
QUARTA EDIZIONE TRIESTE 2016
LAURA V.D.B. FACCHINI IL GIARDINO DEI SOGNI
EPILOGO AD UNA MOSTRA
In uno dei tredici memorabili racconti del capolavoro Il Libro di Sabbia, Borges
nobilita l’epilogo che evita l’anticipo delle trame non ancora analizzate fino in
fondo. L’epilogo, quello “alla fine la parola”, è anche l’approccio più idoneo ad
una pièce teatrale che è ambientata tardi nel sogno. Dove cambiare comporta
partire per un viaggio decisivo senza ritorno. Dove partire da se stessi viene
imposto come modo migliore per iniziare un doloroso ma necessario percorso
verso l’ignoto.
Il Giardino dei Ciliegi è l’ultima opera di Anton Pavlovič Čekhov, scritta nel 1904.
Le sue pièces si evolvono come dei paesaggi con una portata epica, dei tableaux
vivants scattati con l’istantanea. Minute descrizioni intime degli stati d'animo dei
suoi protagonisti, senza disegnare un tessuto dove si annidano i conflitti, senza
azioni impellenti, senza cercare soluzioni per superare i problemi. Ci svegliamo
all’alba delle fantasticherie, catapultati in realtà struggenti alla cui genesi non
abbiamo voluto assistere.
Čekhov immagina i suoi personaggi cosi complicati e cosi semplici come sono
nella vita vera. Interpretare, riscrivere o meglio completare una pièce Čekhoviana
nell’ottica delle arti visive, rappresenta quindi un'impresa molto ardua, riservata a
pochi artisti che dispongono di certe qualità indispensabili per entrare in medias
res, elaborando un lavoro concettuale, un paradigma che ripercorra la linearità
sintagmatica della trama e la sintetizzi in unica scena statica, oppure come voleva
Lucio Fontana, in un'opera totalizzante.
La qualità primaria tra esse è indubbiamente la lettura dello spazio dove iscriversi
mediante l’opera, dove creare una stratificazione verticale di connotazioni che
alludono, lasciano immaginare, aggiungono delle visioni che forse nemmeno
Čekhov avrebbe focalizzato durante il processo di scrittura.