di Agostino Gennaro

Panaia - parte prima.
Il piccolo borgo di Panaia, la cui origine si perde nei bui meandri del Medioevo, sorge sul lato Nord/Nord-Ovest dell'Altopiano del Poro e degrada dolcemente dai 700 ai 300 metri di altitudine, regalando un paesaggio piacevolmente ameno.
Prima della nascita dei comuni, il territorio dei casali era delimitato dai confini parrocchiali.
A tal proposito, le antiche carte ne conservano questa descrizione dettagliata:
«I confini della Parrocchia di Panaia, come risulta dalla mappa allegata redatta dal parroco don Giacomo Petracca (1904-1920), sono: il Fiume di Spilinga che, da greco-levante, comincia dal ponte della strada reggia e scende fino al mulino di Girolamo Corigliano, sul confine del fondo Carlino degli eredi di Orazio Barone da Tropea; da quel mulino, salendo verso scirocco per un torrente detto Cannerò, si unisce al ciglione che fa da limite ai fondi Giardino ed altro sottostante dei Signori Naso; poi, intersecando la strada Spilinga-Ricadi, passa per un limite che divide il fondo della Parrocchia di Lampazzone dal fondo detto S. Francesco dei Signori Pontoriero da Tropea; si avanza sempre in linea retta verso mezzogiorno e giunge ad un torrente detto Passo di Guasto, ove s'incontra la stradetta che da Panaia conduce a Coccorino. Di là, per un altro vallone, salendo verso Monte Poro tra scirocco e levante in linea serpeggiante, sale fino al fondo di questa stessa Parrocchia detto Gajina.
Dal termine di esso fondo sale per greco-levante tra i limiti della Baronia Fabiani e Messina e giunge alla strada che dal Capo Vaticano mena a Monte Poro; la interseca sempre verso greco-levante e, passando sopra il ciglione che divide i beni dei Signori Adilardi dal fondo detto Acquafredda, scende poi in linea Nord fino al fondo detto “Pirara” (oggi di Francesco Miceli fu Domenico di Spilinga), per ricongiungersi infine sul medesimo ponte donde siamo partiti.»


Calvario di Panaia di Spilinga

Questo piccolo villaggio, che conta circa 100 abitanti, si affaccia sui fianchi larghi e spaziosi del Monte Poro. Sorge su una fertile collina, a circa 350 metri di quota, che digrada dolcemente verso il mare con un ampio respiro. Dove oggi una comoda strada asfaltata lo collega a Spilinga e a Tropea, un tempo non vi era che una fangosa mulattiera.
Un ameno e placido borgo che riposa calmo su un lieve poggio, abbracciando un fertile pianoro ricco di campi di grano, legumi, uliveti e orti.
È accertato che le pendici del Monte Poro fossero abitate da comunità evolute fin dall'età neolitica — se non addirittura dal Paleolitico, come attestano i numerosi ritrovamenti archeologici.
Tra il V e il IV secolo a.C., poi, l'intera penisola dei Vituli venne ellenizzata; e di impronta greca rimase la popolazione rurale anche dopo la conquista romana.
Verso la fine del IX secolo, a seguito dell'invasione araba della Sicilia, un gruppo di religiosi scelse questi luoghi come dimora, accompagnato da contadini, artigiani, operai e profughi di vario ceto sociale.
Qui trovarono una terra accogliente dove si parlava già la loro lingua. Vi costruirono una chiesa e le prime case, dando al luogo il nome di Panaia, in onore della Panaghia Galaktotrophousa (la "Tutta Santa", la Madonna che allatta).

