Napoli, i comunisti nel dopoguerra, il riformismo, la lotta al terrorismo e il compromesso storico: il ruolo di Giorgio Napolitano. Le istituzioni dell’italia repubblicana e la funzione dei comunisti. La visione europea e la elezione a Presidente della Repubblica. storia di un uomo che ha fatto della politica il manifesto della propria esistenza nei ricordi e nella rievocazione di chi lo ha conosciuto da giovane, ne ha seguito l’impegno ideale e politico, è stato onorato della sua amicizia.

intervista di Agostino Bagnato

Chiedo ad Angiolo Marroni, avvocato, dirigente politico originario di Napoli, figura storica  della sinistra romana, autorevole amministratore pubblico per lunghi anni, personalità di spicco del volontariato, studioso di diritto costituzionale e della legislazione carceraria, la disponibilità di parlare di Napoli nel dopoguerra, dei comunisti partenopei e di Giorgio Napolitano. Come sempre, è disponibile a ripercorrere il lungo percorso della sua vita, con riferimento alla sua città natale e al futuro Presidente della Repubblica. Sempre schietto e sincero, esplicito, senza orpelli retorici, i suoi ricordi sono preziosi per ricostruire un pezzo di storia dell’Italia del secondo Novecento. La rivista “l’albatros” con la quale collabora da molto tempo, gli è riconoscente per questa fatica necessaria, dedicata a Giorgio Napolitano, di cui è stato amico prezioso, sul piano della militanza politica e della vita privata. 


Angiolo Marroni a Roma (1967) Piazza ss. Apostoli, parla durante la manifestazione per l'approvazione della legge sull'affrancazione della colonia migliorataria. Al suo fianco Agostino Bagnato


Angiolo Marroni incontra il presidente della Repubblica Sandro Pertini, 1978


Testimoni di nozze: Ruggero Grieco per Leda Colombini, Pietro Grifone per Angiolo Marroni. Rappresentante comunale: Edoardo D'Onofrio

PERCHE’ NAPOLI

Parlare di Giorgio Napolitano vuol dire, in primo luogo, parlare di Napoli. A mio parere, non si comprende bene il percorso umano e politico di quest’uomo, se non si parte dalle origini. E’ così?
Prima di parlare di Giorgio Napolitano, vorrei fare una piccola premessa. Napoli esce dalla guerra provata, molto provata. I morti a Napoli furono circa 25.000, soltanto l’esplosione della nave “Caterina Costa” carica di esplosivi, avvenuta il 28 marzo 1943 nel porto di Napoli, provocò 600 morti e 3.000 feriti. È stata la città più bombardata d’Italia. I primi a venire con i loro aerei furono i francesi, provocando pochi danni. Poi vennero gli inglesi, sempre di notte, con bombardamenti più mirati, mentre noi nei rifugi, là dove c’erano, a passare la notte. Seguì la volta degli americani, sempre di giorno con bombardamenti brutali, a tappeto, senza mirare l’obiettivo: in pochi minuti scaricavano i loro esplosivi e andavano via.

fotografie d'epoca. A sinistra dopo il primo bombardamento (dicembre '42), poi dopo quelli del '43

Infine, le quattro giornate di liberazione dai tedeschi e dai fascisti che, alla fine di settembre 1943, abbandonarono la città inseguiti dai partigiani napoletani. Anche in questa occasione ci sono state altre sofferenze per Napoli e i suoi cittadini. Una volta liberati, non mancarono neanche i bombardamenti tedeschi su obiettivi militari, perfino il palazzo dove io abitavo venne colpito. Come vedi, non ci siamo fatti mancare nulla!

Una situazione davvero drammatica, documentata dal cinema e dalla narrativa. Questa condizione non poteva che influire sulla formazione di tanti giovani…
Napolitano nasce a Napoli, in questa città così affascinante e misteriosa, il 29 giugno 1925, sei anni prima di me; la sua era una famiglia di alta borghesia, suo padre era un avvocato famoso, uno dei migliori a Napoli, un avvocato conservatore e poi anche anticomunista acceso. Napoli è una città carica di storia, dove si parlava greco quando nel resto d’Italia si parlava latino, Neapolis, Pausillipon, la statua del Nilo, il mito di Partenope, ecc.

