di Francesco Nitti
Nota introduttiva di Alfonso Pascale
La presente “cronaca” dell’insurrezione di Matera contro i tedeschi in ritirata, intenti a compiere ogni forma di violenza su persone e cose che incontravano per strada, apparve per la prima volta nella rivista “Il Movimento di Liberazione in Italia”, maggio 1954, n. 30.
L’autore, Francesco Nitti, era un professore di lettere che, durante la rivolta popolare di dieci anni prima, prestava il servizio militare, come sottotenente di complemento, nella sua città e si era posto alla guida dei ribelli. Nel dicembre 1952, era apparso nell’”Illustrazione Italiana” un articolo di Carlo Levi che rievocava l’avvenimento rielaborando i resoconti orali di amici materani. Nitti aveva notato che nel pezzo dello scrittore torinese, «suggestivo per la interpretazione della insurrezione, intesa come “rivolta dei contadini”, i fatti erano in parte quasi del tutto inesatti e in parte inventati». Il ritardo del professore nella pubblicazione della sua “cronaca” era dovuto alle difficoltà politiche in cui ben presto si erano venuti a trovare, soprattutto a Matera, molti intellettuali democratici non inquadrati in grandi partiti.
Nitti era stato tra i fondatori della sezione materana del Partito d’Azione. Ma nella fase conclusiva di quell’esperienza (autunno del 1947), non aveva aderito a nessun altro partito, non condividendone soprattutto le forme autoritarie e verticistiche della loro vita interna e le logiche di potere che ne caratterizzavano l’iniziativa. Intellettuale di minoranza, aveva voluto dare il suo contributo nel consiglio comunale di Matera, risultando eletto nel 1952 in una lista di orientamento democratico e socialista. Motivi di speranza aveva, infatti, suscitato in lui una ricerca animata dal filosofo e storico delle culture Friedrich George Friedmann e finanziata dall’UNRRA-Casas sui Sassi di Matera che porterà alla costruzione del famoso villaggio “La Martella”. Nitti era entrato a far parte del gruppo di studio come storico, insieme a Eleonora Bracco (archeologa), Lidia De Rita (psicologa), Federico Gorio (architetto), Rigo Innocenti (assistente sociale), Giuseppe Isnardi (geografo), Gilberto Antonio Marselli (sociologo), Rocco Mazzarone (medico), Giuseppe Orlando (economista) e Tullio Tentori (antropologo). La segreteria era stata affidata a Giovambattista Martoglio mentre il coordinamento a Ludovico Quaroni (Urbanista) dell’INU, all’epoca presieduto da Adriano Olivetti. Il professore materano aveva dato il meglio di sé, impegnandosi in una ricostruzione storica della città che rimarrà fondamentale anche in seguito (lo studio verrà pubblicato nel 1956 con il titolo “Matera: una città del Sud”). Il mondo contadino dei Sassi vi è analizzato nei suoi molteplici movimenti non solo sociali ma anche culturali e religiosi. Una ricostruzione piena di fatti, di dati, anche di numeri, esente da preoccupazioni di parte, con un linguaggio scarno, essenziale, privo di abbellimenti e facili illusioni. Il villaggio “La Martella” si realizzerà, ma la visione dello sviluppo che quegli studi proponevano, imperniata sui percorsi partecipativi dal basso, verrà presto accantonata.
Nel 1956 accetterà la candidatura nella lista di Comunità, condividendo di quel movimento “l’azione di natura educativa, sociologica ed amministrativa svolta attraverso riunioni di studio, dibattiti e conferenze”. Delle sue numerose iniziative, mi piace ricordare una in particolare: nel 1957 porterà in consiglio comunale la proposta di creare un’azienda agricola da affidare in cooperativa agli aventi diritto sui demani comunali di Picciano e Lucignano. Una proposta lasciata marcire, preferendo la facile soluzione di assegnazioni in piccole quote effettuate dall’Ente Riforma.
Nel 1965 lascerà Matera per trasferirsi a Molfetta dove svolgerà la funzione di preside dell’Istituto Magistrale. Si dedicherà esclusivamente alla scuola, convinto che lo studio fosse l’unico vero strumento di riscatto sociale per i giovani del Sud. Morirà nel 1979. In una lettera a Leonardo Sacco del gennaio 1970 è consegnato il suo stato d’animo nei confronti della città natale: «A Matera non vengo più per non rinnovare il rimpianto di una compagnia disciolta». Un amore intenso ma contrastato con il suo luogo d’origine.
