di Armida Corridori

È necessario il dire e il pensare
Che l’essere sia:
infatti l’essere è; il nulla non é.
Parmenide, DK 28 B 6

IL CONTESTO
Il romanzo I proscritti, in gran parte autobiografico del tedesco Ernst von Salomon, membro dei Freikorps, un corpo di reduci e volontari che ha avuto un ruolo di primo piano nelle repressione dei moti spartachisti a Berlino nel 1918-1919 è molto interessante.
È un testo che rappresenta l’espressione estrema dello sradicamento, della frantumazione di ogni valore e del culto estetizzante della violenza innescati dalla grande guerra.
Anche se il ritratto fisico e morale riguarda un contingente tedesco, può essere assunto come ritratto fisico e morale di qualsiasi truppa sconfitta ma anche dei reduci delle potenze vittoriose.
Per la grande maggioranza delle classi popolari e quella meno solida del ceto medio, la guerra è stato un lungo periodo di smarrimento e di difficoltà, ne escono perciò radicalizzati molti orientamenti anche spirituali.



Nel rapporto con la religione ad esempio. Si va dal distacco fino all’ateismo da un lato dall’altro cresce la fede, spesso intrisa di pratiche superstiziose. Si può dire che dove la modernità mostra i suoi orrori, subentrano forme di lettura del futuro e pratiche propiziatorie ma anche mito e magia, cioè forze arcaiche e oscure.
La morte esposta per quattro anni agli occhi di milioni di uomini, innesca un deprezzamento radicale della vita e uno spirito di rivolta.

Nasce una politicizzazione di massa che in parte confluisce nei movimenti autoritari di destra, ma nella grande maggioranza dei casi si richiama al grande tema del riscatto degli oppressi e che si nutre sia di speranze millenaristiche sia delle teorie anarchiche e socialiste.

Scoppiano le rivoluzioni: in Messico, in Russia. Ciascun movimento è all’inizio molto differenziato al suo interno con più strati sociali, più partiti, ma è una ricchezza che si perde via via sotto l’incalzare della repressione e delle ideologie totalizzanti in nome del raggiungimento di scopi superiori.

Di conseguenza anche i movimenti rivoluzionari scontano la contraddizione tra fini e mezzi: proprio la bontà dei primi contribuisce a far apparire accettabili la distruttività dei secondi.

Senza dubbio ancora oggi restano irrisolte le questioni di fondo aperte allora: il nucleo di violenza sistematica e duratura presente nelle grandi idee di riscatto quando si fanno Stato e di contro la fragilità dell’alternativa anarchica e libertaria. C’è un’altra conseguenza, la tragicità degli esiti può delegittimare a priori ogni prospettiva di rivolgimento sociale.
Eppure nonostante tutto i primi decenni del XX secolo, hanno visto una esplosione straordinaria di creatività in tutti i settori a partire proprio dalla Germania sconfitta.
Berlino rinacque come centro culturale e mondano, una libertà mai conosciuta attirava nella città intellettuali tedeschi e stranieri.
Il nuovo teatro di Bertold Brecht, autore marxista che aveva l’obiettivo di risvegliare la coscienza politica; la scuola d’architettura e arti applicate del Bauhaus fondata da Walter Gropius nel 1919 che mescola materiali senza nessuna separazione fra arte e artigianato.
La grande cesura operata nella musica dal compositore tedesco Arnold Schonberg, padre della musica dodecafonica; la pittura con Georg Grosz e Otto Dix che costituirono il gruppo della” Nuova Oggettività”, un’arte con fini di denuncia sociale.


George Grosz (1893-1959), "Strada pericolosa", 1918

Anche il romanzo sperimenta nuovi percorsi e nuovi linguaggi, ha tra i suoi autori più significativi tre scrittori di lingua tedesca: Thomas Mann, Franz Kafka, Robert Musil.

Assieme a Berlino si afferma anche Parigi come centro di cultura. Qui nacque il movimento del surrealismo che aprirà le vie dell’immaginario e del possibile.
Nel campo scientifico con la scoperta del principio di relatività di spazio e tempo di Albert Eistein, emerge una realtà multiforme e mutevole. È un mutamento di tale portata da essere considerata una seconda rivoluzione scientifica analoga alla prima de XVII secolo. Sostituisce l’immagine dell’universo, ovvero la rappresentazione meccanicistica basata sulla fisica newtoniana.
A questo fa da contraltare un uomo inquieto che si scopre con Freud diviso tra conscio e inconscio.


Albert Eistein

NUOVE TENDENZE FILOSOFICHE
Come già accennato, nei primi decenni del Novecento inizia una corrente filosofica che fa oggetto di indagine sia il linguaggio scientifico che quello comune.
Gli strumenti dell’analisi linguistica diventano la base per una radicale critica della metafisica , le cui proposizioni sono considerate del tutto prive di senso come gli enunciati del tipo: ” Dio esiste” o “ Dio non esiste”.

Bisogna applicare il principio di verificazione già introdotto dall’empirismo di Hume secondo cui una proposizione ha significato se è verificabile o falsificabile, ovvero se si può accertarne la verità o la falsità.
L’unico modo per stabilire se una proposizione è vera o falsa è di verificare se nell’esperienza esista o non esista il fatto affermato dalla proposizione stessa.
Questo è l’atteggiamento praticato nella vita quotidiana e anche nella scienza, impraticabile nella metafisica. I grandi interrogativi su Dio, sull’esistenza umana, sull’immortalità dell’anima non hanno spazio all’interno di un discorso sensato.

La metafisica è pertanto una sorta di malattia del linguaggio.
Il tema del linguaggio è al centro della riflessione ed elaborazione di Wolfran Eilemberger, Walter Benjamin, Ernest Cassirer, Martin Eidegger.
Sono i protagonisti del libro “Il tempo degli stregoni” 1919-1929. Le vite straordinarie di quattro filosofi e l’ultima rivoluzione del pensiero. Universale economica Feltrinelli.



L’autore è Wolfran Eilemberger, docente di filosofia in diverse università, scrittore. In Germania ha fondato “Philosophie Magazin” tra le più importanti riviste di filosofia.
Dello stesso autore ho presentato nella rivista “Le Visionarie” 1933-1943, Arendt, De Beauvoir, Rand, Weil e il pensiero della libertà. Quattro donne che durante gli anni degli orrori del nazismo e della guerra , quando sembrava che la libertà fosse perduta per sempre, sono scese come palombare nelle acque agitate della violenza e con il loro sguardo hanno illuminato le tenebre del Novecento.



L’autore anche questa volta, mette in scena lo straordinario sviluppo del pensiero sullo sfondo di una Germania divisa tra la voglia di vivere del dopoguerra e l’abisso della crisi economica, tra la vivacità delle notti berlinesi e i complotti della Repubblica di Weimar mentre il nazionalsocialismo si va trasformando velocemente in una minaccia.
I quattro protagonisti di questi anni con grande abilità narrativa sono rappresentati con il loro carattere, la personalità, le loro miserie quotidiane ma sono giganti del pensiero.
Determinano una vera e propria rivoluzione del pensiero occidentale, ciascuno con il proprio sguardo e il proprio modo di concepire la vita, il linguaggio, il tempo e il mito.

