Michail Chemiakin  (1943) è una delle figure più interessanti e poliedriche dell’arte russa  della seconda metà del Novecento e del nuovo millennio.  La sua vicenda artistica e umana meriterebbe un’intera narrazione (cosa che egli, essendo anche un fine scrittore, sta realizzando con la stesura della sua autobiografia, il cui primo volume è di prossima pubblicazione a San Pietroburgo).  Sia sufficiente dire che negli anni 1960,  in piena epoca sovietica,  nell’allora Leningrado egli fu uno dei massimi rappresentanti dell’arte anticonformista, sviluppò il Sintetismo metafisico  e operò in vari campi di ricerca, così invisi al potere  da essere costretto, nel 1971,  a lasciare la sua patria, abbandonando anche la famiglia (che poté raggiungerlo solo in seguito). Stabilitosi a Parigi,  egli fu molto vicino a Vladimir Vysockij , di cui poi pubblicò la raccolta di canzoni, allora proibite in URSS, dedicando alla sua poesia un ciclo di potenti lavori grafici, nel 1993 poi insignito del Premio Nazionale della Federazione russa. Nel 1981 Chemiakin, ormai artista  affermato, si trasferì a New York, diventando una delle figure chiave della scena artistica della Grande Mela. 


Una delle opere di Chemiakin, tecnica mista, 1986

A partire dal 1989 visse a Claverack, nella valle dell’Hudson, e nel 2007 fece ritorno in Francia, dove ora risiede e lavora . La sua attività artistica spazia dalla pittura alla grafica,  dalla scultura (opere come la statua di Pietro il Grande nella Fortezza di San Pietro e Paolo  e il monumento alla Vittime delle Repressioni politiche sul Lungoneva, di fronte al Carcere Krestovskij, sono ormai segni distintivi del panorama pietroburghese) all’illustrazione di libri, primo fra tutti “Delitto e Castigo”di Dostoevskij,  fino alle scenografie   e ai costumi per celebri balletti, quali  l’iconico “Schiaccianoci” di Cajkovskij , messo in scena al teatro Marijnskij (2001). 


Un'altra delle opere di Chemiakin, tecnica mista

Di non minore importanza è l’attività pedagogica di Michail Chemiakin. A San Pietroburgo  egli ha creato una propria Fondazione e un Centro di attività scientifica di ricerca che porta il suo nome.  Ne fa parte il  “museo immaginario”,basato su una vastissima collezione di immagini,sistematizzate in base a categorie  tecniche,storiche e filosofiche, a cui periodicamente dedica mostre monografiche. Dal 2002 al 2008 egli ha realizzato per il canale”Kultura” della televisione russa un ciclo di 21  film-lezioni sui materiali del  “museo immaginario”.  Peculiari di questo  multiforme  artista  sono  sempre state l’ empatia umana e l’attenzione  per le vicende del suo paese , dove fece ritorno solo nel 1989 per la sua prima grande retrospettiva. Lo dimostra il testo ora da me tradotto, pubblicato nel  volume  “L’inchiesta continua”, parte della serie dedicata alla storia del KGB di Leningrado, e  relativo a una pagina drammatica  dell’URSS e della Russia, quella dei prigionieri  rimasti in Afghanistan dopo la fine, nel 1989, della guerra sovietico-afghana. Nel dicembre 1991 Chemiakin, che a New York aveva creato un comitato in loro aiuto e sostegno, accompagnato dall’allora sua compagna Sarah De Kay, ora moglie e sempre  sensibile e preziosa collaboratrice, si avventurò in una pericolosa missione   nel paese dei mujaheddin per condurre complesse trattative, volte a ottenere  la liberazione dei soldati. Le pagine che seguono sono la testimonianza di una personalità fuori dal comune che, anche nella drammaticità del momento, riesce a utilizzare l’arma dell’ironia, mantenendosi estremamente lucida e cosciente  dei pericoli  di una missione in apparenza disperata come, senza mezze parole, fece notare l’ambasciatore sovietico  prima della partenza per quel paese. Un paese, l’Afghanistan, oggi di nuovo alla ribalta internazionale  per il ritorno, dopo il ritiro delle truppe americane, di quel regime talebano che Michail  Chemiakin conobbe da vicino e, in qualche modo, intrepidamente sfidò.   
            Claudia Sugliano
    