Leggendo la “cronaca” che qui si propone, si resta colpiti dallo schietto stile antiretorico, dalla cura dei particolari e dalla sobrietà con cui è descritto il ruolo dell’autore. Appare evidente una ritrosia a mettere pienamente in luce la funzione di direzione svolta. Nei decenni successivi, il saggio (ma anche altri scritti sulla storia di Matera) non troverà editori disposti a toglierlo dal buio del tempo passato. Bisognerà aspettare il bel volume di Aldo De Jaco “1943: la Resistenza nel Sud” (Argo 2000) per vedere riportata integralmente la “cronaca” di Nitti e, infine, l’edizione digitale del saggio a cura di Domenico Scavetta e Felice Lisanti, disponibile gratuitamente in rete dal 2020, per iniziativa dell’Associazione culturale “Energheia”.
Il 17 novembre 2016, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, consegnerà alla Città di Matera la Medaglia d’Oro al Merito civile, per gli eventi del settembre del 1943, con la seguente: «Durante gli ultimi giorni di permanenza dei tedeschi in città, la popolazione materana, sempre più esasperata dalle distruzioni, dai saccheggi e dai soprusi compiuti dagli invasori che si preparavano alla ritirata, si rese protagonista di atti di eroismo e di martirio per contrastare la violenza perpetrata dagli occupanti, sia nel centro urbano che nelle campagne, che causò rastrellamenti e numerose vittime innocenti. Splendido esempio di identità comunitaria e alto spirito umanitario, orientati a affermare i valori di libertà e giustizia».
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Sono passati dieci anni da quando finì la guerra per noi a Matera contro gli Inglesi e gli Americani e cominciò quella contro i tedeschi. Il 3 agosto 1943 ero stato trasferito al Comando Sottozona P. I. e D. A. P. (protezione impianti e difesa antiparacadutisti) per avvicinarmi alla famiglia. Al Comando trovai il Maggiore dei Carabinieri Luigi Bigioni, il Capitano dei Carabinieri Giuseppe Cozzella, il Capitano di Fanteria Francesco Toscano e una decina di soldati, alcuni più giovani del Nord, altri più anziani che avevano famiglia qui o in provincia. I reparti dipendenti erano nuclei di circa 20 uomini ognuno, distaccati in alcuni paesi della provincia o di guardia ai ponti ferroviari. Il Comando disponeva di un proprio centralino telefonico per la più rapida e diretta comunicazione col Comando di Corpo d’Armata di Bari e con gli stessi nuclei dipendenti.
La prima dichiarazione di guerra ai tedeschi fu quella del Proclama Badoglio del 9 settembre: ma si capiva e non si capiva.
Qualche giorno dopo telefonammo (il nostro era in città l’unico telefono efficiente dopo il 12 settembre, oltre quello della Società Elettrica; i tedeschi avevano distrutto gli altri) a Bari per avere, istruzioni.
I civili si rivolgevano anche a noi per avere protezione e aiuto, giacché cominciavano a sentirsi malsicuri e indifesi di fronte ai tedeschi; il nostro tenente Comandante del Nucleo di Pisticci ci aveva telefonato chiedendo che cosa doveva fare con i tedeschi che distruggevano e rapinavano. Gli avevamo risposto di «attenersi al Proclama Badoglio», perché così ci avevano anche telefonato da Bari, ma egli non sapeva che cosa fosse; perciò telefonammo di nuovo a Bari. Risposero «Trattate i tedeschi come nemici e agite in conseguenza». Il fonogramma fu portato al Comandante del Presidio Militare di Matera, Maggiore dei Carabinieri D’Amato. Questi ordinò invece di non far nulla e autorizzò gli ufficiali e i soldati di stanza a Matera a mettersi in abito civile per misura prudenziale.