LUDWIG WITTGENSTEIN 1889-1951 Prima parte
Il 18 giugno 1929 a Cambridge si concludeva un esame molto particolare davanti alla commissione dell’esame dottorale formata da Bertrand Russel e George Edward Moore.
L’allievo era un ex miliardario austriaco quarantenne che aveva insegnato per gli ultimi dieci anni in una scuola elementare. Non era uno sconosciuto, negli anni tra il 1911 e lo scoppio della guerra aveva studiato in quella università con Russel dimostrando la sua genialità e l’eccentricità.


Ludwig Wittgenstein nel 1929

Era conosciuto come autore del Tractatus logico-philosophicus che aveva finito di scrivere nel 1918 durante la prigionia in Italia a Cassino, fermamente convinto di avere risolto definitivamente i problemi del pensiero.
Di qui la decisione di chiudere con la filosofia. Pochi mesi dopo- l’erede di una delle famiglie industriali più ricche del continente- cedeva alle sorelle tutto il suo patrimonio.
Ora tornava a Cambridge per dedicarsi di nuovo alla filosofia. Per ragioni istituzionali non era possibile procurare una borsa di studio o addirittura un posto fisso a un ex studente che aveva interrotto gli studi.
La soluzione escogitata fu quella di fargli presentare la sua opera come tesi di dottorato, in questo modo fu possibile assegnarli una borsa di studio.
Il Tractatus, è un testo di poche decine di pagine, arduo da leggere e interpretare anche per il modo in cui è scritto, rigorosamente suddiviso in paragrafi numerati, ad esempio:
1 Il mondo è tutto ciò che accade.
Il mondo cioè la realtà, è la totalità dei fatti non delle cose, cosi come il linguaggio non è la totalità dei nomi ma delle proposizioni.

Gli elementi costitutivi della realtà non sono cose particolari, ma insiemi di cose collegate tra loro e la raffigurazione del mondo, inteso come totalità dei fatti, non può essere dato da un puro elenco di nomi.
Nonostante la sua enigmaticità, il proposito dell’opera è chiaro. Si iscrive in una lunga tradizione filosofica che comprende Baruch Spinoza, David Hume e la Critica della ragion pura  di Kant (1781).

L’intento era quello di tracciare un confine tra le proposizioni del nostro linguaggio che sono sensate e che possono essere veritiere da quelle che solo apparentemente sono sensate.
Il Tractatus si presenta in qualche modo come un contributo terapeutico alla soluzione del problema di che cosa si possa parlare sensatamente e di che cosa no. Non a  caso il libro si conclude con l’enunciato: 7 Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.

ERNST CASSIRER (1874-1945)  Prima parte
Libero docente alla Friedrich-Wilhelm-Universitat di Berlino, vive un periodo non facile nel primo dopoguerra. Durante le prime settimane del gennaio 1919 si sparava nelle strade. Era la rivolta spartachista.


Ernst Cassirer

È un uomo che pur in una situazione cosi difficile riesce a rimanere calmo in quanto ha una fede profonda nel valore della propria azione dimostrando di avere carattere.
Intorno al concetto stesso di “carattere” se ne faceva allora un gran parlare nei circoli conservatori della città. Cassirer invece era convinto che l’uso filosofico del termine-in particolare nel senso del “carattere nazionale”- facesse il gioco di una retorica nazional-popolare e sciovinista e di un culto in realtà illiberale e antidemocratico.
Gli individui che parlano del vero” carattere di un uomo” o dell’”identità essenziale di un popolo” come di qualcosa di profondo e immutabile sono l’antitesi dell’Illuminismo e per lui , di fatto, anti-tedeschi.
Proprio nel 1916 aveva terminato il saggio con intenzione polemica ”Libertà e forma. Studi sulla storia spirituale della Germania. Pronunciare giudizi sul “vero carattere,” “sulla vera identità” di una persona, significa assumere presupposti metafisici.
Cassirer invece avendo come punti di riferimento Kant e Goethe, evita l’ipotesi di un “nocciolo” sostanziale che costituirebbe la vera identità di un individuo.

La sua “essenza” non può essere determinata astrattamente una volta per tutte e non è possibile evocarla magicamente, può solo mostrarsi e dar prova di sé nei vari contesti in cui si incontra. Per Cassirer dunque a provocare la catastrofe della guerra erano state anche una cattiva metafisica e una risposta sbagliata, anti-tedesca alla domanda sulla natura dell’essere umano.

Dopo dodici anni di insegnamento all’università di Berlino, è uno studioso di fama internazionale ma non è ancora di ruolo. Ha pubblicato opere di alto livello, in particolare il Concetto di sostanza e concetto di funzione (1911) e dopo la morte di Herman Cohen suo maestro, è considerato il capo indiscusso della Scuola neokantiana di Marburgo.

Questo profilo si rivela però più un ostacolo che un vantaggio nei circoli più nazionalisti e conservatori in quanto studioso di origine ebraica. È sospettato di allontanare Kant e la sua dottrina dalle sue “vere” radici tedesche.

In verità, già durante la guerra il clima nazionalistico aveva soffiato sul fuoco dell’antisemitismo come nel caso del “censimento ebraico” nell’esercito tedesco del 1916.
In questi ambienti il nome “ Cassirer” evoca un caso esemplare di famiglia alto-borghese ebraico-tedesca, i cui membri occupano posizioni di prestigio nella vita economica e culturale di Berlino.
I Cassirer sono un caso eccellente di “assimilazione” e proprio questo li rende sospetti secondo la logica nazionalpopolare dell’”intima essenza tedesca”.

Cassirer per motivi di salute ha partecipato alla guerra nel reparto “ Francia” dell’ufficio stampa del Reich. Il suo compito era quello di redigere brevi testi e volantini.

Leggere e raccogliere gli articoli della stampa francese, modificarne il taglio in modo da renderli utilizzabili per la propaganda tedesca.

Questo impiego gli lascia del tempo libero che può dedicare ai propri progetti di lavoro. Con la scrittura del saggio Sulle reazioni europee alla cultura tedesca, vuole reagire alle bugie della propaganda.

Tornato a casa nel 1919, sul tram elettrico su cui viaggia, abbozza su otto pagine di taccuino, il testo Filosofia delle forme simboliche a cui lavorerà per dieci anni e che uscirà in tre volumi.

Nel primo manoscritto intende affrontare la fenomenologia del linguaggio umano come fondamento di tutte le forme simboliche. Nel maggio 1919 gli arriva una lettera dall’Università di Amburgo fondata di recente che gli offre una cattedra. Finalmente potrà contare su un reddito sicuro.

Cassirer accetta. La guerra ha dato un duro colpo al suo patrimonio famigliare. La grande fabbrica di cellulosa della sua famiglia si trova ora oltre i vecchi confini del Reich in territorio polacco.