Michail Chemiakin
Perché creai un comitato per la salvezza dei prigionieri di guerra in Afghanistan

A Ginevra veniva discussa la questione della guerra in Afghanistan, con l’attiva partecipazione  dei rappresentanti dell’Unione Sovietica.  A colpirmi e sconvolgermi  fin nel profondo dell’anima fu che non fosse stato sollevato il problema dei soldati sovietici, che languivano nelle prigioni dei mujaheddin. Neppure una parola venne pronunciata sui militi scomparsi nel nulla, senza dare più notizie. Ed io avevo delle testimonianze sul crudele trattamento riservato ai nostri prigionieri.  
Così creai a New York un comitato internazionale per la salvezza dei prigionieri di guerra sovietici, di cui entrarono a far parte i maggiori protagonisti dell’arte di diversi paesi del mondo. La nascita del comitato ebbe grande risonanza da parte della stampa e della televisione e focalizzò l’ attenzione su tale problema. Ma bisognava agire, in quanto nessuna delle personalità straniere era intenzionata a farlo. Avevano dato il supporto con il proprio nome e niente di più. Per altro io ero loro riconoscente di essersi interessati al destino dei nostri ragazzi, caduti in disgrazia. E, s’intende, c’era la speranza che grazie a quest’ azione l’ONU avrebbe cercato di influire sugli afghani e di spingere i mujaheddin a un comportamento umano verso i soldati sovietici in carcere.    
Io avevo la possibilità di mettermi in contatto con i loro comandanti e di condurre delle trattative perché, in occasione dell’asta in favore dei bambini mutilati durante la guerra, organizzata dalla radio “Afghanistan libero”, avevo offerto alcuni miei quadri, venduti per somme piuttosto importanti . Ero dunque in buoni rapporti con Habib Mayar, il  capo della comunità afghana a New York. I mujaheddin rifiutavano nel modo più assoluto di  condurre qualsiasi negoziato  con rappresentanti sovietici finché questi avessero sostenuto il regime di Najbullah.  Venuti a conoscenza della mia iniziativa, uomini politici sovietici, che si occupavano dei problemi legati alla guerra in Afghanistan, vollero incontrarmi.

Non entrerò nei dettagli di tutti gli incontri e le conversazioni relative ai soldati imprigionati, sia  con rappresentanti sovietici di varie istituzioni, sia con i comandanti dei mujaheddin. Fu un grande errore da parte mia e da parte dei funzionari sovietici inserire nel comitato per la liberazione dei prigionieri il giornalista scandalistico Iona Andronov. Questo personaggio organizzò, insieme al rabbino di New York, una dimostrazione presso l’ambasciata pachistana, fece inutili dichiarazioni, che disturbarono le trattative con gli afghani.
Lo scopo principale di Andronov non era la salvezza dei prigionieri politici sovietici, ma attirare con ogni mezzo l’attenzione su di sé.  Alla fine, dopo che mi  fui rivolto al governo di Mosca,  egli venne richiamato definitivamente da New York, ma non cessò la sua clamorosa attività, creando nella capitale  innumerevoli comitati per la salvezza dei prigionieri di guerra. Tormentava e dava speranze alle madri, i cui figli languivano nella prigionia afgana, oppure si annoveravano tra quelli “scomparsi, di cui non si avevano più notizie”.
Incontrai Michail Gorbacev, i rappresentanti dello Stato Generale delle forze armate dell’URSS:  i mujaheddin attraverso di me  esigevano  di scambiare i prigionieri  con le piante dei campi minati, con gli elenchi e i luoghi di sepoltura degli afghani di antichi clan familiari, uccisi durante la guerra.

