancio sanitario. Sempre Fondazione Gimbe ci informa che prima della pandemia l’Italia disponeva di 5.179 di terapia intensiva tra pubblico e privato: 8,58 posti ogni 100 mila abitanti. Ai primi di marzo, a epidemia galoppante e reparti quasi saturi, il Ministero della Salute ha disposto che i posti di terapia intensiva fossero aumentati del 50%. Obiettivo raggiunto alla fine di marzo, con oltre 9 mila posti letto, un incremento che si è rivelato praticamente decisivo per sostenere l’urto dei casi più gravi sugli ospedali in prima linea contro il Covid-19. Al 19 aprile i malati in terapia intensiva sono 2.635, con una flessione continua dei ricoveri da ormai quindici giorni.

Fino a otto anni fa i posti in terapia intensiva in relazione alla popolazione erano di più. Come sottolinea ancora Domenico Affinito nella sua inchiesta per Dataroom, l’Italia negli ultimi otto anni ha colpevolmente impoverito la disponibilità dei reparti ad alta specializzazioni che si sono rivelati cruciali nella lotta al virus. Nel 2012, infatti, i posti in terapia intensiva in Italia erano 12,5 ogni 100 mila abitanti, contro gli 8,58/100mila attuali, con un calo di 4 punti percentuali. E già allora l’Italia erano largamente indietro rispetto ad altri Paesi europei come la Germania (29,2 posti letto ogni 100 mila abitanti), l’Austria (21,8) e il Belgio con 15,9 posti letto. Una lacuna con precisi colpevoli contro la quale si è scagliato anche Giulio Tarro, virologo di fama internazionale il quale ha osservato che a quell’ondata di ricoveri “era impossibile far fronte a causa dei tagli alla sanità degli ultimi anni e al quasi dimezzamento dei posti letto di terapia intensiva”, accusando poi le autorità di non essere state “abbastanza veloci a riparare i danni”. D’’altro canto, l’Istat ci dice che nel 2016 (ultimo dato disponibile) la Germania destinava alla sanità il 165% di fondi pubblici in più dell’Italia (con una popolazione più estesa del 35%), la Francia il 90% in più (con il 9,8% in più di abitanti) e la Gran Bretagna il 66% in più dell’Italia con una popolazione più vasta dell’8%. Tradotto in moneta, mentre l‘Italia spendeva 1.844 euro ad abitante, la Gran Bretagna ne spendeva 2.857, la Francia 3.201 e la Germania 3.605. Sarà un caso che la Germania abbia saputo domare il Covid-19 con le misure sanitarie più adeguate e una fermezza di leadership esemplare ?

La disputa tra pubblico e privato nella sanità potrebbe portare a dibattiti senza fine. Eppure, anche in questo caso, sono i numeri a parlare e molto chiaramente sulle scelte (dissennate?) che i Governi italiani hanno fatto negli anni passati, tagliando ospedali (soprattutto quelli minori, che servivano aree economicamente meno sviluppate e territorialmente più disagiate) e posti letto. Scelte fatte per favorire la marcia dei privati convenzionati che, però, non forniscono gli stessi servizi e – soprattutto – in frangenti gravi come questi non dispongono dei reparti indispensabili (vedi terapie intensive) a curare i pazienti più gravi, privilegiando invece specialità più remunerative, lasciando per così dire il “lavoro sporco” agli ospedali pubblici. Anche qui, Istat canta. Nel 1998, ad esempio, prima della grande stagione dei tagli alla sanità, l’assistenza ospedaliera si avvaleva di 1.381 presidi ospedalieri, di cui 61,3% pubblici e 38,7% privati accreditati, offrendo ai cittadini 5,8 posti letto per ogni mille abitanti. Nel 2007 gli istituti ospedalieri su cui poggiava lo Ssn erano scesi a 1.197 (55% pubblici, 45% privati accreditati), con 4,3 posti letto per mille abitanti. Nel 2017 gli ospedali si riducono a 1.000 mentre sale ancora la percentuale di privato sul totale: 48,2% contro il 51,8% pubblico. Il catalogo è questo, ciascuno ne tragga le conclusioni che ritiene opportune.