C’era a Matera un battaglione di allievi avieri con una trentina di ufficiali. Dopo l’armistizio gli ufficiali si divisero in due gruppi: uno più numeroso fu col Maggiore Comandante Meloni, ex seniore della milizia fascista, l’altro fu per Badoglio. Il primo gruppo, convinto che l’armistizio fosse un tradimento, si allontanò dalla Città, per riprendere più a nord la guerra contro gli alleati, si disse; l’altro gruppo si disperse. Quelli che avevano abiti civili abbandonarono la divisa militare e si confusero con la popolazione. Gli avieri si squagliarono; un plotone di essi fu fatto schierare sulla piazza principale e, mentre un tedesco raccoglieva i moschetti che gli avieri consegnavano uno dopo l’altro a turno, un altro tedesco fotografava l’episodio con una macchina cinematografica. Erano dei ragazzi questi avieri; contenti di ritornare a casa, si procurarono abiti civili presso la popolazione che li accolse come figliuoli e li aiutò in ogni modo a cavarsi d’impiccio.
Dopo il disarmo del battaglione i tedeschi si recarono con largo spiegamento di forze negli uffici militari per sottrarre armi, automobili ed altro.
Feci in tempo a portar via dal mio Comando (il mio maggiore era ammalato e gli altri due ufficiali al momento dell’irruzione dei tedeschi erano fuori) quasi tutte le carte, la macchina da scrivere e due cassette di bombe a mano.
C’erano delle cantine sotterranee presso il Comando sito in Via S. Biagio, e perciò domandai che vi conservassero quelle cose, ma nessuno volle saperne, perché avevano paura dei tedeschi. Decisi allora di nascondere tutto a casa mia, che distava appena 300 metri dal Comando. Le cassette furono portate una per volta, avvolte in coperte militari, dal prof. Eugenio Turri (un mio amico che giocava a rifare il Risorgimento, così diceva) e dal soldato Mario Magno, scritturale.
Una cassetta fu da me occultata, in un ripostiglio a casa mia e l’altra nella stalla dell’Ing. Staffieri, vicino di casa. I moschetti i soldati li nascosero sotto le brandine; sicché quando arrivarono i tedeschi non trovarono armi. Si presero dal garage un’automobile fiammante, avuta da poco e, dopo aver reso inservibili le motociclette, se ne andarono.
Questo accadde una settimana, o poco più, prima del 21 settembre. I tedeschi facevano qui a Matera da padroni dopo l’armistizio; avevano sistemato il comando nel palazzo della Milizia, ma lì si vedeva circolare anche negli uffici del comando 5 del Gruppo dei Carabinieri, dei quali pare che ve ne fossero una ottantina in Matera; il Maggiore di questi, comandante del Presidio Militare, era visto ogni giorno per la strada o in ufficio in compagnia degli ufficiali tedeschi e correva voce che nutrisse sentimenti germanofili: manteneva, comunque, un atteggiamento di eccessiva acquiescenza ai tedeschi.
Nei pochi giorni fra il 10 e il 20 settembre questi incendiarono i carri ferroviari e una o due littorine della Calabro-Lucana, distrussero il deposito ferroviario; per le strade della città e nelle case rapinarono orologi da polso, occhiali, apparecchi radio e altri oggetti, disarmarono ufficiali italiani e, fra questi, il Colonnello Rocco Sanseverino, ch’era a capo dell’ufficio della protezione antiaerea. Di qui l’odio di tutta la popolazione contro di loro ma anche certo diffuso risentimento contro le forze dell’ordine e contro i militari che lasciavano fare e non intervenivano.

Il Palazzo della Milizia fatto esplodere
Gli ostaggi
Il giorno 18 settembre, cinque soldati del genio telegrafisti, tutti della provincia di Lecce, da Torre del Greco facevano ritorno a casa loro, in abiti civili. Catturati dai tedeschi, mentre si avvicinavano a Matera, furono rinchiusi in una sala dell'ultimo piano del palazzo della Milizia. Qui furono costretti a scopare i pavimenti di tutte le sale del palazzo e non ebbero né da mangiare né da bere.
Uno di essi il giorno dopo chiese ad uno dei tedeschi, posti di guardia alla sala degli ostaggi, un tozzo di pane ma fu battuto: così stettero per tre giorni, dormendo per terra.
Furono interrogati dal prof. Bronzini, chiamato per fare da interprete; dissero chi fossero, donde venissero e dove andassero. Niente altro. Il giorno in cui erano stati presi, avevano trovato nel palazzo tre materani catturati il giorno prima, ma questi furono poi mandati via dagli stessi tedeschi in seguito all'intervento del maggiore D'Amato.