Un viaggio non troppo sicuro in Afghanistan
Tutto portava al fatto che io dovevo volare in Pakistan e poi raggiungere il campo militare di Hulbeddin Hekmatyar – uno dei più  influenti e terribili comandanti dei mujaheddin. Decisi di andare a incontrarlo. Sarah rifiutò nel modo più assoluto di rimanere a New York e  coraggiosamente si unì a me in questo viaggio pieno di rischi. Convincemmo ad accompagnarci il sopraccitato  Habib Mayar.
E’ chiaro che non aveva alcun senso andare a un incontro con un orientale (tanto più coronato dal potere), senza portargli un dono. Così io ordinai all’orafo newyorkese Tibor Leibovitz un massiccio anello d’oro con il nome di Allah e una dedica per Hulbeddin Hekmatyar.  L’ anello di oro massiccio, del peso, così mi parve, ” di mezzo chilogrammo”, venne realizzato  nel più breve tempo possibile e l’orafo, avendo saputo  qual’era il suo  scopo, rifiutò di essere pagato per il materiale e per il lavoro,  aggiungendo le seguenti parole: “Che questo sia il mio modesto apporto alla salvezza dei prigionieri russi”.
Con Habib non parlai dell’anello, e gli chiesi  che cosa avrei potuto donare  a Hekmatyar. Lui, senza pensarci un attimo, rispose che sulle montagne dell’Afghanistan fa freddo, noi andiamo nel suo campo e bisogna portargli una giacca calda, da alpinisti, un piumino d’oca. Sarà un regalo bello, ma soprattutto utile.
Naturalmente mi sorse la domanda di quale misura dovesse essere la giacca. E qui Habib si lanciò a disquisire sulla storia del popolo afgano, di cui mise soprattutto in risalto la tribù dei pashtun, alla quale anch’egli apparteneva. Si tratta di combattenti nati, coraggiosi, la cui altezza non è mai inferiore ai due metri (lo stesso Habib era alto all’incirca così).E, come spiegò,anche Hekmatyar era un pashtun e, a giudicare dalle fotografie, molto più alto e più largo di spalle di lui.  
Per due giorni setacciammo i negozi di articoli sportivi di New York e alla fine trovammo un’unica giacca di piumino d’oca, di una misura “da elefante”. Per trasportarla servì una valigia intera, ma così io ero tranquillo. Avevo la giacca e avrei consegnato l’anello d’oro dopo le trattative sui prigionieri di guerra sovietici, andate a buon fine.

A Islamabad ci incontrammo  nel consolato sovietico con il comandante dei mujaheddin. Quindi Peshavar, zone di confine  e noi , accompagnati da fucilieri afghani,  avanziamo a fatica lungo strade di montagna, rischiando ad ogni momento di cadere in un dirupo. Il nostro gigante Habib  geme dalla paura, coricato sul fondo dell’autobus militare. E pensare che ancora ieri sottolineava  con fierezza la sua appartenenza alla casta dei  coraggiosi combattenti afghani . E come gli inglesi, che per lunghi anni avevano combattuto con questi, non fossero riusciti a sconfiggerli.  I dirupi profondi trecento metri incutevano davvero paura. In essi talvolta si scorgevano macchine bruciate, evidentemente precipitate dalla strada di montagna. Seduto vicino alla porta aperta del piccolo autobus, faccio mettere Sarah accanto a me, sussurrandole che se, Dio non voglia, la macchina dovesse cadere nel dirupo, lei deve cercare di saltare fuori. Certo suonava delirante, ma mi sentivo l’anima un po’ più tranquilla.
Ci fermammo vicino a una piccola costruzione in pietra, dove si trovava una folla di mujaheddin armati, che circondarono subito la macchina. Guardandoci, discutevano di qualcosa in modo malevolo. Portarono via Habib e ci ordinarono di continuare senza di lui, attraversando il confine  fino al campo di Hekmatyar che ora non c’era, ma sarebbe venuto a incontraci fra qualche giorno. Ci spiegarono che era stato deciso di non fare entrare Habib nel campo perché, secondo le loro informazioni, egli una volta nella comunità newyorkese  si era espresso in maniera negativa su Hekmatyar. Povero Habib! Aveva tanto sognato di baciare la terra afghana!   