 

Il virus corrode il mito dell’invincibilità della scienza

E’ senz’altro vero che a favorire la pandemia è stato un atteggiamento diffuso ovunque nel mondo, tra i leader politici come nella società, di “invincibilità” se non addirittura di “intangibilità” della razza umana di fronte a eventi di questo genere, provocando così gravi crisi nella capacità di leadership delle élite politiche globali e ritardi altrettanto calamitosi nelle scelte strategiche di risposta al virus. La assoluta fiducia nel progresso, nella medicina e nella scienza hanno fatto sì che tutti, nessuno escluso, abbiano confinato le fosche immagini di epidemie ad un remoto passato, a secoli più o meno bui dell’umanità, e rifiutato di sovrapporle al film della loro vita quotidiana, erroneamente convinti che una calamità biblica di tale portata non sarebbe mai e poi mai potuta accadere. E che, al contrario, è arrivata, minando in modo forse irreversibile le certezze dell’uomo del Terzo Millennio, sempre saldamente ancorato alla fiducia per le “magnifiche sorti e progressive” del genere umano. Questa è stata in qualche modo la componente psicologica e culturale che ha agito da “quinta colonna” del Covid-19, facendolo penetrare agevolmente nelle vite, e poi nei polmoni, di ciascuno. Ma è altrettanto indiscutibile che se a questo clima sociale aggiungiamo gli autogol che la classe politica italica ha fatto ai danni della sanità, potandone anno dopo anno le disponibilità finanziarie, si comprende come il dispositivo medico, ospedaliero e – last but not least – il mondo della ricerca si siano presentati indeboliti nell’erigere bastioni in grado di frenare e poi vincere l’avanzata del Coronavirus, costellata invece di sofferenze e lutti, gravi anche tra la classe medica e infermieristica, con oltre 160 caduti sul campo.

 

L’incerto futuro della Sanità

Detto del recente e recentissimo passato, ora le preoccupazioni si rivolgono ai prossimi anni, che rischiano di scontare inevitabilmente lo shock economico che deriverà dalla crisi sanitaria in corso, con riflessi di nuovo imprevedibili sulle casse del Servizio sanitario nazionale e, di conseguenza, sulla salute degli italiani. Sulla carta, la Legge di Bilancio 2020 approvata definitivamente lo scorso dicembre dalla Camera dei Deputati ha confermato i 3,5 miliardi di euro di aumento del fabbisogno sanitario nazionale (FSN) standard per il biennio 2020-2021 (con eliminazione del superticket), aggiungendo alle risorse già previste altri 2 miliardi di euro per il programma di ristrutturazione edilizia e ammodernamento tecnologico, in parte destinati alla dotazione tecnologica dei medici di famiglia. Tali cifre, già rese più effimere dal raggiungimento di obiettivi di crescita economica tutte da verificare e dalla firma di un’Intesa Stato-Regioni sul Patto per la salute 2019-2021 (non facile prima e, verosimilmente, ancor più a rischio ora dopo l’esplosione dei conflitti tra Governo e Regioni (Lombardia in primis) sulla gestione dell’emergenza, sono sotto l’alea di quel che succederà alla ripresa e se davvero si potrà parlare di una ripresa tale da compiere una miracolosa “rimonta” sulle tragiche previsioni di recessione e di Pil a -9% alla fine del 2020. Insomma, si rischia che a pagare ancora una volta di più sia proprio la sanità. E ciò risulterebbe delittuoso alla luce dell’emergenza in atto (che si supererà in gran parte grazie alla qualità della classe medica e infermieristica e al loro sacrificio senza prezzo) e del disegno di una sanità dai forti chiaroscuri che la cronaca e i quotidiani bollettini hanno tracciato in questi due mesi di vita nazionale.

 

Una idea di ripartenza per la sanità post-Covid

Nel chiudere questa piccola rassegna di fatti e misfatti di pubblica sanità, nell’auspicio che davvero il pandemonio drammatico finisca al più presto, riteniamo interessante la riflessione di William Raffaeli, Presidente della Fondazione Isal (Istituto di formazione e ricerche in scienze algologiche), che teorizza un new deal per la sanità e traccia un sentiero per nulla nostalgico o da “decrescita felice”, ma che sappia coniugare l’efficienza e l’evoluzione del mondo medico e ospedaliero con la necessaria attenzione alla persona. “La nostra sanità – dice Raffaeli – deve percorrere le vie meno comuni e polverose, tornare a passare nelle piccole città, nelle campagne, nelle singole case affinché si realizzi una Sanità di Comunità che non lascia indietro nessuno Un new deal che sia capace, sono parole di Raffaeli, di contenere in forma equilibrata la forza dell’eccellenza ospedaliera e la rete di eccellenza del territorio capace di osservazione continua dei bisogni e di una molecolare ragnatela di salute collettiva dove ogni singola persona abbia cura perché saranno i disastri asciati sul campo (le complicanze delle cronicità e gli esiti dei guariti dal virus) ai quali bisognerà rivolgere lo sguardo.

Chissà quale sanità ci attende dopo la catastrofe globale del Covid-19. Forse gli italiani si sentirebbero già più rassicurati se sapessero che, di pari passo con lo sviluppo delle cure contro il Coronavirus, questo patimento epocale sarà stato capace di convincere la politica italiana a vaccinarsi almeno dal virus dei tagli contro ogni difesa del bene supremo della salute.

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