Di Roberto Pippan

Da settimane non esco da casa neanche per fare la spesa. Non per paura ma perché ancora prima che il virus si diffondesse anche nel nostro paese una dolorosa ernia del disco mi impedisce ogni movimento e mi inchioda seduto sul pavimento, con le gambe sollevate sulla sedia perché solo in questa posizione sono meno intense le fitte sulla gamba che mi fa male. Mi lamento di continuo, giorno e notte, ma sono ben consapevole che milioni di persone stanno peggio di me, come coloro che si trovano ricoverato negli ospedali e che combattono tra la vita e la morte, o gli anziani che sono sulla sedia a rotelle e che non escono da casa da anni. Penso a loro e di tanto in tanto mi alzo per due minuti e mi siedo vicino alla finestra, spinto dalla curiosità di vedere dal vivo almeno una strada. Abito al primo piano di una casa che si trova nel centro storico di Roma e che acquistai alcuni anni orsono con la liquidazione e tutti i risparmi. Fino ad un paio di mesi fa dovevo tenere le finestre chiuse per il rumore delle migliaia di turisti che dalla mattina presto a notte fonda la inondavano a battaglioni passando qua sotto. Di tanto in tanto qualcuno alzava lo sguardo e scorgendomi alla finestra, mi salutava e magari scattava una foto. Molti turisti fotografano anche cose per noi assolutamente insignificanti, che per loro sono una novità. Cercano esperienze nuove, cose per loro originali da raccontare e far vedere agli amici quando ritorneranno a casa e magari non ne scoprono altre importanti; passano accanto a testimonianze di una storia antica che li farebbe sognare davvero e non si accorgono di niente. Alcuni ritorneranno nel loro Paese senza aver visto o approfondito nulla. Nel loro breve tour in Europa avranno visitato tante città fermandosi due o al massimo tre giorni in ciascuna di esse, ma non avranno mai veri ricordi, se non quelli legati a emozioni che si possono provare indipendentemente da dove ci si trova. Li vedevo affollarsi nei ristoranti sotto casa, in una strada che, lunga poco più di 200 metri, ne conta più di una ventina. Quasi tutte pizzerie. Alcune, carissime, con i menù esposti in mezzo alla strada vicino ai tavolini che impedirebbero il passaggio di un’ambulanza. Pizze dai nomi bizzarri, del tutto inventati che costano anche 16 auro. Alcune di queste attività commerciali le ho viste cambiare da un giorno all’altro. Una rivendita di telefonini può aprire e chiudere nel giro di poche settimane per diventare una ”antica” gelateria. Di chi sono queste attività? Quali controlli vengono fatti per impedire che le mani della criminalità organizzata non si allunghino ancora di più sulle attività commerciali adesso in gravissima difficoltà? Il triste e preoccupante fenomeno è già cominciato. Chi ha molto denaro da investire ne sta approfittando da mesi. Non credo sia pura fantasia ritenere che tanti altri piccoli esercizi potrebbero finire nelle mani di mafia e camorra, che sono abilissime soprattutto nei momenti di crisi perché attrezzate ad “aiutare” chi è in difficoltà, riciclando così il loro denaro. Sono alla finestra mentre mi vengono questi pensieri e mentre guardo la strada ce è sempre deserta, giorno e notte. Si, perché gli abitanti residenti qui sono pochi, quasi tutti col cane che portano a passeggio per pochi minuti. Non c’è più la fila interminabile di camion che ogni mattina rifornivano ristoranti e gelaterie e non si sente neanche il rumore, fortissimo, dei sacchi con le bottiglie di vetro con cui vengono riempiti i furgoncini. Silenzio. Finalmente il silenzio, dice subito una vicina che però dopo qualche giorno cambia idea. Troppo silenzio. Niente auto, niente camion, niente motorini, niente gente. Solo tanta noia. Come vincerla? Chiamo amici e amiche e chiedo loro cosa fanno, come vincono la monotonia delle giornate interminabili che nessuno sa quando finiranno. Riprendo in mano il libro che qualche mese fa ha scritto il mio amico Toni Jop “Venezia siamo noi”. Lo avevo letto frettolosamente appena lo aveva presentato. Libro autobiografico, pieno di storie interessanti. Mi ricordavo alcune riflessioni su Venezia che a mio giudizio possono valere anche per Roma e per tante altre città che hanno una storia da raccontare e soprattutto che non vogliono perdere la loro identità. Riflessioni che possono sembrare scontate, quasi banali, ma non lo sono e credo possano essere utili spunti per soffermarsi a pensare in momenti come questo in cui ci si interroga sul senso della nostra esistenza, su come e dove viviamo, su quello che faremo. Personalmente sono convinto che domani non cambierà nulla. Tante pandemie (a cominciare dalla “Spagnola” che esattamente 100 anni fa fece 50 milioni di morti) e tante guerre non hanno cambiato la natura dell’uomo che, ne sono convinto, non mi faccio illusioni, continuerà a fare guerre e a sottovalutare i rischi verso i quali andiamo incontro, compreso quello di nuove pandemie. Al massimo, se proprio ci andrà bene, quali se dovesse arrivare in futuro una nuova pandemia, forse i Paesi più ricchi saranno, più attrezzati,

