di Carla Guidi

“Si dovrebbe cercare un vaccino contro la rabbia specificatamente umana, poiché siamo in piena epidemia.”
Edgar Morin
Lezioni da un secolo di vita (Mimesis 2021 pag 146)


Non sembri strana questa breve citazione che non può rendere pienamente giustizia ad un libro assai interessante (pubblicato nel 2021 e tutto da scoprire) dove il famoso sociologo racconta la sua esperienza centenaria di vita, rendendo viva testimonianza di periodo storico senza precedenti, confermando di non aver mai separato la sua opera dalla sua riflessione teorica e dal suo impegno politico. Devo dire però che tale citazione non è stata scelta casualmente, poiché in questo ultimo quarantennio la rabbia e la litigiosità, nonché il dolore e la distruzione che ne seguono, sembrano essersi poste in primo piano, dilagando ed avvelenando ogni settore e ruolo sociale, ogni categoria lavorativa (medici, insegnanti tra questi) ogni passaggio esistenziale, ogni rapporto di genere. In molti casi si tratta di veri e propri fenomeni dispotici e violenti, alimentati dalla frustrazione e dal rancore per l’eclissarsi degli ideali, delle vecchie identità non sostituite da nuove accettabili, dalla perdita di riferimenti stabili e quindi di speranze di cambiamenti positivi, causando dolore, ma il dolore ha il brutto vizio di essere persistente, auto/lesivo, mentre la distruzione è a volte così feroce da lasciare modifiche catastrofiche permanenti.
Faticando a volte a distinguere l’uso dall’abuso nei rapporti con il prossimo, poiché vi sono nuove coordinate a definire la gestione del tempo, del denaro, dei rapporti umani mentre la convivenza tra reale e virtuale non aiuta, se non sostenuta da basi culturali/educatrici stabili. Le macchine del fango continuano a lavorare a pieno ritmo, così come le aggressioni (anche con futili motivi) non prima di aver degradato il proprio oggetto, così come si continua a degradare l’ambiente insieme alle altre creature che lo abitano per un ottuso interesse, ma anche per pura disaffezione, poiché la paura e l’incertezza generalizzata induce a difendersi attaccando in ogni direzione. Le famose Fake News fanno parte del pacchetto per aggravare la confusione e, se ce ne fosse bisogno, aumentare e generalizzare ansia e rabbia.
Cercare di focalizzarle è più difficile, in quanto le pulsioni, una volta scatenate, seguono anche casualmente le variegate correnti di un sociale dalla “pancia” irritabile, mentre l’unica informazione certa che abbiamo ricevuto da questa improvvisa, ma non inaspettata pandemia, è che la nostra vita attuale contiene preoccupanti squilibri, un po’ come certi film di fantascienza nei quali, nella grande astronave, improvvisamente si innesca il meccanismo di autodistruzione.
In un mondo antropizzato come il nostro, dove sono aumentate esponenzialmente le infezioni pandemiche virali (zoonosi) che aggravano gli altri tragici problemi legati all’inquinamento, all’impoverimento della biodiversità sostituita dagli allevamenti intensivi e monoculture, all’impoverimento del suolo e lo scellerato sfruttamento intensivo di risorse ormai quasi esaurite, mancava sapere dell’impressionante “peso delle cose”. Alludo all’articolo di Telmo Pievani (Università di Padova) sul Corriere delle sera del 28 febbraio 2021, dal quale si può apprendere (con citazioni dall’autorevole rivista “Nature”) che la Biomassa, cioè la massa complessiva degli esseri viventi sulla terra, adesso pesa esattamente come la “massa antropogenetica”. Ciò significa che proprio nel 2020 la somma degli oggetti umani ha eguagliato tutto il resto della vita messo insieme. E pensare che appena agli inizi del ‘900 le cose umane valevano solo il 3% rispetto al peso degli esseri viventi! La vita sulla Terra è un equilibrio di sistemi, anche noi stessi siamo un sistema complesso e la salute è il bene fondamentale per un’esistenza degna di questo nome. Tutto questo è buona introduzione all’opera di un altro quasi centenario rappresentante della ricerca “culturale”, poiché la medicina non è una scienza, come scrive lui stesso in “La medicina non è una scienza. Breve storia delle sue scienze di base” - (Raffaello Cortina, 2008). Infatti è luogo comune dire che la medicina è una scienza, ma medicina non lo è, è una pratica basata su scienze quali la fisica, la chimica, la biologia, l'ecologia, l'economia e differisce dalle altre tecniche perché il suo oggetto è un soggetto: l'uomo. L'autore come spesso fa, ricostruisce storicamente il patrimonio scientifico di cui la medicina dispone, considerando tale patrimonio come il mezzo necessario per conseguire il fine dell'essere medico, curare i suoi simili.