Il 19 settembre i tedeschi menarono al famigerato palazzo altri quattro ostaggi: erano civili catturati mentre venivano a Matera per un processo giudiziario. Di essi uno era avvocato e l'altro ufficiale giudiziario.
Il 21 furono trascinati due soldati che si trovavano a casa a Matera in abito civile (Farina, il figlio diciannovenne del «Siciliano», un noto commerciante di Matera, e Tataranni). Poco dopo giunse lo stesso Siciliano.
Egli, avendo saputo che i tedeschi avevano catturato il figliolo mentre tornava a casa dopo l’armistizio, si era recato al comando tedesco per implorare la liberazione del figlio dietro compenso in denaro: ma i tedeschi presero anche lui.
Nel pomeriggio del 21 settembre fu catturato anche un ragazzo di sedici anni, tale Vincenzo Luisi.
Questi portò la notizia agli altri che «c'erano già gli inglesi».
C'era infatti qualcosa di nuovo. Il giorno prima gli ostaggi avevano anche inteso un crepitio di mitragliatrici. Si seppe poi che i tedeschi avevano sparato contro un gruppo di giovani che venivano in città dai Cappuccini.
Erano militari sbandati; uno di essi, il bersagliere Sebastiano Leo di 23 anni da Copertino (Lecce) del 307 N.A.P. di Bucciano (Benevento) era stato ferito e, aiutato dagli altri, era riuscito a fuggire per i campi.
Si sentiva ora farsi sempre più vicino il rombo dei cannoni; erano le truppe alleate che muovevano lentamente da Montescaglioso.
I tedeschi si davano da fare. Nel palazzo della Milizia c'era tutto un tramestio di cose e di persone. All'orecchio degli ostaggi pervennero dei forti colpi come di oggetti pesanti che i tedeschi andavano collocando dietro la porta della prigione e un po' dappertutto.
Nel tardo pomeriggio, un gruppo di tedeschi irruppe nella prigione con le armi alla mano e uno di essi, come gli altri irritato, gridò ai disgraziati prigionieri:
«Voi popolo di Matera sparare contro di noi» e non disse altro.
Usciti di prigione, i tedeschi ebbero cura di chiudere bene la porta. I poveri ostaggi capirono e cominciarono a non avere più dubbi sulla sorte che li attendeva; il Siciliano abbracciava il figliolo e piangeva.
Si sentivano ora più chiari i colpi di fucile e di mitragliatrici intercalati dallo scoppio di bombe.
I prigionieri s'affacciarono dall'alta finestra che dava sulla strada dei Cappuccini e videro qui appostate alcune mitragliatrici che i tedeschi cominciarono a ritirare sul far della sera. Poco dopo, un immenso fragore e fiamme di fuoco avvolsero l'edificio.
Il palazzo, precedentemente minato, era stato fatto saltare in aria.
La scintilla
Che cosa era accaduto in città, a poco più di 500 m dal palazzo della Milizia?
In quel pomeriggio assolato c'era stata un'insolita animazione nella piazza centrale. La gente parlava con preoccupazione della guerra che era alle porte di casa. Si sentiva infatti distintamente il rombo del cannone e il frequente crepitio della mitragliatrice. Non si sapeva bene come stessero le cose e correva voce che le avanguardie degli alleati si erano mosse da Montescaglioso e muovevano su Matera. Avevano, forse, le avanguardie agganciato le truppe tedesche in ritirata?
Dopo le ore 16, la sparatoria si fece più intensa: fu fatta sgombrare la piazza. Ogni tanto passava di corsa una motocarrozzetta tedesca. I Materani si allontanavano frettolosamente per raggiungere le case.
Verso le ore 16.30, mi recai come di consueto al mio comando. Mi ero rimesso la divisa di ufficiale dopo diversi giorni in cui avevo dovuto, come gli altri, indossare l'abito civile.
In ufficio trovai i militari di servizio, il caporale maggiore Guido Mariani, il caporale Domenico Abate, l'autiere Primo Gianatti, l'autiere Elio Colturi, il geniere Marco Marchini. Il maggiore comandante era assente perché ammalato. E gli altri due capitani non erano ancora venuti.