Il libro di Toni Jop racconta di una Venezia che non esiste più, i cui residenti sono un terzo rispetto a 20 anni fa, una città che ormai vive praticamente solo di turismo. C’è stato un tempo, ricorda lo scrittore, in cui in Italia la cultura dominante era di sinistra. E Venezia votava PCI. Ma la sinistra non seppe difendere la città al suo interno, non riuscì ad arginare e nemmeno a dare un’anima “alla macchina svuotante del turismo di massa”. Negli anni ’70 li standard di vita erano molto più bassi di oggi, la gente abitava anche al pian terreno delle case, che erano molto fredde e umide. Uno degli obiettivi della sinistra era proprio quello di eliminare le residenze a pian terreno, e si spostarono tanti veneziani in terraferma dove furono avviati piani di nuova edificazione. Giusto. Ma non si pensò con lungimiranza al futuro. Prese avvio invece la progressiva desertificazione della città. Proprio quello che è accaduto, in tempi e con modalità diverse, nel centro di tante città del nostro bellissimo Paese, come ad esempio Firenze o Roma. Nell’angolo della strada sotto la casa dove abito c’era una bella edicola. Si chiacchierava col gestore e con sua moglie. Seduti su alcune sediole i suoi amici giocavano a carte su un tavolino improvvisato. Vendeva giornali, riviste, fumetti e pochi giochi per bambini. Pochi clienti. I conti che non tornavano, come per tante altre edicole. Nessun aiuto dal Comune o dallo Stato. Edicola venduta. Adesso un ragazzo vende pochi giornali nascosti dietro centinaia di souvenir made in China. Bene in vista ci sono soprattutto ridicoli gladiatori di plastica, miniature del Colosseo, dell’Altare della Patria, di Fontana de Trevi e tanti oggettini che costano pochi euro. I turisti si fermano e fanno la fila per acquistarli. Sarà il ricordo di Roma per i loro amici! Lunghe file anche per acquistare a 4 euro una porzione di pasta asciutta che poi mangeranno seduti per terra o sui gradini di un negozio. Mi fa un effetto strano vedere che oggi queste interminabili file che ostacolano il passaggio degli altri turisti non ci siano. Tra poco ritornerò alla finestra. Prima però mi sdraio un pochino sul letto perché mi fa male la gamba. Prendo il telefono perché voglio vedere cosa mi hanno risposto su w.a. i miei amici ai quali ho chiesto qualche riflessione su quello che fanno.

Stefania ha il dono della sintesi: “Che faccio? Serie TV, un (magari due) bicchieri di buon vino con cioccolato superfondente. Tanta ginnastica. Appunti per cose che prima o poi scriverò (anche lei scrive per i pochi che leggono), chiacchierate non troppo lunghe con amici e amiche. Ma non mi consola nulla. Anelo la libertà”.