È stata una delle capitali dell’Illuminismo. Con quella storia straordinaria alle spalle non poteva che produrre una vastissima fioritura culturale. Filosofia, poesia, architettura, scultura,  pittura, musica: non c’è campo in cui Napoli non abbia brillato. La famiglia Napolitano aveva in sé i caratteri del tempo.
È proprio così, come tante altre famiglie. Io nacqui sei anni dopo, a differenza di Napolitano, in una famiglia poverissima. Mio padre ferroviere socialista fu licenziato dal fascismo e alla fine fu costretto a fare il portiere e a inventarsi vari espedienti necessari per sopravvivere. Di conseguenza, all’epoca non c’è stata nessuna frequentazione con Giorgio Napolitano  . Io ero più povero e più giovane e da studente liceale anche di orientamento filosofico crociano. Breviario di Estetica di Benedetto Croce mi aveva ispirato; per altro lo si proponeva anche nelle scuole superiori e ovviamente alcuni giovani ne rimanevano coinvolti e io fra questi.

Molti giovani meridionali si sono accostati al PCI provenendo da studi crociani, come è accaduta a te. Quando hai incontrato il Partito Comunista Italiano?
Io mi sono iscritto al PCI nel 1953, non per studi su Marx, che vennero dopo, ma per motivi sociali ed economici, motivi che si sarebbero detti “di classe”, anche per le umiliazioni subite in quanto figlio di portiere.  Altri giovani universitari che venivano dalle esperienze compiute nei gruppi universitari fascisti, quali il GUF, poi si iscrissero al PCI o ad altri partiti democratici. Alcuni di essi divennero famosi nel mondo della cultura e nell’impegno politico di sinistra e nel sindacato. Massimo Caprara addirittura fu scelto da Togliatti come suo segretario particolare e lo fu per 20 anni prima di uscire dal PCI. Giuseppe Patroni Griffi, regista e scrittore, con il suo famoso libro E scende giù per Toledo, provocò anche un piccolo scandalo a causa del tema della omosessualità, questione su cui ancora si discute. Ricordo Altiero Spinelli deportato a Ventotene che mise le basi per la nascita dell’unità dell’Europa scrivendo insieme a Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi “Il Manifesto di Ventotene”. Spinelli è sepolto a Ventotene e merita l’omaggio annuale che si celebra in quella piccola e bella isola.

Napoli è stata ricca di fermenti culturali e politici, negli anni dell’immediato dopoguerra. Il teatro annoverava personalità di statura europea, a cominciare da Eduardo De Filippo. Tu cosa ricordi di quel periodo?
Nei tremendi anni del dopoguerra, Napoli era un centro di vita politica e culturale della sinistra di grande interesse, di fervore politico progressista che ruotava attorno, oltre che al ruolo del PCI e delle sue sezioni, anche attorno al giornale “La voce del Mezzogiorno”.
Insomma una città ricca di impegno culturale ma che, si può dire, galleggiava su un plebeismo diffuso e profondo e su tanta povertà. Questa contraddizione nasceva dal profondo della sua storia, dalla morte degli intellettuali giacobini napoletani uccisi nel 1799 dai Borboni con la complicità dell’ammiraglio Horace Nelson, ancorato nel porto con la sua nave, quello cui l’Inghilterra ha eretto il monumento in Trafalgar square. Bisogna anche ricordare le contraddizioni profonde della città. Per esempio, nel referendum fra monarchia e repubblica, vinse la monarchia.

Il peso della povertà e della precarietà era fortissimo. La spinta ideale e politica non sempre ha preso il sopravvento sui comportamenti quotidiani di tanta parte del popolo. E’ così?
Tutto questo ha dato vita poi al Laurismo, un movimento conservatore, reazionario e monarchico che portò al “sacco di Napoli”, alle brutture ancora appariscenti. La quotidianità della miseria prende spesso il sopravvento e tarpa le ali a qualsiasi sogno di riscatto e di emancipazione. Sono necessari strumenti culturali che il “vicolo” non può fornire. Ecco perché il laurismo ha preso piede ed ha provocato tanti danni.