Dopo un'ora appena, fui sorpreso da esplosioni di bombe a mano e di colpi d'arma da fuoco sparati nelle vicinanze.
Subito dopo, l'autiere Gianatti ch’era uscito poco prima, si precipitò al comando per avvertirmi che il capitano Cozzella, in servizio con me alla sottozona con altri due nostri militari, Vassalli e Zaffaroni, avevano iniziato il fuoco contro due tedeschi, intenti a saccheggiare l'oreficeria della signora Michelina Caione in via San Biagio a circa 200 metri distante dall'ufficio del nostro comando. Questa fu la scintilla della rivolta dei Materani.
Non c'era stata nessuna preparazione né organizzazione politica. Lo stesso incidente sorprese e turbò i nostri militari autori del fatto. Nell'oreficeria al momento in cui entrarono il capitano e i due militari della Sottozona seguiti da due finanzieri (il tenente Prospero Giangrasso, il brigadiere Gabriele Gargano), occasionalmente incontrati, erano la proprietaria del locale (il marito era alle armi), la mamma di lei, due cognati e il suocero, nonché tre agenti di pubblica sicurezza (Francesco Apruzzi, Giuseppe Cardillo e Salvatore Pafundi).
I tedeschi stavano facendosi consegnare dalla proprietaria del negozio anelli e altri oggetti. Il capitano aveva chiesto loro che cosa intendevano fare di quegli oggetti ed essi fecero capire che intendevano portarli via «per ricordo». Il capitano chiarì che non si trattava di oggetti d'oro, credendo così di convincerli ad allontanarsi ma essi continuarono nella loro opera di rapina, assumendo un aspetto sempre più sospettoso e minaccioso, evidentemente a causa della presenza nel piccolo negozio di ben undici uomini, oltre alle due donne.
Fu allora che i due militari della Sottozona, Vassalli e Zaffaroni, improvvisamente si lanciarono sui due e fecero fuoco con le pistole che portavano in tasca già pronte per lo sparo.
Uno dei due tedeschi cadde subito, l'altro ferito riuscì a impugnare la pistola mitragliatrice e a sparare due colpi, senza che per vero miracolo alcuno deipresenti fosse colpito; quindi ferito si lanciò fuori dal negozio ma, colpito in pieno da una bomba a mano lanciatagli contro da uno dei due militari, cadde anch'egli sulla strada davanti al negozio.
Un tedesco rimase nel negozio – non fu gettato dalla finestra, come è stato scritto dal Levi – e l’altro sulla strada.
Tutti allora fuggirono, dopo aver calata la saracinesca del negozio.
Solo i due soldati si fermarono per trascinare il morto, ch’era sulla strada, giù per una rapida scalinata («la scaricata») che immetteva ai Sassi, allo scopo di occultarlo.
Fu in quel momento ch’essi furono visti da altri due tedeschi che passarono di là in motocarrozzetta.
Questi, capito di che si trattava, tornarono indietro rapidamente per raggiungere gli altri e darlo allarme.
In breve, tutta la Città fu piena di spari.
Al Rione S. Biagio
Si combatté nel Rione S. Biagio intorno al Comando Sottozona, nella piazza centrale di Matera di fronte al magazzino vestiario ed equipaggiamento della Guardia di finanza, in via Cappelluti alla Caserma di finanza; ma azioni sparse ed isolate si ebbero un po' dappertutto nella zona pianeggiante della Città.
Alla Sottozona si presentarono alcuni civili a chiedere armi; ricordo il prof. Turri, il negoziante Giovanni Dragone, il contadino Di Cuia, il rag. Mario Fiore, il rag. Serafino Grande, ma anche altri si presentarono, dei quali non fu possibile allora prendere i nomi. Mandai subito per le due cassette di bombe a mano che avevo precedentemente fatto nascondere e le feci distribuire; i nostri militari ripreso i moschetti nascosti e molte munizioni; molti altri civili, artigiani e contadini armati di fucili da caccia si presentarono chiedendo di combattere.