Panaia - parte seconda.
La casa, dove nacque il piccolo Agostino, era poco distante dalla Chiesa Parrocchiale; addossata ad altre case, apparteneva al padre.
Nei piccoli centri quasi ogni famiglia, per quanto poco forte in finanze, ha casa propria.
Bastano due camere, grandi, spaziose, arieggiate, con cucina, in alto, al 2° piano, perchè il contadino calabrese, proverbiale per la sua frugalità, possa abitarvi con la numerosa famiglia, e tenervi tutto il raccolto dell’annata distribuito in sacchi attorno alle pareti, a mo’ di mobili.
Al pian terreno ci sono le stalle per i buoi o le vacche e per l’immancabile asinello, bestia da soma così preziosa in quei luoghi- C’è inoltre il maiale, che servirà per rendere più solenne la festa di Natale e per far la provvista di salame, guanciale, cotenne e carne conservate nella sugna da utilizzare in particolari occasioni durante tutto l’anno. Ognuno ha la propria cuccia, il proprio angolo, comprese le galline e qualche volta anche il cane, fedele custode.
Le due camere d’abitazione sono linde e pulite. I letti dei figlioli in una, il letto matrimoniale nell’altra, dove ordinariamente sta riunita la famiglia.
Nelle serate d’inverno qui si lavora in circolo attorno al braciere, dopo aver preso l’unico pasto importante della giornata.
Le donne filano, rammendano vestiti, cuciono, stirano alla luce d’un gran lume a petrolio, oggi sostituito dalla luce elettrica.
Gli uomini attendono a fabbricar corde di vimini intrecciati, di canapa o di spartèa secca e rammollita.
Nel buon tempo antico si usava fare il giro dei parenti e degli amici per passare la serata. Alle volte eran parecchie famiglie che si radunavano insieme in una sola camera, variando di sera in sera, in una cordialità veramente patriarcale. E i racconti, i motti di spirito, le leggende del nostro popolo, che lo caratterizzano e quasi lo divinizzano, si intrecciavano al lavoro più alacre e fruttuoso delle dita, che percorrevano la faticosa tela o costringevano i ribelli virgulti e la canapa ad intrecciarsi a corda.
Ricordo che noi ragazzi si stava tutt’orecchi ad ascoltare il linguaggio compassato e lento dei vecchi, condito coi motti di spirito così espressivi nel bel dialetto. I racconti dei briganti, le gesta del tempo che fu, rivivevano alla nostra fantasia e fugavano il sonno dai nostri occhi.
Poi, sul tardi, il più anziano tirava fuori la corona del Rosario, ingiallita forse ed ormai logora e mancante di grani, e ad alta voce incominciava a pregare, cui tutti rispondevano con una cantilena che sembrava salmodia lenta e soave, mentre qualcuno dei ragazzi col capo penzoloni sonnecchiava. Finito il Rosario si attaccavano le Litanie Lauretane, cui si era soliti aggiungere una miriade di altre invocazioni, secondo la pietà di chi dirigeva, mescolando latino e dialetto.
Indi altre preghiere a diversi Santi chiudevano la serata e prima di andare via qualcuno lanciava una battuta per provocare una risata;
Bona sira vi dissi quandu vinni:
Bona sira e saluti, e jamuncinni!