Quali figure di politici e intellettuali ricordi di quel primo periodo repubblicano?
Tra gli intellettuali comunisti napoletani ricordo con grande affetto Renzo La Piccirella, medico dedito alla politica, marito di Francesca Spada, una donna straordinaria, incompresa. Pur se iscritta al PCI, fu sempre vista come un corpo estraneo, isolata, alla fine suicida per amore verso Renzo e verso quel PCI che non l’amava e non la comprendeva. Nel panorama napoletano emergono con forza il socialista Francesco De Martino che assieme a Giorgio Amendola, Mario Alicata, Giorgio Napolitano ed altri dettero vita alla rivista “Cronache meridionali”, che rimase in vita per dieci anni.

Giorgio Amendola resta una figura chiave nella vita dei comunisti napoletani, oltre che italiani. Lì ha conosciuto Emilio Sereni con cui ha stretto un rapporto di amicizia negli anni Trenta, entrambi giovanissimi.
Giorgio Amendola è la figura dominante del PCI di Napoli, il leader indiscusso. Se un limite gli si deve trovare è quello della estrema fiducia data per la gestione del PCI napoletano al compagno Salvatore Cacciapuoti, operaio napoletano incarcerato dal fascismo, indubbiamente onesto ma schematico, settario, stalinista, figlio della sua storia personale. Questo era il compagno di cui Amendola si fidava ciecamente.
In Mistero Napoletano Ermanno Rea descrive questo clima di rigidità, di ferrea disciplina che vigeva nel Partito negli anni ’50 e che ostacolava una discussione politica libera. 
La severità di Amendola era famosa, Giorgio Napolitano e Gerardo Chiaromonte crebbero alla scuola di questa severità e ne furono permeati perfino in ambiti della vita privata dei compagni. Ricordo una piccola storia su Amendola. Egli convocò in Federazione napoletana gli studenti del circolo universitario, ci andai anch’io ansioso di quello che ci avrebbe detto, speravamo in qualche complimento. Ci chiese invece personalmente come stavamo con gli esami e ai fuoricorso disse «di andare a studiare perché al PCI non erano utili gli ignoranti» e così finì la riunione. Questo era l’uomo severo, inflessibile.

Come considerava il giovane Napolitano? In definitiva, i loro genitori erano entrambi eredi di quel pensiero liberale che ha caratterizzato il crocianesimo italiano…
Giorgio Napolitano era un giovane a cui Amendola guardava con grande fiducia, perché era colto, garbato, aveva uno stile elegante, misurato, dotato di grande diplomazia utile nei dibattiti. All’epoca, negli anni ’50 appunto, essere iscritto al PCI nelle sezioni territoriali significava militanza tra la gente più disagiata, anche meno colta, andare nei vicoli, dare perfino una mano anche per le esigenze più minute e tentare di diffondere la stampa comunista che era tanta, “L’Unità”, “Vie Nuove”, “Per una Pace Stabile e una Democrazia Popolare” organo ufficiale del COMINFORM, e poi “Il Taccuino del Propagandista” e a noi universitari di giovedì toccava diffondere “Noi Donne”. L’assunto era che gli universitari avevano più tempo libero. All’epoca c’era l’Associazione Amici dell’Unità a cui si poteva aderire senza neanche essere iscritti al PCI, in realtà era un tramite per arrivare all’iscrizione al Partito.

Come sei arrivato al Partito e quali sono state le circostanze principali?
Per me, per la mia iscrizione al PCI fu decisivo il pensiero del grande filosofo Antonio Labriola a proposito del marxismo interpretato da lui come teoria critica della realtà, senza verità immutabili ma come egli descrisse “filosofia della prassi”. Sosteneva che le idee non cadono dal cielo, da principi astratti ma dalle lotte sociali e politiche, dalle tradizioni storiche, lo stesso accade in noi militanti nel PCI. Così io dalle mie valutazioni e dalla mia condizione sociale, mi avvicinai al marxismo di Labriola, mi iscrissi al PCI e scelsi il mio attivismo di base nella sezione di strada e non in quella universitaria.