WALTER BENJAMIN (1892-1940)  prima parte
Pensatore “difficile”, fuori dagli schemi, filosofo e letterato, Scrive il saggio dal titolo Destino e carattere nel settembre 1919. La questione che si pone è se il carattere di un uomo e il suo modo di reagire fossero conosciuti in tutti i dettagli e se gli avvenimenti fossero conosciuti almeno nei punti di contatto con quel carattere, si potrebbe dire con esattezza che cosa accadrà a quel carattere e quali saranno le sue azioni?

Il corso della vita umana è davvero cosi definito, determinato?
Quale margine di libertà rimane all’individuo nel plasmare la propria vita?

Benjamin in quel momento rappresenta un’intera generazione di giovani intellettuali europei, che dopo la fine della Grande guerra si trova di fronte al compito di rinnovare i fondamenti della propria cultura e della propria esistenza.

La scrittura diventa pertanto anche strumento di autoindagine. Egli ha già superato i passaggi fondamentali della vita adulta. Ha ventisette anni, ha preso moglie, è diventato padre e nel giugno 1919 si laurea in filosofia.
Era riuscito a non andare in guerra con l’aiuto di Gershom Scholem e della moglie e aveva ottenuto il permesso di farsi ricoverare in una clinica svizzera per ulteriori accertamenti.

La Svizzera in quegli anni è diventata il rifugio dei giovani intellettuali tedeschi ed europei. È qui che Hugo Ball e Tristan Tzara annunciano la nascita del Dadaismo. A pochi metri dal Cabaret Voltaire ha trovato casa un certo Vladimir Il’ic Ul’janov, che con lo pseudonimo di Lenin sta progettando la rivoluzione russa.
La fine ormai vicina della guerra sollecita ormai una scelta professionale più concreta, tanto più che il padre, la cui situazione economica è diventata difficile, pretende che il figlio cammini con le proprie gambe.

La tesi di laurea si intitola Il concetto di critica d’arte nel Romanticismo tedesco. L’idea al centro del lavoro è quella di fornire un nuovo fondamento teoretico all’idea stessa del divenire individuale e collettivo come un processo aperto.

Questa apertura è definita da Benjamin “critica” sulla scia di Kant, Fichte, Novalis e Schelling. L’attività della critica- rettamente intesa- non lascia immutato né il soggetto criticante (il critico d’arte), né l’oggetto criticato (l’opera d’arte).

Nel processo della critica subiscono entrambi una trasformazione, che nel caso ideale è un avvicinamento alla verità.
Questa tesi poggia su due principi teorici fondamentali del Romanticismo tedesco: il principio dell’autorelazione e quello dell’eterorelazione.

 In sintesi:

  • Tutto ciò che esiste, non esiste solo in un rapporto dinamico con le altre cose esistenti, ma anche con se stesso;
  • Quando un soggetto critica un oggetto, vengono attivate in entrambi i termini sia le relazioni con l’esterno che le relazioni con se stesso.
  • La funzione della critica d’arte consiste in un processo di perfezionamento, di integrazione e di sistematizzazione.

Pertanto al critico d’arte bisognerà attribuire una parte attiva nella creazione della stessa opera d’arte.
Un’opera d’arte non viene definita una volta per sempre ma la sua sostanza e il suo significato si modificano dinamicamente nel corso della storia.

Il critico e l’artista si trovano dunque, se rettamente intesi, sullo stesso piano creativo.
Benjamin cerca di far comprendere al padre commerciante che intende occuparsi di questo nel futuro. Come ogni genitore lui vorrebbe per il figlio una attività che dia stabilità e sicurezza economica ma Benjamin non la raggiungerà mai.
Non c’è dubbio che le sue tesi avranno conseguenze destinate a rivoluzionare l’idea stessa della critica d’arte nel XX e nel XXI secolo.

MARTIN HEIDEGGER (1889-1976)  Prima parte
Era stato dichiarato inabile nei primi anni di guerra per un disturbo cardiaco. Negli ultimi mesi aveva preso servizio come meteorologo con il compito di favorire gli attacchi con i gas dell’esercito tedesco durante la battaglia della Marna.
Avrà visto con il binocolo migliaia di soldati tedeschi uscire dalle trincee e gettarsi incontro a una morte certa, eppure nei suoi appunti e nelle lettere non c’è la minima traccia degli orrori della guerra.

Quando parla di “sacrifici” e “rinunce” e “battaglie” si riferisce solo a se stesso e alla propria situazione accademica e personale. Questo è sintomatico già del carattere dell’uomo.
In verità è difficile vivere da filosofo cattolico- ossia fare una carriera istituzionale con il sostegno della chiesa- quando si sposa una donna protestante sia pure in segreto. Il matrimonio è stato conveniente dal punto di vista economico per lui figlio di un modesto sacrestano che ha sposato un partito eccellente.


Martin Heidegger

Thea Elfride Petri arrivata a Friburgo per studiare economia, veniva da una delle famiglie benestanti dei circoli militari prussiani di grado elevato perciò i genitori fornirono alla coppia un sostegno finanziario generoso.
Dopo la fine del conflitto, come tutti, subirono anche loro perdite pesanti e furono costretti a sospendere gli aiuti ai due giovani. Pertanto anche Heidegger come Benjamin e Wittgenstein aveva bisogno di trovare un posto di lavoro e un reddito sicuro.

Il titolare della prima cattedra di Friburgo era il fondatore e il capo carismatico della fenomenologia: Edmond Husserl. All’inizio i rapporti sono difficili. Husserl filosofo di orientamento scientifico non apprezza i pensatori di ascendenza confessionale come Heidegger.

Nell’inverno 1917-18 si stabili fra i due un legame più intenso che diventò poi un sostegno diretto. Heidegger in una lettera all’amico cattolico Engelbert Krebs dichiara che le nuove prospettive gnoseologiche hanno reso problematico e inaccettabile il sistema del cattolicesimo.
Questa rappresenta una svolta decisiva nella propria biografia, ma è anche una mossa strategica finalizzata all’ottenimento di un ruolo accademico.

Husserl si impegna presso il Ministero che autorizza non il posto di assistente ma un incarico pagato. A questo punto Heidegger sarà libero di pensare al di fuori di ogni vincolo confessionale.

Friburgo non è Monaco e Berlino ma non si sta poi cosi male. Grazie alla campagna vicina, la scarsezza di generi alimentari si sente meno e la città è risparmiata da sollevazioni e battaglie di strada.
L’uditorio che per la prima volta si trova di fronte il giovane docente non è proprio esaltante. Sono giovani dall’aria spaesata e sofferta, molti hanno superato l’età media di uno studente universitario.
Come raggiungerli? Come rivolgersi a loro? La decisione che prende in questo momento segna uno dei momenti più alti nella storia della filosofia.

L’argomento che sceglie suona: “L’idea di filosofia e il problema della visione del mondo.” Si tratta di una riflessione sulla filosofia come sapere autonomo rispetto alle scienze naturali ed empiriche. Ma anche andare oltre le grandi visioni storico-universali come il grandioso panorama delle civiltà umane descritto da Oswald Spengler nel Tramonto dell’Occidente.