Panaia - parte terza.
Tra l’VIII e il IX secolo, nell’alto Medioevo, un velo di silenzio si stende sulla Calabria. L’unica certezza è la progressiva scomparsa di ogni vestigia della cultura e delle tradizioni latine per effetto della dominazione bizantina. Successivamente, sconvolta con periodica costanza dalle invasioni saracene, la Calabria del IX e X secolo è ormai un’isola di grecità, caratterizzata da esperienze culturali d’altissimo livello — ben note a chiunque s’interessi di storia italo-meridionale medievale — dovute principalmente a una fitta schiera di santi e uomini di fede, come emerge chiaramente dall’agiografia calabrese, la cui espressione più alta è sicuramente la figura di San Nilo e della sua scuola.
Anche la nostra Panaghia Galaktotrophousa, la Madonna che allatta, vive in questo periodo un momento di fulgida tranquillità: i suoi devoti, dediti al lavoro e alla preghiera, si affidano completamente alla sua materna protezione. Questo clima perdura per qualche secolo, resistendo persino dopo la conquista normanna. I Normanni si insediarono con cautela nei loro domini, cercando di rispettare le strutture politiche e sociali preesistenti; tuttavia, favorirono lo sviluppo di nuove entità su cui fare leva per sostenere il regime. Così, se da un lato il culto bizantino non venne palesemente ostacolato, dall’altro si moltiplicarono le fondazioni monastiche latine in tutto il regno, dotandole di beni spesso sottratti a quelli di rito bizantino. I Normanni imposero gradualmente la latinizzazione, in modo particolare al clero, e aprirono al culto chiese di rito latino nei vari paesi della diocesi.
Ed è proprio in questo frangente che la nostra chiesa, intitolata alla PANAGHIA, passa al titolo di “venerabilis ecclesia SANCTAE MARIAE CENTUM FERREIS”, che la tradizione vuole consacrata da Papa Callisto II, accompagnato dai suoi alabardieri, durante il tragitto da Tropea a Mileto.
Per secoli il borgo seguirà le vicissitudini storiche di Tropea e dei suoi Casali. A parte le visite pastorali e qualche episodio di cronaca — come le ribellioni della popolazione contro le angherie e i soprusi dei “Gnuri” tropeani —, Panaia viene, specialmente dal punto di vista urbanistico, completamente ignorata. Mancano fonti che restituiscano la reale condizione del suo isolamento viario: il paese restò a lungo collegato ai centri limitrofi soltanto da disagevoli mulattiere.
La svolta si ebbe con la costruzione della strada reale che univa i Casali alla città di Tropea. La nuova viabilità trasformò le precarie condizioni locali, rendendo infine accessibile il paesetto, tanto da far scrivere al parroco Don Emanuele La Torre(1920/1944):
«E se ora la civiltà, parto della mente di Dio, ha gettato uno sprazzo di luce, dopo tanti secoli di abbandono, su questo estremo lembo della calabra terra — che pure vanta un passato glorioso nella storia dei secoli — unendo questo villaggio al consorzio umano mercé la viabilità e le pietose risorse, esso or sorge salubre, ameno e giulivo, rallegrato dal continuo traffico e dal fraterno saluto d’una infinità di passeggeri che transitano per questa via dai paesi circonvicini. E codesto nuovo stato di cose, che quivi apportò un piccolo benessere, lo si deve alla munificenza del nostro Governo, ma soprattutto alla Madre di Dio, che dispone del cuore e della mente degli uomini e tutto ordina al miglioramento materiale di questo popolo che sta sotto i suoi materni auspici».



Panaia - parte quarta.
All’età di cinque o sei anni, coincidente all'incirca con l’ingresso tra i banchi della scuola elementare, avveniva un passaggio di consegne fondamentale nella vita di ogni bambino di Panaia: l’abbandono dell'abito infantile. Fino a quel momento, per ragioni pratiche, i maschietti indossavano i pantaloncini provvisti di uno spacco, pensato per facilitare i bisogni corporali.
L’acquisto o la confezione casalinga del primo paio di pantaloni chiusi segnava il superamento di quella condizione infantile e l'ingresso in una nuova fase della crescita.
Quel momento era attesissimo dal piccolo, che si sentiva improvvisamente investito della dignità di un vero "ometto".
Immaginate la gioia del nostro protagonista che, orgoglioso del suo nuovo abito, corse fuori per le vie e i vicoli del borgo, desideroso di mostrare la sua nuova condizione ai compagni dei suoi trastulli.
Ma, scontrandosi con gli sguardi degli altri bambini che indossavano ancora l'abito aperto, l'entusiasmo si spense in un istante. Capì immediatamente che il suo giubilo suonava come una gratuita mortificazione nei loro confronti. Disarmato e senza parole, abbassò lo sguardo e riprese, mogio e mortificato, la via di casa.
In quel tempo in cui le famiglie non possedevano nulla di superfluo, i giocattoli non si compravano: nascevano dalla pura fantasia e dalle mani industriose dei bambini. Un semplice pezzo di legno si trasformava in una spada, in un fucile o in una trottola ('u parrocciulu) fatta girare con la perizia di uno spago; quattro stecchi e due rocchi di canna bastavano per assemblare carrettini improvvisati da lanciare lungo le discese sterrate del borgo.