Cosa ha significato essere partito di massa in una città come Napoli?
Il PCI, in virtù di un orientamento voluto anche da Togliatti, scelse di essere un partito di massa e non di quadri, un partito diverso rispetto ad altri partiti comunisti europei, da qui pertanto il tesseramento personale, la quota economica mensile, organismi dirigenti ai vari livelli, vigilanza interna, commissione quadri, commissione di garanzia. In definitiva era un partito aperto all’esterno, tollerante, discorsivo ma all’interno spartano, severo, disciplinato, che dell’espulsione faceva una dura punizione estrema. Meno severa di essa era la radiazione, quella decisione che fu presa ai danni dei compagni del Manifesto.  Un esempio, la mia domanda di tesseramento al PCI esaminata nella cellula passò a maggioranza, alcuni compagni votarono contro non fidandosi di un universitario anche se figlio di operaio. Viveva ancora in chi veniva dalla clandestinità e dalla Resistenza una vecchia vigilanza e diffidenza.  Nella Federazione napoletana segnata dal settarismo, dalle chiusure ideologiche di Cacciapuoti, viveva una incomprensione di fondo verso quegli intellettuali che venivano da ambienti a lui lontani.
Napolitano e assieme a lui tanti altri compagni erano legati ad Amendola e in definitiva seguivano gli orientamenti e le decisioni anche di Cacciapuoti. Tanti giovani divenuti poi famosi, Renzo La Piccirella, Raffaele La Capria, Giuseppe Compagnoni, Rosi, Antonio Ghirelli, Riccardo Longoni, Anna Maria Ortese, Massimo  Caprara, e poi Renato Caccioppoli, grande matematico figlio di Sofia Bakunin, subirono questo clima di incomprensione.

Racconta un po’ su Caccioppoli, figura luminosa e tragica allo stesso tempo della Napoli degli anni Cinquanta.
Caccioppoli era anche un bravissimo pianista e questa sua capacità lo avvicinò a Francesca Spada, anche lei grande pianista. I destini di Renato e Francesca, la loro estraneità a cui furono sottoposti nella vita di Partito, la diffidenza verso di loro, il loro disagio esistenziale, li portò alla tragica decisione di suicidarsi appena cinquantenni. Le modalità di quei suicidi furono molto diverse, Francesca Spada con dei sonniferi, Renato Caccioppoli con un colpo di pistola. Sono stati due destini tragici.
Purtroppo, con Renato Caccioppoli non ho avuto rapporti, né personali, né politici. Troppi anni di differenza, troppo lontani gli ambienti frequentati, io attivista di sezione, sportivo impegnato, lui in rapporto con giornalisti ed intellettuali come La Piccirella e Francesca Spada. Ma ne sentivo parlare, lo incontravo, mi incuriosiva la sua personalità. Caccioppoli è stato membro dell’Accademia dei Lincei, a dimostrazione della sua personalità scientifica. Ha lasciato un patrimonio di pubblicazioni scientifiche enorme. Molte delle sue pubblicazioni sono tutt’ora ancora valide.

Nel dopoguerra, Napoli comincia a cambiare volto. Cosa ricordi di particolare?
Napoli allora era la base militare strategica della flotta americana e inglese, la città per conseguenza ne era occupata ed anche corrotta. A tale riguardo, significativo è il libro che scrisse Anna Maria Ortese Il mare non bagna Napoli, una lettura drammatica delle condizioni della città espropriata del suo mare. A sua volta Curzio Malaparte scrisse La pelle, un quadro allucinante del degrado in cui Napoli fu costretta a cadere e vivere.