In che cosa si distingue la filosofia? Quale è la differenza?

Secondo i principi della Fenomenologia di Husserl la differenza consiste nel fatto che la filosofia si presenta come un metodo per la comprensione del mondo.
Rispetto alle scienze naturali non mira a spiegare o a prevedere il corso dei fenomeni, ma a comprendere nel modo il più oggettivo possibile i fenomeni nel loro presentarsi alla coscienza generale. Per semplificare, la domanda base della fenomenologia suona cosi: esiste qualcosa? E se si, come si presenta alla nostra coscienza?

L’Esperienza del domandare
Già nella formulazione della domanda :”Esiste?” c’è qualcosa che esiste. Sembra una domanda banale ma secondo Heidegger tutta la problematica della filosofia dipende da questa. Esistono tante cose le più disparate ma noi in verità ci chiediamo se ci sia qualcosa in generale, qualcosa di universale che si può attribuire a qualsiasi oggetto possibile.

Se dico che “è qualcosa” dico di un certo oggetto il minimo dicibile e gli sto di fronte senza alcun presupposto.
Questa prima lezione del dopoguerra rappresenta la prima cellula di tutta la filosofia heideggeriana dell’”esistenza” come Da-sein, esserci.

Dieci anni più tardi affermerà che tutta la sua filosofia ruota intorno a un’unica questione, cioè al significato della parola “essere”.
“È necessario il dire e il pensare che l’essere sia: infatti l’essere è, il nulla non è”.
Parmenide D K28B6

Parmenide afferma che l’essere esiste, il non essere viceversa non esiste e non può essere pensato. Il termine “essere” (to òn, to éinai) indica ciò che esiste nella pienezza assoluta e perfetta, eterna e immobile.
Con Parmenide prende avvio una branca fondamentale del pensiero filosofico che è l’ontologia, cioè il discorso e lo studio dell’essere nelle sue caratteristiche universali.

Heidegger in quell’aula di Friburgo annuncerà di essere il primo filosofo , dopo duemilacinquecento anni ad aver riscoperto e riportato in vita il senso di questa domanda e il suo significato per la vita concreta e il pensiero di ogni uomo.

Se si delega la questione del “c’è” alle scienze naturali, la filosofia diventa superflua oppure degenera in quella sorta di vuota chiacchiera associata all’idea della filosofia come “visione del mondo”.

Occorre fare un salto che porta a una terza via, quale?
Più che una scelta logico- argomentativa o razionalmente motivata, deve poggiare su un coraggioso atto di volontà, su una decisione e su una concreta esperienza personale come quella di una trasformazione religiosa: di una vocazione.
C’è un altro passaggio sull’” esperienza vissuta del domandare”, se noi umani non “ci” fossimo. Noi siamo gli unici esseri che possono porsi la domanda sul senso dell’essere, sul “c’è”.

Questo percorso può essere fatto solo individualmente, ciò che rende possibile il salto non si può comunicare in astratto bisogna farne esperienza diretta. Heidegger propone una scienza originaria “preteoretica” che non mira alla pura descrizione del dato ma a un modo diverso di cogliere la qualità di ciò che è dato quindi anche di quel “dato” che è il proprio io.
Appare chiaro come nella primavera del 1919 il pensiero di Heidegger presenti un intreccio inestricabile tra la “questione dell’essere”( ontologia) con la questione dell’”esserci” (esistenzialismo).

I giovani filosofi in questo primo dopoguerra vogliono fondare per sé e per la propria generazione, un progetto di vita che sia fuori della “gabbia” di “destino e carattere”. Ciò significa evadere dagli schemi fino allora dominanti: famiglia, religione, nazione, capitalismo.

Potremmo immaginare due giovani che vanno a spasso per la città, a un certo punto uno dice all’altro:” Com’è strano che esista qualcosa! L’altro annuisce e replica: Si, lo vedo, appare anche a me. Io penso sempre non come il mondo è , ma il fatto che esista.”

Indubbiamente due tipi stravaganti, eppure è un dialogo possibile tra Heidegger e Wittgenstein e si sarebbero anche capiti al volo.

Ma Heidegger avrebbe preferito filosofare sul significato di questo “c’è” e qui avrebbe visto la domanda decisiva sulla conoscenza dell’essere, l’altro ci avrebbe visto solo un puro non-senso, ovvero una serie di pseudo problemi generati dal linguaggio.

In fondo il programma heideggeriano è quello di una riconquista fenomenologica del mondo. Questo comporta una critica ideologica radicale dell’età moderna, della tecnica e del suo atteggiamento complessivo che riduce tutto a cosa e a riserva da sfruttare.

Una posizione questa destinata ad avere poi ampia risonanza in tutte le teorie critiche del XX e del XXI secolo. Col senno di poi si può affermare che Heidegger sia stato un precursore del movimento ecologista: prospettiva “olistica”, coscienza ambientale, critica della tecnologia, ritorno alla natura.
Sono motivi che si appellano all’autenticità e alla genuinità in tutte le forme di vita ma si traduce anche in un invito enfatico al radicamento, a mettere le radici nel proprio ambiente, nel proprio paesaggio.
Restare connessi alle proprie usanze, ai costumi, ai dialetti.

L’essere umano può essere veramente “ a casa” e pienamente autentico solo nel suo luogo d’origine, nel suo ambiente naturale. Per lui questo luogo sarà per tutta la vita la Selva Nera.
È evidente come tutto ciò presenti già i contorni di una autenticità “nazionalpopolare”, di una ricerca dell’essenza del proprio popolo. E qui compaiono le prime ombre.

CASSIRER  Seconda Parte
Ad Amburgo, seconda patria elettiva, Cassirer sa di essere all’inizio di una nuova epoca. Il 1° maggio un gruppo di amici e di studiosi si dà appuntamento per inaugurare la nuova sede della Biblioteca Warburg, KBW. Aby Warburg l’aveva iniziata a progettare al suo ritorno ad Amburgo dopo il soggiorno in una clinica svizzera dove era stato ricoverato.
In meno di due anni era stato edificato un edificio con sala di lettura e spazi-laboratorio senza rivali al mondo per la sua dotazione tecnica.
In particolare la grande sala centrale era di forma ellittica seguendo una forma mentis che conferiva al corpo geometrico un particolare significato cosmico-simbolico.
Il calcolo dell’orbita ellittica- e non circolare!- di Marte , effettuato per la prima volta da Keplero aveva segnato , secondo Warburg, la cesura tra il pensiero mitico-medievale e la libertà del pensiero moderno, fondato sulla nuova scienza della natura.