Giorgio Cosmacini (Milano 1931) medico, filosofo, saggista, storico ed accademico italiano è docente universitario e socio onorario della Società italiana di igiene e sanità pubblica e della Società italiana di antropologia. Attualmente insegna Storia della medicina presso la Facoltà di Filosofia e quella di Medicina e Chirurgia dell’Università Vita-Salute San Raffaele e presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano. È considerato il maggiore storico della medicina italiana ed è autore di numerose opere d’argomento storico-medico e filosofico-medico. È collaboratore della pagina culturale del Corriere della Sera.


Giorgio Cosmacini

Tra i numerosissimi saggi dell’autore ne ho scelti alcuni adatti a rappresentare egregiamente considerazioni sul rapporto degli esseri umani con il proprio corpo, il sociale, l’ambiente. Inoltre la professione medica è particolarmente coinvolta in settori che originariamente erano tra loro interdipendenti. Così la medicina si collegava alla religione, alla scienza ed all’arte. Oggi si sono aggiunte anche forti implicazioni politiche ed economiche che ne hanno complicato ed a volte distorto pesantemente i percorsi ed i risultati.

Cominciamo dal suo saggio - “Concetti di salute e malattia fino al tempo del Coronavirus”, pubblicato da Pantarei nell’annus horribilis 2020, come lui stesso scrive, redatto già in gran parte prima della irruzione sulla scena mondiale della pandemia, infine completato con un ultimo aggiornamento estendendo anche nel titolo “fino al tempo del coronavirus” la ricognizione dei “concetti di salute e malattia” con riflessione ulteriore sugli ostacoli frapposti da natura e società, che impediscono a ogni essere umano (come i “longevi di oggi e di domani” citati nel sottotitolo) di completare il loro naturale ciclo vitale. 
Questa tematica è fondamentale ed attuale, (lui, nato nel 1931, è una dimostrazione vivente di longevità e chiarezza mentale). Infatti mai nella storia della nostra specie l’aspettativa di vita si è così allungata come oggi, almeno in alcuni paesi, ma questo ha consentito l’emergenza di alcune importanti problematiche, mentre si evidenzia altresì il nesso tra accresciuta longevità, inverno demografico ed immigrazione.
È densa di significati la definizione che Cosmacini dà della salute “una costante naturale e una variabile storica” (…) Sono rilevanti le distinzioni tra salute individuale e sanità pubblica; tra organismo biologico e persona, capace di relazioni sociali; tra terapia, mezzi e cura; infine l’obiettivo dell’agire medico. In quest’ultimo caso il riferimento è al medico che sa essere presente, cioè medico davvero curante e di fiducia.
Impossibile riassumere le argomentazioni e le citazioni riattualizzate dall’autore, che certamente fanno fare un piacevole bagno nel passato che tanto passato non è. Bisogna quindi leggere e regalare questo libro scritto con una semplicità invidiabile, che si muove con disinvoltura sul terreno minato delle problematiche della Sanità attuale come sui percorsi labirintici della Storia della medicina e delle nuove tecnologie della Bioscienza. La bioscienza della longevità infatti vive una contraddizione: nel rassicurare un tempo di vita più lungo nella pienezza delle risorse psicofisiche (riducendo le situazioni di bisogno e di disagio) dall’altro invece permette il permanere in condizioni di precarietà fino alla perdita dell’autonomia e della coscienza vigile.