Dopo la laurea in giurisprudenza, sei approdato a Roma. Come è avvenuto questo passaggio decisivo della tua vita? Quanto ha inciso la situazione del partito in quel momento?
Il clima politico per noi comunisti negli anni ’50 a Napoli era segnato dalla direzione di Cacciapuoti. Settarismo, schematismo, dogmatismo erano dominanti quando era a Napoli ma anche quando ebbe incarichi nazionali a Roma non attenuò il suo settarismo e le sue influenze su Napoli.
Io stesso, dopo la laurea in giurisprudenza, quando venni a vivere a Roma, ne fui vittima assieme a Leda Colombini, divenuta mia moglie, per questioni meramente formali. Mi trovai senza lavoro, costretto a iniziare una carriera da avvocato presso lo studio di un grande uomo, Marx Volpi, figlio di Giulio Volpi, parlamentare comunista insieme a Gramsci. Marx durante il fascismo fu obbligato a cambiare nome e soltanto dopo la liberazione riprese il suo, cioè Marx.
Come ho detto prima, la scelta burocratica di Cacciapuoti mi costrinse a scegliere di fare l’avvocato. Sono rimasto iscritto all’ordine degli avvocati di Roma per 50 anni come libero professionista, senza mai diventare un funzionario di partito.
Come vedi vite intense, fortemente impegnate, incuranti dei rischi, anche contraddittorie all’interno di una città che fu travolta dal laurismo e quindi costrette a lotte sociali in difesa della città che per più cinque anni, dal ’52 al ’57 e oltre, fu diretta da Achille Lauro armatore monarchico il cui simbolo elettorale era “stella e corona”; Lauro, tifoso e presidente del Napoli che nel 1952 acquistò un giocatore straniero, Jeppson, spendendo 105000 milioni di lire, una somma all’epoca spropositata, che lo aiutò per la sua carriera politica e lo rese ancor più l’uomo più potente della città.
D’altra parte a Napoli il referendum istituzionale aveva visto la vittoria della monarchia, sentivi dire dal popolo “siamo nati sotto il re e sotto il re dobbiamo morire”.


Napoli, manifestazione con Giorgio Amendola

Come è stato vissuto il referendum nella città che fu la capitale dei Borbone?
Vale la pena di ricordare che l’11 giugno del 1946 la Federazione del PCI di via Medina fu assaltata da monarchici e fascisti armati e nello scontro la Federazione si difese e morirono nove militanti di destra. Nella sezione elettorale, dove io ebbi dal partito l’incarico di rappresentante di lista, votò per altro anche Achille Lauro, il PCI uscì dalle urne ottavo.
Franco Rosi nel film Mani sulla città descrive magistralmente tutto questo, e qui voglio ricordare l’interpretazione fantastica, da grande attore, del mio amico carissimo Carlo Fermariello che nel film denuncia con forza espressiva i danni del laurismo, lui consigliere comunale di Napoli ed attore improvvisato; l’impegno civile di Franco Rosi si manifestò anche in altri suoi film: Il caso Mattei, Uomini contro, I magliari, Salvatore Giuliano e Lucky Luciano sono pietre miliari nella storia del cinema italiano.


Angiolo Marroni incontra Yasser Arafat nella sede della Regione Lazio

LA FIGURA DI GIORGIO NAPOLITANO

In questo crogiolo incandescente, con personalità così spiccate, come emerge la figura di Giorgio Napolitano?
Sì, torniamo a Napolitano. Al di là delle sue contraddizioni, che peraltro erano in noi tutti, era un compagno dallo stile personale misurato, educato, elegante, direi “aristocratico”, per gioco lo si chiamava il “principino”, egli è stato presente nel movimento degli universitari, nei consigli studenteschi. E’ divertente ricordare che Napolitano da studente recitò come attore nel teatro sperimentale dell’università e sembra con successo.
Nel PCI ha svolto incarichi molto importanti tra i quali quello di segretario della federazione comunista di Caserta e successivamente della Federazione comunista di Napoli.
Contribuì alla nascita del movimento “Per la rinascita del Mezzogiorno” e vi rimase per circa 10 anni unitamente a Francesco De Martino, Gerardo Chiaromonte, Francesco Villari, con il contributo decisivo di Amendola e con la direzione di Mario Alicata, grande intellettuale calabrese, che morì tragicamente ad appena 48 anni.
Alicata era stato partigiano, critico letterario e durante il fascismo entrò in rapporti con altri studenti membri di un “gruppo universitario fascista” che fu chiamato “la fronda”, in cui militavano tanti suoi colleghi poi divenuti importanti dirigenti comunisti, per esempio Pietro Ingrao, Carlo Salinari, Carlo Muscetta, Aldo Natoli, Lucio Lombardo Radice, Paolo Alatri.