Li divisi in gruppi per difendere la sede del Comando e per impedire ai tedeschi d’irrompere per Via T. Stigliani nelle zone dei Sassi. I tedeschi, in seguito al fuoco moltiplicato contro di loro si ritirarono al di là dei giardini pubblici, donde più tardi iniziarono il bombardamento del Rione S. Biagio a mezzo di cannoncini anticarro. Furono così danneggiati l'edificio della Sottozona, colpito da due proiettili, dei quali uno inesploso, le case adiacenti e molte abitazioni popolari.

Un episodio di eroismo
L'episodio più fulgido della giornata fu quello di Emanuele Manicone, esattore della Società Elettrica. Era costui un pacifico cittadino di 44 anni, ammogliato, di cultura elementare e lontano dalla politica.
Il caso volle che egli si trovasse a passare per Via S. Biagio mentre venivano uccisi i due tedeschi.
Fu allora che egli, eccitato alla vista del sangue, brandendo un coltello a serramanico che aveva in tasca, si mise ad urlare contro i tedeschi; correndo poi verso la piazza centrale, gridò ai rari passanti ancora attoniti e ignari: «Hanno ucciso due tedeschi, correte alle armi, muovetevi».
Giunto in piazza entrò nella bottega del barbiere Campanaro. Seduto sulla poltrona, con la faccia insaponata era un maresciallo austriaco che si stava facendo fare la barba. Manicone lo accoltellò ad un fianco (il maresciallo non morì ma, curato all'ospedale civile, fu consegnato ai Canadesi) ed uscì poi fuori continuando sempre a gridare.
Si sentiva già il frastuono delle motocarrozzette dei tedeschi che si avvicinavano alla piazza. I pochi finanzieri di guardia al loro magazzino vestiario, sito in piazza, temendo di essere sopraffatti, mandarono Manicone alla loro Caserma in Via Cappelluti per informare il tenente Comandante della Compagnia di quanto stava accadendo.
Manicone non se lo fece dire due volte. Impossessatosi della pistola tolta al maresciallo da lui ferito e sempre gridando, col coltello ancora insanguinato in mano, si precipitò alla Caserma di finanza per dare l'allarme.
Di qui uscirono subito armati il maresciallo Gaetano La Cascia, il brigadiere Antonio Intermite e i finanzieri Vincenzo Rutigliano e Pietro Fullone, seguiti dallo stesso Manicone.
Giunti all'angolo di Via M. Torraca, essi si imbatterono in due motocarrozzette tedesche con a bordo sei soldati i quali aprirono il fuoco con pistole mitragliatrici. I finanzieri risposero al fuoco con le loro armi.
In questo scontro tre tedeschi furono costretti ad abbandonare la motocarrozzetta perché feriti e furono presi a bordo della seconda, la quale si allontanò precipitosamente.
Sulla Via Cappelluti erano scesi il Sottotenente della Guardia di finanza Tommaso Cavacece, il brigadiere Francesco Cipriani, l'appuntato Giovanni Zoli e i finanzieri Donato Loprieno, Leopoldo Maccherozzi e Vincenzo Rutigliano. Altri tedeschi erano intanto sopraggiunti e sparavano.
Caddero allora il finanziere Rutigliano e Manicone.
Questi si trascinò in una casa in Via Torraca e qui, assistito da alcuni civili morì poco dopo.
I finanzieri si ritirarono allora nella caserma e l'apprestarono a difesa. Poco dopo alcuni civili li raggiunsero per combattere con loro: fra questi era tale Ganger, che si qualificò ufficiale inglese dell'8ª Armata: era venuto a Matera pochi giorni prima sotto falso nome, per svolgere servizio d’informazioni.
Dalle finestre della caserma e dalle terrazze delle abitazioni civili adiacenti, i finanzieri fecero fronte ai ripetuti attacchi dei tedeschi.
Più tardi, verso le ore 18.30, arrivarono notevoli rinforzi di truppe tedesche provvedute di armi automatiche pesanti e leggere, nonché di cannoncini anticarro, con cui spararono contro l'abitazione del farmacista Raffaele Benevento, scambiandola forse per la caserma di finanza. Questi fu colpito a morte e altri furono feriti più o meno gravemente.
Anche i tedeschi ebbero perdite. Al calare delle prime ombre della sera essi, dopo aver caricato sugli autocarri i loro feriti e i morti, si ritirarono.