I giochi erano una creazione collettiva che invadeva le piazze e le stradine di Panaia: ci si sfidava a colpire bersagli con sassolini, si correva dietro a un vecchio cerchio di botte spinto con un gancio di ferro, si giocava a “cavallina” oppure ci si accontentava di rincorrersi, di nascondersi tra i vicoli o di tracciare con un coccio il disegno per la campana sulla terra battuta. La povertà di mezzi non spegneva la gioia, ma accendeva l'ingegno: qualunque oggetto scartato dagli adulti diventava, per magia e immaginazione, il tesoro di una giornata d'avventura.
Gli anni della fanciullezza, tuttavia, volarono via con la rapidità di un soffio, portandosi dietro le stagioni dei trastulli e della spensierata felicità.
Molto presto, i giochi cedettero il passo al fardello della sussistenza. La sorte, segnata da un destino quasi immutabile, assegnò a ognuno il medesimo, duro compito dei padri e dei fratelli maggiori: quello del bracciante agricolo. Sotto il sole cocente dell'estate o nel fango dell'inverno, non vi era più spazio per i sogni. Rimaneva soltanto il ritmo continuo e alienante della vanga. Vangare, vangare senza sosta, non con la speranza di un riscatto sociale, ma per il solo e drammatico obiettivo di sbarcare un misero salario e portare a casa un pezzo di pane.