Nell’incontro, Cassirer affronta il quesito:” Come si arriva all’immagine moderna del mondo? ”nel lavoro monografico Individuo e cosmo nella filosofia del Rinascimento.
Nel grande evento del risveglio rinascimentale, la filosofia non ha svolto un ruolo il di primo piano, anzi si dimostra incapace di stare al passo con le innovazioni del XIV e del XV secolo.
Come alcuni settori della odierna filosofia analitica, anche la Scolastica di allora irrigidita nel feticismo delle distinzioni sottili non   riuscì  a dare un contributo  significativo alla comprensione della propria epoca dai mutamenti grandiosi.
A questo punto prende posizione contro uno degli assunti-base dell’analisi, in particolare heideggeriana, della modernità come decadenza. Parla di una “sopravvalutazione della filosofia come forza civilizzatrice, è invece una voce accanto a molte altre a cui spetta il compito di connettere discipline diverse.”

Questo è il compito che si prefigge di svolgere. È bene ricordare come gli anni venti del XX secolo vedono numerose innovazioni soprattutto in campo tecnico: l’automobile, la radio, il telefono, Il cinema, i primi voli solo per citarne alcuni.
Nessuna singola disciplina è in grado di tenere il passo. La biblioteca Warbur è diventata un centro intellettuale che incarna l’idea di una unità metodica di tutti i campi di ricerca e di tutti gli indirizzi  delle scienze umane.

Il nuovo orizzonte inaugurato dalla scienza astronomica di Keplero e Copernico ha provocato un vero rinascimento. Lo sguardo non va più dal cosmo all’individuo, giù nel basso mondo ma dal microcosmo individuale al macrocosmo di cui si considera parte.

Questo universo si presenta all’individuo come uno spazio infinito, le cui leggi offrono un territorio sterminato di conoscenza.
La capacità di indagare e plasmare la propria vita richiama l’idea di libertà, mentre il processo che porta a indagare l’universo per determinarne le leggi richiama l’idea di necessità.

Questa coppia di concetti libertà e necessità costituiscono il fascino del Rinascimento, sono concetti complementari che si condizionano reciprocamente. La libertà dell’uomo moderno e la necessità causale sono per Cassirer Co-originarie.
La cultura è quel processo continuo che consiste nel fare scoperte mediate simbolicamente nella forma della parola, dell’immagine, del calcolo o anche del proprio corpo.
Sta qui la “logica della ricerca” propria del Rinascimento.

Nel volume Libertà e necessità nel Rinascimento, e Individuo e cosmo, sull’origine della modernità, Cassirer non diversamente dalle opere di Benjamin e di Heidegger denuncia una perdita.
Nella terminologia di Cassirer la diagnosi dell’epoca tardo-moderna e in particolare dell’Illuminismo è in apparenza paradossale: anche l’uomo tardo-moderno ricade in categorie mitiche di pensiero, sia pure da una posizione di maggiore potere.
Alla incrollabile necessità delle potenze mitiche subentra quella non meno ferrea delle leggi causali, al potere degli astri- o del buon Dio- subentra l’uomo “autonomo”, sublimato in pura coscienza pensante.
È questa la vera dialettica dell’Illuminismo che Cassirer individua e ne denuncia il travisamento con chiarezza esemplare. Alla metà degli anni venti proprio il rapporto tra libertà e necessità, determinismo e indeterminismo come lo intendeva la fisica classica viene messo radicalmente in discussione.
Non a caso è del 1927 la pubblicazione della tesi di Werner Heisemberg sul principio di indeterminazione.

LUDWIG WITTGEHSTEIN   Seconda parte
Nel 1925 insegna nella scuola elementare a Ottertlal, compie trentasei anni e nonostante la difficoltà nei rapporti con i colleghi, con i genitori e le autorità non vuole darsi per vinto.
In quell’anno esce il Mein Kampf di Hitler; Stalin si impadronisce del potere; un giovane generale spagnolo Francisco Franco invade il Marocco con le sue truppe al grido “ Viva la muerte!”; viene fondato il Nsdap, Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori; l’anno in cui viene pubblicato Il processo di Kafka.
Anche per Wittgehstein la crisi della civiltà occidentale è in primo luogo una crisi del linguaggio comune. Se l’Illuminismo è “ l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità di cui egli stesso è colpevole” come sosteneva Kant, la dinamica di questa “colpevolezza” può essere interpretata anche in chiave pedagogica.



Il compito allora è quello di trasmettere ai bambini un linguaggio e concetti chiari che formino una base per orientarsi nel mondo. Di fatto il Tractatus ha già un intento terapeutico, la lingua, per la sua stessa logica interna, ha le energie necessarie per “guarire” dagli equivoci e le imprecisioni che essa stessa produce.
Questa convinzione guiderà tutta la successiva produzione filosofica a partire dal 1929 e in particolare la sua seconda opera, le Ricerche filosofiche. Questo secondo libro, dalla struttura coerentemente dialogica, è dominato dalla voce di un bambino che pone domande.

È un gioco di domande e risposte e vengono messe in scena situazioni esemplari di vita ordinaria. Una voce adulta filosofico-paterna spiega che cos’è il linguaggio e quale significato assumono alcune parole più di altre nella nostra vita quotidiana. Il riferimento all’infanzia come stadio decisivo del nostro rapporto col mondo assume qui un ruolo assolutamente centrale. Wittgenstein elabora un Dizionario per le scuole elementari partendo dalla domanda : quali sono le tremila parole che significano il mondo per uno scolaro di Otterthal?

Nell’Austria di quegli anni mancava un dizionario che fosse accessibile agli scolari delle regioni più povere del paese. Il dizionario doveva servire agli scolari come un manuale da consultare nei casi dubbi, in modo da correggere da soli i propri errori ortografici. In questo senso è un insegnante decisamente innovativo e se tratta una certa materia, cerca sempre di darne una dimostrazione completa. Ad esempio usa gli scheletri degli animali, gatti, volpi, che prepara e ricompone insieme ai suoi alunni. L’opera uscirà ma solo nell’autunno 1926, troppo tardi per lui che ha lasciato l’insegnamento. Tornato a Vienna si cimenta come architetto nella costruzione della villa per la sorella Gretl nella Kundmamgasse.

A quale indirizzo stilistico assegnarla? Alla scuola di Adolf Loos, allo stile Banhaus, cubismo o un edificio alla Corbusier? Secondo la sorella Hermine è” la logica diventata casa”.
Gretl in verità desiderava più di una semplice casa: doveva essere l’espressione di uno specifico modo di stare al mondo, di una visione morale ed estetica.
Quanto fosse difficile venire a capo del fenomeno Wittgenstein, ne fece esperienza Moritz Schlick della facoltà di filosofia  dell’università di Vienna, dove proprio in virtù della sua assenza era diventato una figura onnipresente.

La sua opera stimola il pensiero e la ricerca delle menti più innovative. Ogni giovedì  l’avanguardia filosofica viennese si riunisce nella villa di Schlick che fa parte di una antica dinastia protestante, una delle più importanti famiglie nobiliari dell’Impero ormai tramontato.