Alla Società Lucana di Elettricità
Mentre si combatteva in più parti della Città, numerosi altri tedeschi erano corsi poco dopo le ore 17 alla sede della Società Lucana di Elettricità, con l'evidente proposito di distruggere la cabina elettrica. Aperta violentemente la porta gridarono agli impiegati, agli operai, ai due ingegneri di uscire; e poiché qui erano le abitazioni del personale di servizio, anche i familiari furono spinti sulla strada.
Uno degli operai si nascose fra le macchine. Quando tutti furono usciti dai locali, mentre alcuni guastatori provvedevano in tutta fretta alla posa di due mine nella sala macchine, gli altri, con improvviso e violento fuoco di mitragliatrici e di fucili mitragliatori, uccidevano l'ingegnere Raul Papini, Pasquale Zicarelli impiegato e Michele Frangione studente diciannovenne, figlio di Salvatore Frangione, impiegato della Società.
L’ingegnere Mirko Cairola e Salvatore Frangione furono gravemente feriti, quest'ultimo decedette poi presso l'ospedale. La signora Maria Di Nava, moglie dell'ing. Cairola, si salvò gettandosi a terra mentre i tedeschi sparavano. Le due mine non causarono alcun danno, perché una esplose senza effetto e l'altra non esplose affatto.
Dopo questa prodezza i tedeschi si accingevano a recarsi al deposito e all'officina della Sita col proposito di distruggerli, ma vi rinunciarono forse perché non si sentivano più sicuri o perché ricevettero ordine di ritirarsi.
Questi gli episodi più rilevanti dell’insurrezione.
Meno noti gli altri numerosi episodi di Materani che con fucili da caccia e con pistole, dalle finestre e dalle terrazze sparando sui tedeschi, ne disturbarono l'affrettato ripiegamento.
Si sparò nella piazza centrale del magazzino di vestiario della finanza e dal folto della piccola Chiesa Mater Dei su cui si era inerpicato il contadino Di Cuia con altri due; si sparò dalle finestre di alcune case di Via Nazionale sulla colonna tedesca in ritirata; si sparò dalla Prefettura. Un gruppo di agenti di P.S., scavalcando alcuni muri di cinta e facendosi una breccia nel muro dell'edificio delle carceri, riuscirono a postarsi di fronte ai giardini pubblici dove erano i tedeschi con mitragliatrici: un ragazzo del Sasso, con gravissimo pericolo della vita riuscì a penetrare nella Questura dove si fece riempire le tasche e un fazzoletto di munizioni per pistole automatiche, che portò ai militari della Sottozona nel Rione S. Biagio.
Il parroco di S. Giovanni Battista, Mons. Marcello Morelli, era uscito sulla piazzetta antistante alla Chiesa e di là rincuorava militari e civili che accorrevano ai posti dove si combatteva.
Verso le otto di sera i tedeschi abbandonarono la città dopo aver bombardato, senza discriminazione alcuna, le case, gli uffici e le Chiese. In duplice fila lungo i margini della strada che porta alla Via di Altamura, intorno ai loro cannoni e armati di fucili mitragliatori continuarono a mitragliare le finestre, le porte chiuse e perfino i muri per proteggere la ritirata.
L'ultimo barbaro gesto, prima di allontanarsi dalla Città, fu la rappresaglia feroce contro gli ostaggi rinchiusi nel palazzo della Milizia ch’essi fecero saltare in aria. Uno solo degli ostaggi sopravvisse, Giuseppe Calderaro.
La notte nessuno dormì. Si raccolsero i morti di Via Cappelluti e della Società Elettrica; i feriti furono portati all'Ospedale; furono perfezionate le opere di difesa. I contadini dei Sassi venivano e chiedevano armi. Non avevamo che bombe a mano e queste essi si portavano nei fazzoletti o nelle tasche. Qualcuno non sapeva usarle e imparò subito quella notte.
Chiedevano che cosa bisognava fare e si prodigavano in ogni modo. Le donne non piangevano; avevano messo a letto nei loro tuguri i più piccoli e con gli altri vegliarono aspettando il nuovo giorno.
All'alba fu perfezionata la difesa del Rione S. Biagio; tutti i carri agricoli che erano sulla Via T. Stigliani furono messi disordinatamente sulla strada per chiuderla.