Elena comincia citando una poesia di Gianni Rodari: “se io avessi una botteguccia fatta di una sola stanza vorrei mettermi a vendere la speranza a buon mercato e alla povera gente darei tutta la mia speranza senza fargliela pagare”. Fin qui Rodari. Poi, ispirata dalla poesia, aggiunge: “ho la speranza di poter trovare ancora vivo mio padre gravemente ammalato, che le circostanze mi impediscono di vedere. La distanza piò essere infinita. Il ritrovarsi è il cercarsi. La frenesia della vita è stata interrotta dal CV19 . Ma in fondo abbiamo bisogno di poco per vivere, soprattutto di speranza. Quando questa pandemia che come tutte le altre nella storia dell’umanità semina morte, sarà finita, torneremo alla nostra vita quotidiana, forse migliori, forse no”.

Claudio : “ il coronavirus ha dato il colpo di grazia ad una economia che era in rianimazione e che nell’ultimo ventennio aveva trovato la massima espressione nei cosiddetti “derivati”. Ci è stata venduta aria fritta mentre avevamo bisogno di un volano concreto, come l’edilizia, la meccanica, la ricerca, le infrastrutture. Sul piano personale CV19 ha mandato a monte la mia preparazione atletica per la gara podistica Roma Ostia. Mi sono allenato con sacrificio e scrupolosità ogni giorno per tre mesi, quelli più freddi e più piovosi. Ed eccomi qui bloccato in casa. Il sacrificio è adesso, di gran lunga maggiore di quello per la preparazione ma non altrettanto la scrupolosità. Quasi tutti i giorni mi faccio la mia amata corsetta breve, forse rischiando di non rispettare tutte le norme sulla sicurezza. Sono sempre a casa in famiglia e il giornale è l’amico che mi accompagna tutti i giorni. Sto vivendo una esperienza completamente nuova che alla mia età non pensavo assolutamente di vivere. Ma più del sacrificio di adesso mi preoccupa e mi rattrista la distanza con il prossimo, l’abbraccio con l’amico. E mi chiedo come sarà la nuova vita sociale.

Lucilla è a casa con la sua amica Valeria e in due vivono la reclusione in modo diverso; “La parola d’ordine è senza un attimo di tregua. Ovvero come inzeppare la giornata allo spasimo per evitare momenti di noia e arrivare stremati alla sera. Colazione frugale, passeggiatina rispettando le distanze. Non si può mangiare ogni giorno pomodoro e mozzarella o frittata di zucchine, così ci si lancia in zuppa alla romana, baccalà alla catalana, alicette al gratin, totani con piselli e per dessert il finto salame alla cioccolata. Più tardi però bisogna limitare i danni della mangiata pantagruelica… e allora ginnastica, però durante la conferenza stampa della protezione civile per attutire l’angoscia.

Se non è ginnastica, percorso obbligato nel corridoio di casa, sostenuto per trenta quaranta volte di seguito. Nelle pause, youtube a gogò. Alle 19 appuntamento nelle terrazze condominiali con i single del vicinato. Confessioni alla donna Letiza, chiacchiere con la sedotta, l’abbandonata, il vedovo, il gay, la godereccia con voglia di sesso. Gente che non vedrai mai più nella vita con la quale adesso intrecci rapporti intimissimi. Poi telefonate interminabili anche con amici che non vedi da vent’anni, litigate chilometriche con Amazon che non manda i libri ordinati un mese fa, riordino dei cassetti, pulizia a fondo dei ripiani della cucina. Sul tardi telefonata con i figli che declinano l’invito di venirti a trovare”.

Roberta divora libri: “Lettura, tanta lettura. Riscopro Dostoevskj e rileggo persino Gramsci. Come molte persone guardo film su Netflix e Amazon Prime. Cucino cose sfiziose mai fatte prima. Faccio brevi passeggiate con il mio cane. La sera ascolto musica di Rachimainov e Ravel. Adoro il suo splendido Bolero”.