“Empirismo logico” è il nome di battaglia di questo Circolo, le cui figure di spicco sono Rudolf Carnap, Friedrich, Herbert Feigl, Otto Neurath, tutti destinati a una fama mondiale.
L’obiettivo è quello di lavorare a una riforma radicale della filosofia o meglio del pensiero europeo. Dopo averlo inseguito per un anno, finalmente Schlick ottiene un incontro in un  lunedì insieme al gruppo. Incontri diventati poi leggendari.
Rudolf Carnap, che dieci dopo svolgerà un ruolo decisivo nello sviluppo della cosiddetta “filosofia analitica” negli Stati Uniti, ci dà un resoconto dell’atteggiamento di Wittgenstein.
Il suo modo di impostare i problemi , anche di natura teoretica, facevano pensare a un artista più che a uno scienziato. Si potrebbe dire che assomigliava a un profeta religioso o a un veggente.

WALTER BENJAMIN  Seconda parte
Nel settembre 1926 è a Marsiglia dove si è ritirato dopo aver avuto un crollo nervoso. Ha portato a termine il cosiddetto “Libro di aforismi”, ci ha lavorato gli ultimi due anni.
Si trova come sempre in una situazione difficile sia sul piano economico che sociale e intellettuale, nel frattempo è morto il padre. È una raccolta di sessanta testi brevi che doveva indicare la via  verso un nuovo tipo di scrittura e perciò anche di pensiero.

Egli ritiene che spunti primari della riflessione filosofica siano l’osservazione diretta degli oggetti e dei comportamenti. L’obiettivo-guida è la rappresentazione di quei meccanismi con cui le cose, le situazioni e le masse interagiscono tra loro.
La letteratura può essere efficace solo in uno scambio rigoroso tra il fare e lo scrivere. Fogli volanti, opuscoli, articoli di riviste e manifesti rappresentano il linguaggio del momento storico.


Walter Benjamin

Già il titolo Strada a senso unico, suggerisce una ambivalenza: da un lato fa pensare a una linea retta, precisa, dall’altra si può sbagliare direzione senza possibili inversioni di marcia.
È il clima esistenziale di una “lost generation” come la definiva in quegli anni la scrittrice americana Gertrude Stein conversando con Ernst Hemingway  a Parigi.
Una generazione perduta, cronicamente indecisa e quindi incline agli estremi.
Le “immagini di pensiero” sono concepite come un pendant letterario di quelle figure ambivalenti, assai popolari nella teoria e nella psicologia della Gestalt, che a seconda del modo di guardarle possono presentare oggetti diversi.

Soltanto chi riesce a vedere in queste immagini entrambe le figure in una sola volta le vede “correttamente”. Proprio questa dinamica di una “ identità che si rivela solo nel capovolgersi paradossale degli opposti” è per Benjamin come l’effetto-chiave del suo stile di scrittura centrato sull’oggetto.

 Il “libero oscillare” tra due stati reciprocamente incompatibile corrisponde alla legge fondamentale delle particelle subatomiche che costituiscono tutto ciò che esiste.

Il paradosso di quelli che il fisico Max Planck aveva denominato i “quanti”. A partire dal 1923 un gruppo di studiosi raccolti attorno a Werner Heisenberg, Niels Bohr e Max Born aveva scoperto la natura sfuggente di questi elementi che si presentano ora come onde, ora come particelle a seconda del punto di osservazione.

Heisenberg e i suoi collaboratori ritenevano di avere dimostrato che questo stato di cose non obbedisce a leggi deterministiche ma probabilistiche.
Non era dunque solo la situazione sociale ma anche la scienza fisica ad affermare il primato dell’ambivalenza e dell’indeterminazione.
Benjamin con le “immagini di pensiero” tenta di rendere questa indeterminatezza ontologica delle cose mediante una descrizione il più possibile precisa, sottile, penetrante del mondo degli oggetti.
È senz’altro un ritorno al materialismo non quello dialettico di Marx. Non si tratta di mostrare la possibile conciliazione delle contraddizioni individuate nell’oggetto, ma al contrario l’idea è invece quella che una tale conciliazione sia impossibile.

Nel frattempo Benjamin è colpito da pesanti attacchi depressivi.
E pensa concretamente al suicidio. C’è la testimonianza di Ernst Bloch che lo aveva accompagnato da Parigi a Marsiglia. Poi si sposta a Berlino. Nessuna delle sue opere maggiori è ancora stata pubblicata. Rimangono nel cassetto dell’editore Rowohlt sia le Affinità elettive, sia l’opera sul dramma barocco.
L’unico elemento di continuità nella sua vita sono le traduzioni proustiane. Nel mese di novembre si reca a Mosca, ha saputo che Asja Lacis che resta l’amore della sua vita, conosciuta a Capri è malata e ricoverata in un sanatorio di Mosca.
Continua a viaggiare e ritorna a Parigi dove in questi anni è di casa lo Spirito del mondo nella sua veste letteraria. Ne celebra i riti in uno stato di ebbrezza continuata giorno dopo giorno.

CASSIRER  Terza parte
“ Il transitorio, il fuggevole, il contingente” che Baudelaire aveva indicato come le qualità specifiche della modernità, si sono  impadroniti ora anche della filosofia. Non è facile accettare questa nuova sensazione di incertezza.

Ha portato a termine la prima versione del terzo volume della Filosofia delle forme simboliche e si concede come premio un viaggio di due settimane in Inghilterra e in Olanda.
In questi anni, Cassirer si rende conto che è il simbolo di un atteggiamento liberale e repubblicano che non è scontato tra gli intellettuali tedeschi dell’epoca.
L’allievo di Herman Cohen, l’autorità mondiale negli studi su Kant e Goethe, è ormai una bandiera del patriottismo ebraico- tedesco.
Nel giugno del 1928, riceve una chiamata ufficiale dalla Goethe- Universitat di Francoforte, di recente fondazione e in fase di organizzazione. Si accende una contesa. Aby Warburg pubblica una lettera appello sull’Hamburger Handelslatt in cui sostiene che Cassirer debba restare ad Amburgo.
Il caso da pubblico diventa politico e vede intervenire anche i sindaci delle due città. Va ricordato che in seguito l’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte sarà diretto da Adorno e Horkheimer.
Contemporaneamente alle trattative per farlo restare Cassirer fu invitato a tenere un discorso davanti al Senato della città per celebrare i dieci anni della Costituzione di Weimar.


Cassirer

Per tutti è una idea splendida tranne che per la moglie Toni che considera poco saggia una presa di posizione esplicita da parte di un ebreo tedesco visto il clima politico imperante.
Lei intuisce che sta per levarsi una tempesta di violenza inaudita come infatti accadrà. È indubbio che molti tedeschi si dimostravano scettici nei confronti della Repubblica di Weimar non tanto per la sua fragilità istituzionale, pur innegabile, quanto per una questione storico-culturale.

La forma repubblicano-democratica, secondo la versione dominante, era ritenuta un’idea di importazione, radicata nei paesi vincitori della guerra.
Nel mito fondativo della democrazia, il ruolo della Germania era stato praticamente nullo, pertanto la Costituzione di Weimar non era un regalo della storia, ma un incidente di percorso, un danno collaterale della sconfitta.
Una Germania veramente sovrana, in continuità con la propria storia originale, non poteva essere una repubblica. Il problema di Weimar era dunque in primo luogo un problema di identità storico-culturale, una ferita aperta.