Panaia - parte quinta.
L'innocenza spezzata
Era il 1905. Il padre del nostro protagonista, vedendo che il primogenito inseguiva la vocazione del sacerdozio, decise di piegare le mani del secondo figlio alla terra. Gli assegnò un pezzo di campo incolto, arido e pietroso. Il ragazzo aveva appena quattordici anni. Eppure, sentendo su di sé il peso di un'investitura, nonostante il pietoso stato del terreno, non si tirò indietro. Affondò la vanga nel suolo a colpi decisi, per giorni e giorni senza sosta, dall’alba fino all'ultimo raggio di sole. Rivoltò quel fazzoletto di terra fino a un metro di profondità, a Scirpa, il necessario letto per la nuova piantagione.
Voleva trasformare quella pietraia in un vigneto rigoglioso.
Il campo si trova, tra monte Poro e Panaia, su un poggio della collina che degrada dolcemente verso il mare e gode di un panorama stupendo. Quando la terra fu finalmente domata, soffice e ripulita dalle radici infestanti della gramigna, piantò con devozione i filari di vite selvatica, pronti per l'innesto. Poi, con la saggezza antica e disperata della gente dei campi, volle far fruttare ogni singolo palmo impastato di sudore: tra un filare e l’altro seminò angurie e meloni. In pochi mesi la terra rispose con generosità. Dai tralci innestati spuntarono frutti grossi, turgidi, e le piante di angurie e meloni erano ricchi di grossi frutti e, di fronte alla promessa di un ricco raccolto, il ragazzo ci aveva già comprato il futuro. Con il guadagno di quella vendita avrebbe acquistato due giovenche e aveva già visto nei propri sogni la figura di se stesso fatto massaro.
Ma erano tempi duri, e la roba verde nei campi faceva gola a molti. Specialmente ai pastori che di notte calavano dal Poro, protetti dall'ombra e da una fama delinquenziale che incuteva terrore a tutti. Per difendere il suo tesoro, all'imberbe giovinetto non bastò più la fatica del giorno: si dovette sobbarcare anche il turno di guardia nella notte.
Poi venne la sera del massacro.
Compiendo il giro di perlustrazione insieme a un amico, il ragazzo si trovò di fronte all'orrore. La piantagione era una carneficina. I tralci divelti, le piante vandalmente strappate, le angurie e i meloni spappolati sul terreno, calpestati e razziati con feroce disprezzo.
Alla vista di quel disastro immane, le ginocchia gli cedettero. Cadde nella terra profanata, mentre lacrime di fiele gli rigavano il volto. Il raccolto era finito. Il sogno delle giovenche, la sua dignità, l'orgoglio dei suoi quattordici anni: tutto polvere.
Ma dallo smarrimento nacque un mostro. Il pianto si prosciugò in un attimo, sostituito da un veleno nero. Con il volto sfigurato dall'ira, si alzò di scatto e afferrò il fucile. L'amico, pur fiutando l'odore della morte, non lo lasciò solo. Si misero in marcia, seguendo la scia grossolana e spavalda lasciata dai briganti, convinti che nessuno avrebbe mai avuto l'ardire di inseguirli.
Le orme condussero i due ragazzi dritti al covo. I pastori erano in dodici, coadiuvati da sei cani enormi. Dall'altra parte, solo due mocciosi. Ma il ragazzo non era più un bambino, era un'anima derubata.
La luna piena illuminava a giorno la radura e i due ragazzi, nascosti dietro un poggio, a una cinquantina di metri, furono avvistati. Con la spavalderia dei forti, i pastori aizzarono i cani, che si lanciarono all'attacco latrando come lupi. La risposta non si fece attendere. Giunti a tiro, i ragazzi non pensarono, non tremarono, premettero i grilletti, scaricando colpo su colpo contro la calca, finché i latrati non soffocarono nel sangue.
Incalzati da quella furia inaspettata, i pastori furono presi dal panico e si dispersero nel buio. Allora i due giovanissimi eroi saltarono in cima al poggio, la vista annebbiata dal fumo della polvere da sparo, e lanciarono nel buio un disperato guanto di sfida: «Vigliacchi! Venite fuori a viso aperto, se ne avete il coraggio!»
Dalle macchie scure arrivò solo una minaccia codarda: «Vi denunciamo ai carabinieri!». Aggiungere la beffa al danno fu la goccia finale. La rabbia dei ragazzi esplose in una nuova tempestosa scarica di fucilate. Si udirono grida strozzate di aiuto. Poi, improvvisamente, il silenzio assoluto.
Passati i minuti, smaltita l'adrenalina, il gelo della realtà scese sui due compagni. Senza dire una sola parola, riprendendo la via di casa, si separarono. La notte fu un supplizio. Quei lettucci contadini, prima rifugio di un sonno giusto, diventarono letti di spine. Un tarlo atroce cominciò a scavare nella testa del protagonista: ho ferito qualcuno? Ho ucciso? Il terrore dell'alba e delle manette gli soffocò il petto per ore.
Il giorno dopo, tuttavia, la terra tacque. In paese si favoleggia a lungo degli spari e del finimondo sentito nella notte, ma nessuno sporse denuncia. Nessun carabiniere bussò alla porta.
Quella sproporzionata reazione a un torto subito ridimensionò per sempre la prepotenza dei malavitosi, che per anni non osarono più molestare le campagne di Panaia. Ma per il nostro protagonista niente sarebbe stato più come prima. Quella notte di luna piena e polvere da sparo aveva ucciso il ragazzo e fatto nascere, dalle sue ceneri, un uomo segnato per sempre.