Nel buio più totale attraversiamo illegalmente la frontiera con l’Afghanistan.  Zigzaghiamo  per strette gole.  Sempre più in alto sulla montagna. Nel buio di tanto in tanto  compaiono dei soldati armati di mitraglia, fermano la macchina, ci illuminano con dei fari, discutono con le nostre guardie. Io mi maledico per avere permesso a Sarah di mettersi in viaggio con me! Non si sa come potrebbe finire! Ricordo “l’incoraggiante” augurio dell’ambasciatore sovietico poche ore prima della nostra partenza per il Pakistan: “Il viaggio sarà piuttosto pericoloso, spero tornerete vivi”. 
Sarah, con la sciarpa sul viso, siede silenziosa in un angolo della macchina. Ogni volta che questa viene fermata per il controllo di turno il cuore sembra cessare di battere. La nostra situazione è proprio brutta, siamo entrati illegalmente in Afghanistan, dove gli americani sono stati già dichiarati servi di Satana, e i russi, invasori e assassini. Sarah è americana purosangue, io russo. Notte, montagne. Possono trascinarci fuori dalla macchina, fare di noi qualsiasi cosa. Ero perfettamente al corrente delle crudeltà perpetrate dai mujaheddin di Hekmatyar . Negli uffici della missione sovietica a New York  gli ufficiali mi avevano mostrato le fotografie  dei cadaveri sfigurati  delle loro vittime. Corpi scuoiati, teste mozzate con gli occhi strappati, con lingue e orecchie tagliate. Di che cosa potesse succedermi non m’importava. Ma Sarah! Ecco quanto mi tormentava lungo tutta questa difficile strada. “Idiota”, “stupido” mi ripeto. Bisognava almeno lasciarla a Peshevar, ad attendermi là… Del resto, come si fa a convincere una come lei a mandarmi da solo in un viaggio così pericoloso! Io sono testardo, ma in alcune cose Sarah lo è più di me.
Ed eccoci nel campo di Hekmatyar. Buche di proiettili Un carro armato distrutto. Trincee. Una minuscola costruzione circondata da un muro in pietra. Ci sistemano là. Tutt’ intorno guardie. Una lingua sconosciuta, sguardi malevoli. Senza svestirci ci mettiamo a dormire su materassi sporchi, gettati sul pavimento. Fa freddo. Alle sei del mattino guardo dalla finestrella - nel cortiletto la nostra guardia di nome Faizul va avanti e indietro  con in mano un secchio, coperto da una tavoletta.  


Tra le montagne, nel campo di Hekmatyar

Conoscendo la malvagità degli orientali e le storie crudeli, legate alle azioni dei mujaheddin, dico a Sarah, ora sveglia, di non mostrarsi troppo impaurita se la nostra guardia  entrasse con nel secchio la testa mozzata di Habib. E’ possibile che vogliano scioccarci. (E a questo punto, come poi mi confessò, Sarah ebbe davvero molta paura)
Ma per il momento tace e io so che questa donna coraggiosa è pronta a tutto. Ho fatto male a preoccuparla. Nel secchio c’era l’acqua per le abluzioni mattutine  e per preparare il tè. Attendiamo per qualche giorno l’arrivo di Hekmatyar.  Ma ecco che un mattino in cortile si sentono grida, rumori, e nella nostra tana si precipitano le guardie del corpo di Hulbeddin Hekmatyar, enormi, armate di kalashnikov. Io mi alzo di fretta, tocco l’anello d’oro in tasca, appendo al braccio sinistro l’enorma parka – il dono per il “famoso” comandante. E sulla porta appare  .. un omino piccolo, mingherlino! E questo era il “gigante-pashtun” Hekmatyar. Ci salutiamo. Lui parla un perfetto inglese. E io capisco che dargli una  giacca che gli arriva alle caviglie, significa prenderlo in giro. Maledicendo fra me Habib e il suo racconto sull’altezza del comandante, la getto a terra e gli allungo l‘anello. Sia quel che sia! Forse l’oro non offenderà il combattente di Allah, come una giacca di una misura mostruosa. Il fatto è che sull’aereo in volo per il Pakistan io l’avevo mostrato a Habib, che mi aveva risposto come un vero uomo di fede non avesse il diritto di toccare l’oro, tanto più d’indossare un  simile anello. Per questo, per evitare di offendere il comandante, dovevo nasconderlo e dimenticarmene.  
Hekmatyar lo afferra immediatamente dalle mie mani e … il massiccio anello d’oro scompare sotto la sua palandrana.