Riportando le parole dell’autore nella Premessa ...
Nell’intitolare questo “manuale”Manoscritti medico-filosofici non ho inteso peccare di presunzione, ma fare riferimento ad argomenti che, sulla scia puramente lessicale dei titoli marxiani, hanno nel mito di Prometeo, nella scienza di Democrito, nell’etica di Epicuro e nella fraternità interumana quale criterio di verità, una motivazione o giustificazione autorevole dei concetti, valori ed eventi narrati. Quanto alla destinazione del libro ai “longevi di oggi e di domani” essa sta nel fatto che la longevità è, per ogni essere umano, non soltanto la realtà senile, ma anche l’aspettativa dell’adulto e del giovane.

Per farsi un’idea intanto degli argomenti trattati, potremo scorrere l’indice generale, diviso in sette sezioni ed approfondimenti tematici:
Parte Prima Salute e malattia: ontologia e fenomenologia
Parte Seconda Le parole della salute
Parte Terza Le insidie della longevità
Parte Quarta Il concetto di vita lunga
Parte Quinta Una nuova disciplina per la longevità
Parte Sesta Bioetica e biopolitica
Parte Settima Al tempo del coronavirus

Come secondo testo del dotto Giorgio Cosmacini vorrei citare “La scomparsa del dottore - Storia e cronaca di un'estinzione” (Raffaello Cortina Editore 2013)dove in quarta di copertina è riportato:
Nei decenni seguiti al secondo dopoguerra, la meritoria figura del “mio dottore”, come si usava dire, è entrata via via in dissolvenza, si è consumata, svuotata, fino a lasciare di sé, soprattutto nelle generazioni più mature, soltanto un ricordo permeato di rimpianto. Oggi “il dottore” non c’è più, ma quello che conta, al di là dell’elogio del passato, è non rassegnarsi all’idea che i suoi pregi e principi debbano considerarsi un patrimonio irrimediabilmente perduto. La diagnosi della “scomparsa del dottore” formulata qui da Giorgio Cosmacini può essere la premessa di una prognosi che anticipa, auspica se non altro, con lo sguardo rivolto ai medici di domani, un recupero dei valori di cui quella figura era depositaria.


Le copertine dei libri di Cosmacini

Il libro, a pochi anni dalla sua pubblicazione, è tutt’ora attualissimo e va letto con estrema attenzione, non solo per la delicatezza degli argomenti trattati, ma anche come spero, per voler organizzare una “risposta/proposta” comune, anche partendo dal basso. Il cittadino è infatti ancora una volta, stato privato di un punto di riferimento fondamentale, di una base di riferimento guardiana della salute psicofisica dell’intera società, poiché ormai i medici di base, oltre ai vari problemi che conosciamo, adesso sono responsabili di un numero di pazienti in crescita esponenziale.
Ma naturalmente nel libro non si parla solo dei medici di base, ma capitolo per capitolo si analizza l’intera “filiera” medicale, dalla formazione universitaria alla specializzazione medica. Ed ecco la metafora iniziale del libro che ci rimanda a quella discontinuità traumatica che ha cambiato, nel tempo, il rapportarsi e l’intendersi stesso tra persone, fondamentale nell’ “arte lunga” che è la medicina, da Ippocrate ad oggi.
Un articolo di Pier Paolo Pasolini, apparso nel febbraio 1975 sul Corriere della Sera e intitolato “Il vuoto di potere in Italia”, ebbe notorietà e fortuna come “l’articolo delle lucciole.” (...) La metafora ebbe ancora più fortuna quando Leonardo Sciascia, in qualità di relatore di minoranza nella commissione parlamentale d’inchiesta sull’uccisione di Aldo Moro, la citò nel suo pamphlet “L’affaire Moro” (Palermo 1978) per simboleggiare il cambiamento del modo di comunicare della classe al potere, un mutamento che aveva avuto nella prosa dello statista assassinato il campionario dell’incomunicabilità. Quello che era scomparso, o minacciava di scomparire insieme alle lucciole, era un modo linguistico, comportamentale, sociale, che lasciava dietro di sé un “vuoto” non soltanto di “potere” ma anche nelle regole di rapportarsi e d’intendersi.