Fin qui gli amici. E come trascorrono la giornata i miei figli Ludovico e Federico di 22 e 21 anni? Lo chiedo anche a loro perché sono chiusi nella loro stanza e non li vedo praticamente mai. È presto detto.

Ludovico: “ormai i giorni passano senza che neache me ne accorga. Spendo la maggior parte del mio tempo con il telefonino in mano (leggo articoli di giornale e social network), poi guardo la tv, studio e faccio tanto esercizio fisico. I miei orari, cosi come quelli di quasi tutti i miei amici sono molto sfasati. Rimaniamo svegli fino a tarda notte e non avendo impegni di giorno non esitiamo a vedere le serie tv fino a notte fonda. Ogni tanto breve passeggiata col cane e per fare la spesa.”

Federico: “Occupo moltissime ore della giornata stando al telefono guardando facebook, instagram o giocando.

Cerco di studiare e soprattutto di fare tanto allenamento fisico, come i carcerati. La sera qualche volta faccio delle videochiamate con gli amici e con la mia fidanzata che è lontana. Durano fino a notte fonda, visto che abbiamo preso tutti quanti orari sballati. Non più fino a mezzanotte ma svegli fino alle 3-4 del mattino.”

Non trovo niente di particolarmente originale nei racconti delle loro giornate. Più o meno fanno tutti le stesse cose. Io che non riesco neanche a camminare per casa, mi consolo pensando a chi non ha i mezzi per cucinare leccornie, a chi é costretto a vivere con la famiglia numerosa in poco spazio, che litiga. Penso ancora a chi malato sta molto peggio di me e dei miei facoltosi amici. Ci sono liti, coppie che si separano o che minacciano di farlo. La costrizione può incattivire, la tolleranza è una conquista difficile. Ritorno alla finestra con il libro del mio amico Toni Jop, il quale da buon veneziano ad un certo punto si chiede se la città che ha lasciato anni fa svolge un ruolo attivo nella storia che stiamo vivendo. Venezia piace molto a miliardi di esseri umani, come del resto Roma, Firenze, le altre città d’arte. Altrettante persone sognano di vederla un giorno. Jop ricorda anche con dolore che il centro storico di queste città offre occasioni ai più spietati mercati immobiliari d’Europa. Sanno molto bene come conquistare il turista facoltoso che cogna di possedere un affaccio esclusivo e prestigioso in un angolo di una città che ha 1500 anni e che pagherà centinaia di migliaia di euro. Personalmente adoro la mia città, Roma, al punto da aver speso tutto il denaro che avevo per poter camminare di notte nel silenzio della storia tra i suoi edifici e le sue piazze, dove si scoprono infiniti scorci, continuamente cose nuove. Tutto questo adesso però chissà per quanto tempo ancora non lo potrò fare. Ma so bene che anche quando uscirò di nuovo da casa in fondo sarò solo. Frettolosi turisti a parte, le persone con cui scambiare due parole per strada saranno sempre di meno. Così come accaduto a Venezia da anni, il mercato immobiliare non sarà in grado di dare risposte a chi vorrà abitare qui vicino in modo stabile. “Gli edifici si svuotano, la gente se ne va via, scrive ancora Toni Jop, mentre le calli risuonano abbastanza mostruosamente del fragore dei trolley dei gentili visitatori che restano un paio di giorni”. E’ esattamente quello che sento giorno e notte dal mio primo piano quando non sono coperti dalle voci della folla. Voci, rumori di vetri, di trolley mi sembra di sentirli incessanti anche adesso che l’incrocio è deserto. Anche qui la comunità è ridotta a un tramezzino. Combattere contro il turismo di massa è impossibile. Ma perché accettare tutto come se fosse ineluttabile? Il turismo va organizzato con offerte culturali diverse dai suovenir made in China e da ristoranti e pizzerie. La città è fatta di persone non solo di monumenti e di mattoni. Cambierà qualcosa dopo la pandemia?

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