di Ettore Ianì
Viktor Orban, simbolo della reazione nazionalista e archetipo del sovranismo, dopo sedici anni di governo, subisce una clamorosa debacle. A sconfiggerlo è stato Péter Magyar, leader di Tisza, Partito del Rispetto e della Libertà, forza politica di centro-destra conservatrice.
L’ Ungheria cambia volto politico con la fine dell’era Orban? La sinistra e i progressisti fanno bene a celebrare il grande trionfo di Tisza, che conquista la maggioranza dei due terzi dei seggi, spesso con gioia condivisa e intensa?
Viktor Orban
Sebbene il conservatore Magyar e fermamente pro-Ue è condivisibile quello che ha sostenuto il leader della sinistra Pedro Sanchez che ci troviamo di fronte ad “una vittoria per i valori europei”? Oppure quello che scrive Renzi che “Vince l’Europa, perdono i Maga”? O ancora quello che sostiene Elly Schlein che ha parlato, a In onda su la 7, di “immagini meravigliose ed emozionanti e della fine di una stagione politica dei sovranisti”? Del resto, anche le reazioni dell’Europa sono improntate sull’entusiasmo, sul fervore e ottimismo. La presedente della commissione Europea Ursula von der Leyen parla di “una vittoria gloriosa”, mentre il presidente Emanuele Macron dichiara che “avanza un’Europa più sovrana”. Anche noi siamo fiduciosi che si sbloccherà il mega-prestito Ue da 90 miliardi all’Ucraina, di cui Kiev ha urgente bisogno, e che i legami con la Nato si rafforzeranno. Ma siamo sicuri che la politica dei veti che hanno inceppato l’Europa, a causa della politica ricattatoria di Orban, si sbloccherà agevolmente e che la sinistra con questa strabiliante vittoria di Magyar vivrà sonni tranquilli?
Peter Magyar
La cocente sconfitta di Orban ha certamente travolto i suoi alleati tradizionali, da Trump a Meloni, da Putin a Salvini, con a caso hanno mestamente avuto una reazione piatta e priva di ogni coinvolgimento emotivo e politico. La domanda che ora la sinistra si deve porre, per non scivolare nel facile entusiasmo, è: la vittoria di Magyar che centra?, che relazione ha con le politiche della sinistra?
La elezione dell’Ungheria, benché non si possa circoscrivere nel giardino di Budapest, perché tocca anche Bruxelles, attraversando Roma, rappresenta innanzitutto la fine dell’era di Viktor Orban, attraverso un parricidio politico. In solo due anni Magyar, nato e cresciuto in una famiglia conservatrice, sposato con Judit Varga, ministra di Giustizia della linea illiberale di Orban e accusatrice da separata, di violenza fisica ed emotiva, è passato da persona che conosce i retroscena del sistema Orban a sfidante vincente. Un nazionalista collocato sulla destra del Partito popolare europeo, scettico verso qualsiasi soluzione federalista e conservatore nei temi dell’immigrazione e sull’uguaglianza di genere, non è certo un liberale, né un politico di sinistra. Del resto, egli stesso si definisce un conservatore “anti -sistema”. In Ungheria non risplende certo l’arcobaleno del sogno degli Stati Uniti d’Europa. La sfida e la competizione elettorale in Ungheria è stata tutta interna e la sconfitta di Orban non può essere attribuita a un leader progressista, ma a un convinto conservatore.
Festeggiamenti dei sostenitori di Magyar dopo la vittoria elettorale
I motivi e le cause della sinistra, di fronte a questo ottimo risultato politico di Magyar, offrono una riflessione sulle cause che mettono in crisi il modello tradizionale della sinistra. Di fronte alle difficoltà elettorali spesso si cerca all’estero figure in grado di sconfiggere le destre populiste o sovraniste. La frammentazione storica della sinistra porta a cercare ispirazione in esperienze fuori dai confini nazionali per definire la propria linea. C’è la vocazione a guardare con ammirazione alle leadership straniere, come ricerca di modelli vincenti o di un’identità progressista forte, sottovalutando spesso quello che offre il panorama nazionale. Nel pantheon, da Tony Blair a Emmanuel Macron, da Jeremy Corby a Pedro Sanchez, aggiungiamo anche Magyar?
Credo che si debba evitare con cura di inseguire facili e comode illusioni: la sconfitta di Orban, per quanto importante, non ripristina in alcun modo un ritorno al passato., della riduzione dell‘orario di lavoro, dello statuto dei lavoratori, della contrattazione collettiva, di dritto allo sciopero del suffragio universale, del sistema sanitario nazionale, della riforma delle pensioni, della istruzione pubblica e di massa, dei diritti civili, e altro. La sinistra nella modernità del Terzo millennio non deve sottovalutare il successo delle sue battaglie, perché così facendo non fa altro che esaurire la miniera politica di edificare una società alternativa a una destra retriva, conservatrice, ancorata a modelli passati verso i diritti civili e le innovazioni sociali.
Occorre ripensare e reinventare i fondamentali del liberalismo e della socialdemocrazia, intesa come un insieme di diritti da concepire in una logica collettiva, più che a focus specifici e circoscritti. Guardando non al populismo, ma al popolarismo che mira a valorizzare il popolo del modo del lavoro frammentato in precari, partite Iva, rider professionisti digitali. Superare l’annosa crisi fiscale che da anni assottiglia di fatto il welfare che mira a un sistema integrato, inclusivo e di prossimità, superando l’assistenza frammentata, che crea valore sociale anziché limitarsi a distribuire risorse. Abbandonare il mantra dell’illusione di poter ampliare all’infinito i diritti senza doveri, soprattutto se non sono esigibili e finanziabili.