Molti altri civili si presentavano per chiedere armi. C'erano ancora delle bombe a mano e finimmo di distribuirle; Liuzzi, uno dei miei giovani scolari ebbe un moschetto. Altri da soli o in gruppi prendevano iniziative e si appostavano nei punti nevralgici del Rione. Eravamo certi che i tedeschi sarebbero tornati ed eravamo decisi a ricominciare.
Nelle prime ore del mattino molti abitanti del piano si riversarono nei Sassi per cercare rifugio nelle grotte.
Donne con bambini sulle braccia ancora assonnati e uomini carichi di indumenti, famiglie intere di «signori» e di professionisti, per la prima volta forse conobbero la miseria dei cavernicoli.
Il tedesco trascinato morto giù per la «scaricata» durante la notte era stato pietosamente coperto da un lenzuolo bianco, tutto toppe e buchi. Casavola, uno dei nostri soldati, gli aveva tolto la pistola mitragliatrice. Una povera contadina, una vecchia che aveva ancora i figlioli ªªlontano alle armi, era vicino al morto quando noi alle ore 7 del 22 settembre andammo a rivederlo. Lo guardava con senso di accorata e materna pietà e diceva in dialetto, indicandolo a noi: «Che peccato, era anche lui un figlio di mamma. Perché tutto questo?»
Più tardi, mentre temevamo il ritorno dei tedeschi, arrivò invece dalla parte opposta della Città un motociclista canadese e non negro, come si è detto; era la staffetta delle avanguardie del reparto del «Gatto Nero» dell’8ª Armata Britannica, che misero piede in Città un'ora dopo. Era il segno della liberazione.
Molti gli furono addosso presi da gioia incontenibile, lo sollevarono dalla macchina e lo abbracciarono e lo baciarono con le lagrime agli occhi; lo portarono in trionfo sulle braccia in Prefettura e di là lo spinsero ad un balcone per mostrarlo alla folla plaudente che accorreva dalle case e dalle grotte dei Sassi.
C’erano allora artigiani e professori, avvocati e contadini, donne, vecchi e bambini, militari in divisa e militari in abito civile: c’erano tutti, quel giorno, e si sentivano uniti e accomunati nella gioia della liberazione, così com’erano stati uniti nella lotta contro gli oppressori.
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Da quel giorno sono passati dieci anni nella storia di questa Città.
Molte cose sono accadute. Di Cuia, il contadino che lanciava contro i tedeschi le bombe a mano come castagne, è stato carcerato per aver conservato in casa quelle che non erano servite. Qualcun altro, che fu con noi, è morto portando con sé il ricordo di quel giorno. Quegli altri ai quali i tedeschi portarono via la radio e altri oggetti aspettano che qualcuno restituisca loro qualcosa.
Ci hanno insegnato a votare e abbiamo già per due volte da allora scelto il sindaco della Città.
Sul luogo dove era il palazzo della Milizia è sorto un edificio di case popolari; i bambini giocano intorno al cippo marmoreo che ricorda sul posto la strage efferata. I due tedeschi uccisi nell'oreficeria riposano nello stesso cimitero di Manicone, accanto ai nostri morti. Gli uffici e le case danneggiate dal bombardamento sono stati riparati; qualche muro conserva ancora le tracce evidenti della violenza ricordata anche da una lapide posta sulla facciata del Palazzo di Governo:
Nel tragico giorno 21 – IX - 1943
mentre i tedeschi devastatori
compivano orrenda strage
di ostaggi innocenti
il popolo materano sorto in armi
cacciava il feroce nemico
e col sacrificio
dei suoi animosi figli
si ridonava alla libertà.
Monito agli oppressori
incitamento agli oppressi.
Molte cose sono dunque accadute in questi dieci anni, sicché comincia ad affievolirsi il ricordo di quella giornata. Ma noi sentiamo che tutto ciò che accadde quel giorno non accadde invano e non sarà, sentiamo confusamente che in quel giorno accadde qualcosa che non era mai accaduto. Non era mai accaduto prima di allora che tanta gente di diversissima condizione sociale, si trovasse unita di fronte al comune pericolo.
È forse questo l'insegnamento della insurrezione dei Materani, la quale resta come il primo esempio nella storia della liberazione italiana nel Mezzogiorno.


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