Cassirer nel suo discorso affronta la questione partendo da alcune domande:
- Qual ’è il rapporto corretto tra l’individuo e la sua comunità?
- l’individuo dovrà decidere un libero uso della ragione ma orientato al pubblico interesse?
- E ancora, cosa pensare dei diritti che spettano a ognuno in quanto tale senza alcuna limitazione?

Di fatto presenta una vera controstoria risalendo a Wilhem Leibniz che non era stato mai considerato di simpatie democratiche. Una controstoria che trova il suo vertice in Immanuel Kant. Nell’opera Idea per una storia universale del 1784, cinque anni prima dello scoppio della Rivoluzione francese, sostiene che il fine della storia politica dell’umanità debba essere il raggiungimento di una perfetta costituzione politica.

Inoltre, dieci anni dopo nello scritto Per la pace perpetua, come primo articolo, sostiene che per raggiungere l’obiettivo, la costituzione politica di ogni Stato debba essere repubblicana.

HEIDEGGER   Seconda parte
Per adempiere ai suoi doveri esistenziali manca solo la costruzione della casa. Nell’ottobre del 1927 è ancora in attesa di una risposta definitiva dal Ministero di Berlino. Ha ereditato la cattedra di Natorp a Marburgo ma la speranza è di succedere a Husserl nella cattedra a Friburgo.
Quando in Heidegger riaffiora il demone del pensiero, è spinto a vivere nuove avventure erotiche. Oltre al rapporto con Hannah Arendt, coltiva quello con Elisabeth Blochman che vive e insegna a Berlino.
Il libro Essere e Tempo benché pubblicato, era ancora un frammento. In particolare non era chiaro in cosa consistesse il rapporto tra “essere” e “tempo” che figurava nel titolo.
Secondo le intenzioni dell’autore all’”analitica dell’esserci” doveva seguire una vera e propria “metafisica dell’esserci”.

Al centro di quella metafisica si pongono due domande:
- in che modo l’uomo in generale comprende l’”essere”?
- quale rapporto c’è fra questa comprensione e il tempo?

Non era l’esserci che andava “dedotto” dalla natura dell’essere, ma, al contrario, l’essere andava “dedotto” dalla natura dell’esserci e questa è segnata dalla temporalità.
L’essere nell’esserci ha una caratteristica : esso è qualcosa che è sempre già presente! Non importa quali enti possono trovarsi in concreto nel campo visivo che lo determina( case, alberi, strade…).
Si può dire almeno che l’essere possiede una pre-temporalità.

Usando termini kantiani si parlerebbe di un a-priori, ovvero nel cogliere un ente determinato, l’essere è sempre già compreso in anticipo. Ma allora che cosa contraddistingue l’essere di ogni ente?
Qui si apre la questione che Heidegger chiama la “differenza ontologica”. L’essere precede sempre l’ente, è un rapporto di fondamentale differenza che si qualifica come un rapporto temporale.

La domanda stessa sulla natura della differenza ontologica, la domanda metafisica sul senso dell’essere è filosofare.

“Essere uomo significa già filosofare perché appartiene alla natura propria dell’esserci umano nella misura in cui esiste”. Cosi in una lettera alla Blochman.

La maggior parte degli esseri umani sono prigionieri dell’immagine ordinaria del mondo, conforme a ciò che viene chiamato “sano buon senso”.
Lo sfondo sottinteso non va soltanto portato alla luce, dall’implicito all’esplicito come faceva Cassirer, occorre andare più a fondo. Esiste un fondamento su cui poggiano tutti gli altri fondamenti che noi diamo per presupposti nella vita quotidiana.

Il concetto di fondamento dominerà, di conseguenza, tutti i corsi e le opere di Heidegger. La separazione drastica fra soggetto conoscente e oggetto conosciuto dovuto alla svolta kantiana, va smascherata nella sua assolutezza.
Si tratta di risalire all’origine del problema ontologico, alla domanda già posta da Parmenide sul senso dell’essere.
Ma l’esserci è in grado di porre delle buone domande solo partendo dall’esperienza della propria problematicità. La metafisica del concetto ridiventa in Heidegger una metafisica dell’esperienza.

L’esperienza dell’esserci finito che si riconosce come finito è strettamente connessa alla forma specifica di una temporalità in continuo divenire che è la temporalità umana. Ma di quali esperienze si tratta? Sono quelle connesse alla prossimità della morte, quella dell’angoscia, quella della coscienza e della sua “voce”. Pertanto il vero fondamento che sta alla base del nostro domandare metafisico, non è un fondamento, ma un non-fondamento, un abisso. Non trasmette sicurezza ma è piuttosto il Nulla. L’esperienza concreta del nulla è la vera condizione di possibilità di ogni senso dell’esserci. Sia il nulla quanto “l’essere” non “sono”, ma “ci sono”, ci sono come esperienze di un’esistenza finita, temporalmente finita. La nostra esistenza, di per sé metafisica, poggia su una fondamentale infondatezza e proprio per questo può essere vissuta come realmente libera.

WALTER BENJAMIN   Terza parte
Nella primavera del 1929 la situazione di Benjamin comincia a migliorare. Dopo numerosi insuccessi i suoi libri sono stati pubblicati e le recensioni sono state positive. Nell’arco di un anno è diventato un autore riconosciuto e rispettato per la sua originalità.
Si consolida anche la sua posizione di critico letterario. I suoi articoli sono pubblicati regolarmente nella pagina culturale della “Frankurter Zeitung”. Ormai dispone di una rete professionale che gli garantisce anche una stabilità finanziaria.
Adorno e Bloch si fanno vedere sempre più spesso a Berlino, dove Benjamin è stato accolto nel circolo più esclusivo intorno a Bertold Brecht e a Helene Weigel.


Walter Benjamin in biblioteca

Con la prima rappresentazione dell’Opera da tre soldi al Berliner Ensemble, il teatro proletario di Brecht è arrivato al successo. Ormai è diventato l’autore di punta e in lui si ripongono le speranze socialrivoluzionarie.
Intanto Benjamin sta lavorando a due grandi saggi per la “Literarische Welt”, uno dedicato all’opera complessiva di Proust, Per un ritratto di Proust, l’altro agli sviluppi del surrealismo francese dopo il 1919, L’ultima istantanea sugli intellettuali europei.

Mentre agli inizi degli anni venti il suo giudizio sui surrealisti e i dadaisti era stato molto negativo, considerati fenomeni degenerativi di un’epoca perduta, decadente, ora vede questi movimenti come rivoluzionari.
Il surrealismo non tratta solo di teorie, ma di esperienze quotidiane che mostrano come l’alienazione del soggetto metropolitano-capitalista sia andata cosi avanti da cancellare i confini tra senso e non senso, realtà e sogno, ebbrezza e sobrietà, veglia e sonno, arte e pubblicità commerciale.
I due testi diventeranno poi due classici.