I tuoi ricordi sono preziosi per ricostruire a tanti anni di distanza la vita dei comunisti napoletani e di coloro che si riconoscevano nella sua orbita. per molti aspetti, questa realtà si riflette sull’Italia intera. E’ così?
Negli anni ’50 nel PCI a Napoli ci fu una lotta politica che si risolse con due espulsioni dal Partito, parlo dei compagni Guido Piegari e Gerardo Marotta, che contrastavano la scelta di dar vita ad un movimento strutturato per la rinascita del Mezzogiorno, considerandola una scelta che faceva perdere di vista la necessità di un impegno complessivo nazionale ed europeo. Questi compagni avevano fondato nel quartiere del Vomero, un circolo “Antonio Gramsci” ed elaborato un documento contro quella linea meridionalista del Partito, furono perciò accusati di frazionismo e espulsi, con  l’accordo di Togliatti che era venuto a Napoli per un congresso.
Gerardo Marotta, famoso giurista e filosofo, fondò poi l’ “Istituto per gli studi filosofici” famoso in tutta Italia.
Anche in questa occasione, il rapporto di Napolitano con Amendola fu di totale fiducia e condivisione. Come è noto, nella famosa storica divisione nel PCI tra Amendola e Ingrao, Napolitano fu nella componente amendoliana. A quel tempo si parlava “di sensibilità”, in realtà si trattava di vere e proprie correnti, tra Amendola, Ingrao e lo stesso Togliatti,
Dopo la morte di Amendola, nel 1985 Napolitano ne divenne il leader assoluto e la corrente venne chiamata giustamente dei “riformisti”, oppure “amendoliani”, oppure da alcuni con dileggio, “di destra”, o “socialdemocratici”, o ancora “miglioristi”.
Io non esitai e scelsi di militare nella componente “riformista” ed ebbi l’incarico di seguirla nella Federazione del PCI di Roma e del Lazio.
Mi va di ricordare che a segretario della Federazione napoletana fu eletto Andrea Geremicca molto legato a Giorgio Napolitano e con il consenso di Giorgio nacque la “Fondazione Mezzogiorno-Europa” di cui divenne presidente proprio Geremicca e questa decisione sembrava dare ragione alle vecchie critiche di Piegari e Marotta.
Una curiosità, Andrea era il padre dell’attuale bravo giornalista Federico Geremicca, molto presente in TV.

Dalle tue considerazioni emerge la complessità della figura dell’uomo e del politico Napolitano. Come era vissuta questa sua alterità nella federazione napoletana?
Giorgio Napolitano, come tutti, va giudicato nella sua interezza, nella complessità della sua vita politica e istituzionale.
Per comprenderlo bene non si deve mai perdere di vista la vicinanza storica, politica e culturale con Giorgio Amendola e il suo insegnamento.
Anche tutti noi riformisti siamo stati orientati ed ispirati dalla sua vita, dalla sua storia politica, dalla sua fedeltà al PCI, dalla sua ammirazione per Togliatti, ma anche dalla sua originalità. In piazza Santi Apostoli a Roma, Amendola parlò, nel clima dei così detti “anni di piombo”, di terrorismo di destra e di sinistra. Fu la prima volta che nel PCI si disse la verità sul terrorismo.
Napolitano con le sue straordinarie qualità ha meritato i riconoscimenti che la vita gli ha riservato, riconoscimenti nel PCI, riconoscimenti nella società in Italia e all’estero.
Egli nella componente riformista era affiancato da Gerardo Chiaromonte, Emanuele Macaluso che gli era anche molto amico, da Luciano Lama e da tutti noi responsabili regionali della componente.