Panaia - parte sesta.
I giorni passavano con monotona, opprimente lentezza.
Un velo scuro, intessuto di amara delusione, era calato a spegnere lo spirito vivace e combattivo del nostro giovane agricoltore.
La distruzione del frutto di un anno intero di immane fatica non era stata solo una perdita materiale: gli aveva letteralmente tarpato le ali, infrangendo sul nascere quel sogno, tanto accarezzato, di un dignitoso e sereno avvenire.
Assomigliava a un giovane uccello che, completato il suo piumaggio e fiducioso nella forza delle proprie ali e nel sostegno dei suoi simili, si era finalmente librato alto nel cielo; ma, colto alla sprovvista e assalito dai predatori, si era ritrovato d'un tratto precipitato a terra, completamente spennato e privo di difese.
Risuonano ancora vive nelle mie orecchie le sue parole, cariche di sommessa disperazione: «Mi sentii lo spirito oscurato e il corpo di tutto denudato».
Da quel momento in poi, una profonda apatia s'impadronì delle sue giornate.
Svuotato di ogni entusiasmo, triste e svogliato, si trascinava ogni mattina verso il solito lavoro, vissuto ormai come un'inutile condanna.
Dentro di sé, tuttavia, il silenzio nascondeva una sofferta determinazione.
Senza far parola con nessuno, scrisse ai parenti in Argentina supplicando un atto di richiamo per poter spezzare quella gabbia e uscire da uno stato divenuto insostenibile.
Un desiderio nato dal dolore che, di lì a poco, trovò finalmente compimento.

Panaia - parte settima.
Correva l’anno 1907.

Il nostro protagonista aveva solo 16 anni quando ricevette l'avviso di nulla osta per la partenza verso l'Argentina.
Su quel viso che era diventato scarno e inespressivo ritornò splendido il sorriso.
Si fece strada di nuovo la speranza di cambiare la sua condizione di contadino. Nel suo grande cuore e nella mente custodiva il sogno di poter fare fortuna, per poi ritornare al proprio paese con la ricchezza indispensabile ad alleviare le sofferenze dei genitori, dei fratelli e di tutti i suoi cari.
Il padre era corrucciato per la perdita di quella forza lavoro su cui tanto aveva sperato. La mamma, piccola di statura ma forte nello spirito, nascondendo l'apprensione e il dolore, si mise subito all’opera per preparare un bauletto con tutto il necessario per la vita che attendeva il suo figlioletto in quella terra lontana.
Giunto il momento dei saluti, con il cuore dolorante e un groppo in gola, abbracciò la mamma, i fratelli, gli amici, e si congedò dalle case e dalla campagna amata.
Accompagnato dal padre, con il bagaglio sistemato sull’asina, percorse a piedi i cinque chilometri necessari per raggiungere la stazione di Ricadi.
Era elettrizzato, spaesato ed emozionato: fotografava nella mente ogni cosa, dalle persone ai sassi della strada, ciascun dettaglio della sua terra.
Infine, un abbraccio e una pacca sulla spalla dal rassegnato padre, prima di salire sul treno verso la meta predestinata.
Raggiunta Genova e imbarcatosi sul piroscafo Ravenna, al suono della sirena e alla vista di quei pianti e dei fazzoletti bianchi sventolanti sul molo, sentì il corpo raggelarsi mentre la nave prendeva il largo.
Per la prima volta quel tenero fanciullo lasciava il paese natio e la Patria.
Liberatosi finalmente dal nodo che gli attanagliava lo stomaco per la tensione accumulata, gli occhi gli si riempirono di lacrime, impedendogli di ammirare il grande e bellissimo porto di Genova e la sua terra che svaniva lentamente all'orizzonte.
Durante i trenta giorni di traversata non riuscì ad avere altro che un'immagine sfocata dell'ambiente circostante: un velo opaco copriva ogni cosa ed offuscava persino i ricordi più nitidi della sua fanciullezza. Era triste e, per la prima volta, si sentì veramente solo.
Dopo trenta interminabili giorni di orizzonti fatti soltanto di cielo e mare — a volte sballottati da onde tempestose, tra piogge, temporali e giornate radiose di sole, martellati dall’assillante pensiero di ciò che ciascuno aveva lasciato e dall’ansia per un futuro incerto —, al grido «Terra! Terra!», poterono finalmente ammirare all'orizzonte le agognate sponde dell'Argentina.

 

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