di Armida Corridori
LA “GRANDE CRISI DEL 1929”
Alla fine degli anni Venti i traumi prodotti dalla guerra mondiale sembravano essere superati. Le economie europee si stavano riassestando, assorbendo l’indebitamento pubblico e l’inflazione maturati negli anni di guerra.
Le stesse tensioni sociali esplose nel biennio rosso nel complesso erano state risolte. In questo scenario nell’autunno del 1929 si abbatté sul sistema economico mondiale una crisi finanziaria di proporzioni colossali con il tracollo della Borsa americana.
In seguito alla guerra il centro degli affari internazionali si era spostato dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, pertanto il capitale americano era diventato il propulsore e insieme l’arbitro della ripresa economica europea.
Il ricorso ai dollari americani, prestati ad alto tasso di interesse, era ormai di vitale necessità per gli imprenditori europei. Per questo il clamoroso crollo delle azioni e dei titoli contrattati nello Stock Exchange di New York nell’ottobre 1929, segnò l’inizio della cosiddetta “grande depressione” americana che coinvolse rapidamente i paesi europei e in seguito il resto del mondo.
L’età della libera iniziativa economica, intesa nel senso ottocentesco e della fiducia nei meccanismi spontanei del mercato poteva dirsi definitivamente conclusa anche sul piano teorico.
L’impatto della crisi, determinò una serie di ripercussioni violente anche sul piano politico. Gli effetti più sconvolgenti si verificarono in Germania, ma anche gli altri paesi non furono immuni da turbamenti di ordine politico.
Nonostante nel 1932 un’ennesima Conferenza internazionale riducesse l’entità delle riparazioni di guerra, il Paese dovette subire pesantissimi tagli dei servizi statali e si ritrovò con sei milioni di disoccupati.
È nel conseguente risentimento e disagio della popolazione tedesca che affonderà le radici la rapida ascesa del movimento nazionalsocialista, aprendo la strada alle grandi sintesi repressive del Totalitarismo degli anni ’30.
La società di massa scaturita dal progresso industriale e tecnico- scriverà nel 1942 Max Horheimer – distruggendo l’involucro istituzionale che ne aveva sorretto la nascita e lo sviluppo, avrebbe dato luogo ad una “dittatura di massa”, alla resurrezione di un mito regressivo come unica forma di autoconservazione della grande industria.
Lo Stato totalitario diventò la sintesi artificiosa di una società che aveva smarrito la sua identità. Mai risposta fu più lontana dai veri termini del problema: Fascismo, Nazionalsocialismo e Stalinismo avrebbero schiacciato quei fermenti rinnovatori che pure si erano annunciati al principio del nuovo secolo.
CONTESTO POLITICO-CULTURALE
A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, lo sviluppo delle scienze umane, il dibattito intorno alla specificità delle scienze dello spirito rispetto a quelle naturali, tendono a ridimensionare lo spazio dell’indagine filosofica e a sfidarla sul piano del metodo.
In questo quadro prende forma il pensiero di Edmund Husserl che propone un radicale rinnovamento della filosofia e la sua rifondazione nella quale possono trovare fondamento non solo le scienze particolari ma anche la vita e le azioni degli uomini.
Edmund Husserl
Nasce la Fenomenologia che riafferma l’importanza della coscienza umana in contrasto con l’affermazione di un modello di razionalità che riduce tutto a cosa, anche l’uomo.
La fenomenologia esercita una grande influenza sulla cultura filosofica novecentesca a cui si ricollega l’esistenzialismo, una corrente di pensiero che segnerà l’arte, la letteratura e il costume.
“Esistenzialismo” deriva da “esistenza”, termine tipicamente kierkegaardiano che richiama l’attenzione sull’uomo singolo,” questo- uomo qui”, storicamente situato e irripetibile.
Nel lessico dell’esistenzialismo entrano altri termini chiave di Kierkegaard: singolo, angoscia, finitezza, morte. Il tema della morte che “chiude” l’esistenza umana e la determina come finita assume un valore strategico.