Se si guarda bene in realtà si è trattato anche di un’opposizione ad Enrico Berlinguer.
Una corrente moderata del PCI senza inseguire utopie rivoluzionarie, dopo il XX congresso del PCUS del 1956 e soprattutto dopo il rapporto così detto segreto di Nikita Chruščëv sullo stalinismo, era già presente. Dopo quei fatti ,nel PCI scaturirono divisioni drammatiche, molti intellettuali abbandonarono il PCI, i loro nomi mostrano la profondità del disagio: Carlo Muscetta, Italo Calvino, Vezio Grisafulli, Natalino Sapegno, Domenico Purificato, Furio Diaz ed altri ancora.
Famoso quanto accadde durante i lavori dell’VIII congresso del partito a Roma, io ero uno dei delegati e assistetti all’intervento di Antonio Giolitti che dalla tribuna comunicò la sua uscita dal PCI con un intervento che era un richiamo etico alla politica.
Dopo il rapporto Chruščëv apparve ancor più la necessità dell’alleanza con i socialisti e con i socialdemocratici europei, aspra fu la polemica di Napolitano contro le tesi pubblicate e sostenute da Berlinguer sulla nostra così detta diversità.
In seguito dopo la svolta di Occhetto, Napolitano si allontanò dalla vita interna del partito e si orientò sempre più decisamente verso incarichi di natura istituzionale. E’ stato
Parlamentare europeo, Presidente della Camera, Ministro dell’Interno, Presidente della Repubblica per due volte. Nessun uomo politico italiano ha un curriculum istituzionale così ricco.
Soltanto in un’occasione, sorprendente, non venne eletto alla Camera dei Deputati per una legislatura.
In Europa fu decisivo il suo ruolo nell’elaborazione ed approvazione nel Parlamento Europeo della Costituzione che fu poi sabotata da alcuni Stati, principalmente da Francia e Olanda.

In cosa consiste la differenza tra Berlinguer e Napolitano sulla questione morale?
Napolitano sottolineava che la questione morale così come posta da Berlinguer ci isolava, noi diversi dagli altri, scelta schematica e settaria. In realtà, una questione morale c’era: corruzione, favoritismi, carrierismo, arroganza del potere erano un problema politico ed etico che coinvolgeva tutti i partiti, ma questa realtà così denunciata non ci impedì di far partire la linea del “Compromesso Storico”, compromesso cioè con Andreotti, la DC e gli altri partiti.
Napolitano, fra tanti libri che ha scritto, a proposito del “Compromesso Storico”, ce n’è uno a cui sono molto affezionato, dal titolo In mezzo al guado, un testo sul passato e sul presente, prima edizione 1979.
Oggi la “questione morale” è più presente che mai e le cronache quotidiane lo dimostrano e talvolta coinvolgono anche noi, eredi di quel partito così importante nella storia dell’Italia.

Napolitano è stato oggetto di pesanti critiche anche per la gestione di alcune vicende politiche, durante la Presidenza della Repubblica. Una di queste riguarda il mancato scioglimento del Parlamento nel 2011. Tu cosa ne pensi?
Mi domandi sulla scelta di Napolitano di non sciogliere le Camere dinanzi alla catastrofica situazione economica dell’Italia e crisi dei nostri titoli di Stato, cui è seguita la proposta di  Mario Monti a capo di un governo tecnico.
Molto si discusse e ancora se ne discute. Io e altri eravamo convinti che bisognava andare al voto. Pensai e penso che prima di tutto bisogna rispettare quello che prevede la democrazia, seguirne la strada maestra, basta guardare oggi la fine e le conseguenze del governo tecnico a guida Draghi, imposto da Mattarella.