I temi trattati si iscrivono nel dibattito culturale del  momento: la natura del tempo, il decadentismo borghese, la questione della libertà e della possibilità di una vera conoscenza anche di sé nelle condizioni di vita delle metropoli.
Sia Benjamin che Heidegger aspirano a una svolta rivoluzionaria, per evadere dalla strada a senso unico della modernità, ritornare al bivio dove essa ha preso la direzione sbagliata.
Heidegger guarda indietro alla origini della filosofia stessa come il “luogo sacro di un sempre possibile risveglio. Questo luogo è nel profondo dell’essere e il suo carattere atemporale è garantito dalla natura stessa della temporalità.”
Questa opzione al concetto benjaminiano di storia ,di impronta meterialistica  è preclusa.

Benjamin intende mostrare nell’opera Passagen-Werk, quando, dove e come avrebbe avuto inizio lo spirito falsificante della sua epoca prendendo come esempio la nuova forma architettonica di ferro e acciaio a Parigi.

Il passage parigino, la Wunderkammer del capitalismo commerciale agli inizi, immersa nell’eterno crepuscolo della luce artificiale. Vetrine che traboccano di merci che stuzzicano i passanti per farsi acquistare.

Allo stesso tempo i passages sono spazi particolari, luoghi di soglia che livellano intenzionalmente ogni distinzione.
Nell’autunno si sposta tra Berlino e Francoforte. Con Adorno e sua moglie Grete Karplus, e Horkheimer si incontrano spesso nella località climatica di Konigstein in vacanza.
Questi fine settimana sono considerati oggi l’evento fondamentale della cosiddetta “ Scuola di Francoforte” che per quasi cinquant’anni nel dopoguerra avrebbe dominato la scena intellettuale di lingua tedesca.

WITTGENSTEIN Terza parte
Nei primi mesi a Cambridge nel 1929 avviene una svolta centrale nel suo pensiero che comunica a Schlich e a Waismann come “empiristi logici “ del Circolo di Vienna, ormai ufficialmente esistente.
L’opera della svolta è Ricerche filosofiche, portata a termine nel 1945. Partendo dalla convinzione che esista un unico sistema di segni realmente primitivo, cioè la lingua naturale quotidiana, occorre analizzare e chiarire l’intera varietà di questa lingua.

Dal punto di vista filosofico non è  problematica ma occorre tener conto della molteplicità dei contesti concreti a cui si riferisce di volta in volta. Lo scopo è fare chiarezza sul vero ruolo e sul vero significato che le parole assumono nella nostra vita.
Intanto frequenta l’ambiente degli Apostoli di Cambridge e il vicino Gruppo di Bloomsbury, raccolto intorno alla coppia Virginia e Leonardo Woolf.
C’è una nuova amicizia stimolante, quella dell’economista torinese Piero Sraffa, socialista e grande amico di Gramsci. Aveva dovuto lasciare l’Italia fascista nel 1927 e grazie all’intervento di Keynes aveva trovato a Cambridge una seconda patria scientifica e accademica.
Nella prefazione alla sua opera, Wittgenstein dice espressamente di essere debitore a Piero Sraffa “ delle più feconde idee di questo scritto”.

Paragona la lingua a una città-labirinto, una città delle parole, piena di vicoli in cui è molto facile perdere l’orientamento e smarrirsi a cominciare dal filosofo stesso.
La filosofia moderna a partire da Descartes è per lui- come per Heidegger, Benjamin e Cassirer- l’esempio di un cantiere grandioso che ha preteso di trasformare l’immagine della città secondo un progetto anche troppo artificiale.
La parola-chiave che più di ogni altra abbaglia la nostra cultura e la fa uscire di strada è la parola “progresso”. Ma il progresso è quella cosa che in filosofia non esiste e non potrà mai esistere.
La filosofia ha la lingua e i suoi equivoci, e ha insieme la possibilità di liberarsene proprio attraverso la lingua stessa e l’esercizio della memoria. Questo è tutto.

PER FINIRE
Il 24 luglio Martin Heidegger tiene la sua lezione inaugurale a Friburgo come successore di Husserl. In essa definisce l’uomo come il “luogotenente del nulla”. Il 1° maggio 1933 é diventato membro del Partito nazional socialista.
In un articolo di giornale esorta gli studenti tedeschi: Non devono essere le dottrine e le “idee” a guidare la vostra vita. Il Fuhrer e soltanto lui è la realtà tedesca di oggi e del futuro, e sia lui la vostra legge.
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Il 6 luglio 1929 Ernst Cassirer viene eletto rettore dell’Università di Amburgo. La cerimonia è disturbata dalle corporazioni degli studenti nazionalisti. Aby Warburg non può assistere all’inaugurazione, è morto improvvisamente. Poi in base alla legge emanata da Hitler “per la ristrutturazione delle cariche pubbliche”, è costretto di fatto a lasciare l’insegnamento. Si trasferisce in Svizzera e poi negli Stati Uniti dove terminerà il suo ultimo libro Il mito dello Stato, come visiting professor all’Università di Yale.
Non farà più ritorno in Germania e muore nel 1945.
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Walter Benjamin trascorrerà gli ultimi dieci anni della sua vita a Parigi e non terminerà il Passage-Werk . Nella notte tra il 26 e il 27 settembre 1940 per fuggire dalla minaccia della deportazione, si suicida in un albergo di Portbou sui Pirenei, a poche centinaia di metri dal confine spagnolo. Pochi giorni prima si era incontrato con Hanna Arendt a cui aveva consegnato lo scritto Sul concetto di storia che aveva finito di scrivere a Lourdes.

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Ludwig Wittgenstein nel 1930 inizierà il suo insegnamento a Cambridge che sancirà il suo ritorno alla filosofia. Dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, rinuncerà alla cittadinanza tedesca per quella inglese.
La grande biblioteca creata da Aby Warburg nel 1933 viene spostata a Londra e si salva e  dal 1957 è ospitata in un edificio a Bloomsbury . Nel 2018 è stata oggetto di un grande progetto di restauro, chiamato “Warburg Renaissance”. Il 1° ottobre 2024 ha riaperto al pubblico e continua a rappresentare un faro di cultura.

 

BIBLIOGRAFIA
• A.Bravo, A.Foa, L.Scaraffia: I nuovi fili della memoria. Uomini e donne dal 1900 a oggi. Vol. 3 Editori Laterza,2003
• Abbagnano, G. Fornero: La ricerca del pensiero. Vol. 1B. Paravia, 2012
• Givone, F.P. Firrao: Filosofia. Vol.1. Bulgarini, 2012
• Occhipinti: Uomini e Idee. Vol. 3 Einaudi Scuola, 2010
• Colarizi, G. Martinotti: La memoria e il Tempo. Vol. 3 .Einaudi Scuola ,2010.
• Kenny: Nuova storia della filosofia occidentale, Filosofia antica. Piccola Biblioteca Einaudi- Mappe, 2012

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