Michail Chemiakin (al centro) assieme ai capi del campo

Iniziamo le trattative sui prigionieri, definiamo i dettagli, legati al loro rilascio all’URSS. Il comandante, vedendo la cinepresa in mano a Sarah, propone  di realizzare un video in cui egli si rivolge ai genitori dei prigionieri sovietici. Sarah esegue. Di nuovo trattative, trattative, richieste, condizioni che io devo trasmettere a Mosca, e Hekmatyar mi consegna   qualcosa di enorme, una medaglia o forse un distintivo d’onore, ornato da un motivo arabo. Egli va a Peshevar e noi a Islamabad per ulteriori negoziati con Burhanuddin Rabbani  sulla liberazione dei nostri prigionieri. 
Ed ecco che di nuovo, accompagnati dai mitraglieri, lasciamo il territorio del campo militare dei mujaheddin. Sarah dice: “Ne siamo usciti vivi!” Al che io ragionevolmente rispondo che quando avremo superato i valichi montani senza precipitare in un dirupo, ebbene allora potremo dire di esserne usciti tutti interi.  


Sulla destra Sarah con la sua macchina da presa

Siamo nuovamente a Islamabad, ci attendono le trattative con Burhannudin Rabbani,  il futuro presidente dell’Afghanistan. Che cosa portargli in dono? E’ rimasta la giacca di una misura disumana (malgrado l’odio che in Afghanistan pare esserci per l’America, le cose con la scritta “made in America” sono molto apprezzate). Cerco di chiarire nella cerchia di Rabbani quale sia la sua altezza. In risposta sento sempre la stessa frase :”un uomo molto grande!”.
Andando all’incontro, per ogni evenienza porto la giacca con me. Rabbani risulta essere ancora più piccolo di Hekmatyar, sebbene Habib  mi avesse assicurato che anche lui è un pashtun. Egli mi parve il più umano fra tutti i comandanti militari. Il risultato fu la liberazione di alcuni nostri soldati prigionieri..
E ce ne sarebbero stati ancora di più  se non  fosse stato per le azioni stupide e incaute da parte dei “ funzionarietti” sovietici. E anche dell’ubriacone  Ruckoj, inviato a Islamabad con Iona Andronov per le trattative. E molto altro ancora che mandò a monte il lavoro del nostro comitato. E più di una volta mi tornò alla mente  la saggia frase del colonnello del KGB J.I.Popov: “I nostri a volte sono peggiori dei nemici!”

Epilogo dell’epopea afgana
E chi avrebbe potuto  immaginare che, da parte sovietica, della liberazione dalla prigionia afgana dei soldati sovietici si sarebbe occupato con successo il colonnello del KGB Vladimir Vasilevic Egerev! Ma questo io lo seppi molto dopo. E sono felice che noi, insieme a lui,  ci siamo dedicati alla stessa importante opera – la salvezza di vite umane.
La sfortunata giacca di piumino d’oca arrivò sana e salva con noi a Mosca e, sebbene mio zio Oleg Dmitrievic non fosse di etnia pashtun, essa andò  a pennello al gigantesco ex marinaio. Quando gliela diedi, lo zio si commosse e poi per molto tempo continuava a spiegare ai suoi conoscenti quanto il nipote Misa Chemiakin gli volesse bene. “Pensa tu!” assicurava, “l’ha portata attraverso il Pakistan, l’Afghanistan, pensando a suo zio”. Io, naturalmente, tacqui la vera storia della giacca.

Michail Chemiakin in un recente ritratto

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