Perché Napolitano ha accolto la richiesta avanzata dalla maggioranza del Parlamento di ottenere un secondo mandato di Presidente della Repubblica?
Giorgio Napolitano ha accettato mal volentieri il secondo mandato a presidente della Repubblica, tant’è che lo ha interrotto dopo due anni.
Famoso il suo discorso di accettazione del secondo mandato subito mal volentieri, critico severo verso i partiti che lo avevano richiamato a quella carica.
Era consapevole che la Costituzione, anche se non lo prevede espressamente, aveva avuto un’elaborazione in cui l’ipotesi della rielezione del presidente era da considerarsi necessaria solo se non si poteva fare diversamente. Questo emerge dalla lettura del dibattito che ci fu tra i costituenti dove tutti convennero di non prevederlo in Costituzione, ma concordarono che potesse accadere solo in casi di estrema necessità.
Alla fine del primo mandato di Mattarella, nonostante l’assenza di estrema necessità, visto che il tempo del suo settennato era stato più che sufficiente per trovare una soluzione autorevole alla sua successione, quel tempo è stato sprecato ed è accaduto di nuovo, ripetendo così una lacerazione costituzionale con l’accordo, bisogna dirlo, dello stesso Mattarella.

Come si può giudicare Napolitano sul piano storico?
Non credo che oggi siamo già nel tempo di una valutazione critica in sede storica della vita e opera di Giorgio Napolitano, occorrono studi seri, severi, profondi per valutare l’opera di una così grande personalità.
In fondo attualmente, quello che tu dici e queste note di risposta, sono considerazioni ancora sofferte e segnate dalla sua recentissima morte, dal nostro affetto per lui. Si può dire che  sono in fondo, considerazioni superficiali, di parte e non altro.

E’ ancora aperto il sentiero del riformismo in Italia? Io lo vedo come una necessità…
Tu ti chiedi se l’Italia riprenderà il “sentiero del riformismo” e rispondi di sì, perché dici è opportuno e necessario. Io rispondo che dobbiamo aspettare chi vorrà incamminarsi sul sentiero del riformismo, chi lo vorrà seguire, chi avrà l’autorevolezza per guidarlo, chi avrà l’età per farlo.

Resta anche meritevole di nota la sobrietà nella vita di Napolitano.
E’ vero. Ha sempre vissuto con la sua Clio in un appartamento normale nel rione Monti, una coppia, una vita insieme.

Anche all’estero ha goduto di apprezzamento, ancor prima di avere ottenuto incarichi istituzionali di primaria grandezza.
Anche questo è vero. Voglio ricordare la famosa visita negli USA. Una sua prima domanda per l’ingresso gli fu negata, poi l’ottenne la seconda volta grazie al professore Joseph La Palombara e tenne conferenze in uno splendido inglese nell’Università di Yale e altre università statunitensi ed in tantissime università europee. Kissinger lo chiamava “il mio comunista”. Parlava inoltre francese alla perfezione.

Come hai vissuto la sua fine terrena?
Ho partecipato a Montecitorio alla sua cerimonia funebre solenne, alla presenza anche di capi di stato stranieri. Meritava quella cerimonia, ma non mi ha commosso. Mi sono invece commosso in privato, pensando a lui fuori da quella solennità.
Una nota personale: sono molto felice di apprendere che abbia scelto di essere sepolto al Cimitero Acattolico alla Piramide a Porta San Paolo, nel cimitero in cui è sepolto Antonio Gramsci, così potrò, di tanto in tanto, portare un fiore ad entrambi.


Napolitano a pranzo Con Emanuele Macaluso, negli ultimi anni della sua vita



Angiolo Marroni a Londra visita la tomba di Karl Marx


Angiolo Marroni

Nemi, 10 novembre 2023                                                                          

 

Questo sito web fa uso di cookie tecnici 'di sessione', persistenti e di Terze Parti. Non fa uso di cookie di profilazione. Proseguendo con la navigazione intendi aver accettato l'uso di questi cookie. To find out more about the cookies we use and how to delete them, see our privacy policy.

  I accept cookies from this site.
EU Cookie Directive Module Information