La discontinuità traumatica a cui si allude, naturalmente è soprattutto quella del rapporto medico/paziente, anch’essa dotata di aspetti sociali, comportamentali, linguistici, tutto questo mentre la famosa rivoluzione tecnologica in medicina ha segnato l’avvento di grandi conquiste, ma contemporaneamente la rottura, la distanza, la spersonalizzazione del rapporto.
In primo luogo la benemerita socializzazione della medicina si è ribaltata in una sempre crescente medicalizzazione della società. In secondo luogo la ripetuta esigenza di “umanizzare” le pratiche di assistenza rende evidente il paradosso di dover rapportare umanità a comportamenti che umani dovrebbero essere per definizione e per vocazione, ma che tali non sono. In terzo luogo, la dizione corrente, che nomina il medico in modo per lo più impersonale, segna lo scarto intervenuto nel linguaggio comune, dal modo di dire personalizzato che indicava “il mio dottore”.

Lascio al lettore valutare le conclusioni ed i proponimenti di questo libro assai complesso e ricco di informazioni, ma di agevole lettura, soprattutto a beneficio di un pubblico eterogeneo che tiene a conoscere meglio questo settore, complesso del quale potremmo veramente sapere di più, chiedendo più responsabilità nel settore, ma anche disponendoci ad assumerne in prima persona. Per un’integrazione si può anche leggere il recentissimo Il medico della mutua. Storia di una istituzione e di un mestiere (Pantarei, 2022)
Un altro saggio del dotto Cosmacini al quale ho pensato di fare riferimento è La religiosità della medicina. Dall'antichità a oggi. (Laterza – 2007)
Per evitare ogni fraintendimento, qui la religiosità viene definita come “antropologica” quindi dal carattere primario e originario. Diventa quindi una valorizzazione veramente condivisibile se intesa come rivalutazione piena di un alto e sublime sentire e non come riaffermazione egemonica delle religioni rivelate o di questa o quest’altra fra esse.
La medicina odierna esige più che mai la compresenza di una religiosità interumana imprescindibile. Senza di essa, la medicina si dimezza: dimezzata, perde la propria identità istituzionale di techne al servizio dell'uomo.

Finalmente viene enunciato che cattolico, ebraico, islamico, agnostico oppure ateo, il “buon medico” è tale indipendentemente - o, forse, addirittura a dispetto - della confessione o del credo che abbraccia, votato prima di tutto alla propria missione di cura.
Si ribadisce quindi che la professione medica, più di ogni altra sfera dell'agire umano, si richiama a quella coscienza morale, quel radicato senso di religiosità laica che nasce da un'etica della dignità e della tolleranza, fondamento indispensabile del rapporto profondo tra soggetto curante e soggetto curato. Queste interessantissime pagine approfondiscono a livello storico e filosofico un'ampia panoramica sulla storia della medicina e poi la progressiva desacralizzazione moderna dei suoi oggetti (la malattia, il corpo umano, il dolore) cercando di recuperare, alla luce dell’odierna perdita di valori in nome del marketing e della techne, una “religiosità” assolutamente esprimibile dalla morale medica e dalle regole della deontologia.

Concludendo segnalo anche l’interessante e recentissimo saggio del 2021 Federica Montseny. Una anarchica al governo della Salute di Giorgio Cosmacini (Le Lettere), la biografia, unica in Italia, di una protagonista della storia che vanta il primato d'essere stata la prima donna in Europa a far parte del governo di uno Stato: Federica Montseny (1905-1994), narrata attraverso le premesse culturali, la crescita intellettuale, la partecipazione alla lotta, l'opera assistenziale e sanitaria svolta in un periodo difficile. Anarchica militante fu ministro della sanità e dell'assistenza sociale nel governo della Spagna Repubblicana durante il primo biennio della guerra civile (1936-1937).

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