L’uomo finito dell’esistenzialismo è un uomo libero, la cui libertà non si identifica né con la figura tradizionale della scelta di fronte a valori definiti, né con quella affermata dall’idealismo per cui il soggetto si pone come “creatore” di fronte alla realtà esterna.
La finitudine e la problematicità sono quindi modi costitutivi dell’essere dell’uomo, il quale è costantemente in bilico tra la possibilità di realizzarsi e quella di perdersi.
Di qui il carattere peculiare della filosofia dell’esistenza che non può porsi come una ricerca distaccata e oggettiva in quanto viene messo in gioco anche chi la conduce.
Mentre nella Germania degli anni Trenta, dove si impone il nazionalsocialismo, la filosofia dell’esistenza perde peso fino a scomparire dalla scena, essa si sviluppa in Francia.
L’ESISTENZIALISMO IN FRANCIA: SARTRE (1905-1980)
Negli anni Venti-Trenta, la filosofia francese appare divisa tra correnti di ispirazione spiritualista e correnti animate da una fiducia nella razionalità.
In questo quadro si diffondono le ricerche di Husserl e di Heidegger. È una svolta che si verifica con Merleau Ponty e con Jean-Paul Sartre il maggior teorico dell’esistenzialismo francese.
Merleau Ponty
Jean-Paul Sartre
Filosofo, scrittore, critico letterario, protagonista della vita culturale del secondo dopoguerra. In generale si può affermare che l’esistenzialismo francese si presenta come un vasto movimento culturale che penetra profondamente nella letteratura, nell’arte e nella musica.
Un esempio per tutti è l’opera significativa di Albert Camus (1913-1960).
Albert Camus
I TEMI
La finitezza umana, l’angoscia, la morte il nulla- temi propri dell’esistenzialismo- sono presenti come già accennato, nel pensiero di Martin Heidegger che prende le mosse dalla filosofia di Husserl, applicando il metodo fenomenologico all’analisi dell’esistenza umana.
Il motivo di fondo del pensiero heideggeriano è lo sforzo di riproporre nell’età della tecnica, il problema primo ed essenziale della filosofia: il problema dell’essere che nella storia del pensiero occidentale appare dimenticato.
Stimolati dall’ontologia di Heidegger si formano una serie di movimenti- fenomenologia, esistenzialismo, ontologia, ermeneutica- che pur tra le differenze rimandano di fatto l’uno all’altro attraverso una rete di legami sottili.
Esistenza viene da ex-sistere, il venire a costituirsi e a mantenersi provenendo da (ex) altro.
L’esistenza è il divenire dell’uomo. Ma l’uomo non è qualcosa di già dato: l’uomo “ ha sempre da essere il suo essere” come sostiene Heidegger. È la decisione, la scelta in cui egli decide e sceglie ciò che ha da essere.
Da Platone e Aristotele in poi, lungo tutta la storia dell’epistème, il fine dell’esistenza umana è di realizzare l’essenza dell’uomo, ossia il principio che costituisce stabilmente e definitamente l’essere uomo.
L’esistenza è libertà, decisione, scelta del singolo uomo, la realtà umana esistente è esclusivamente il singolo ed è nel singolo che il divenire si presenta in tutta la sua radicalità e imprevedibilità ed è il modo in cui sceglie di essere se stesso.
Le prime indagini di Sartre, orientate verso i problemi psicologici, si sviluppano sotto l’influenza della fenomenologia di Husserl. Critico nei confronti di una psicologia ancora legata al modello positivistico che pretendeva di trattare i fenomeni psichici in modo oggettivo come fatti naturali.
La dottrina di Husserl lo porta al contrario a identificare la coscienza come la vera protagonista della psicologia.
La coscienza non è un inerte contenitore di fatti psichici ma costituisce un mondo di fenomeni che da una parte è legato alla realtà sensibile, dall’altro è dotato di caratteristiche proprie.
La coscienza e il mondo sono dati nello stesso momento, contemporanei e interdipendenti. Sartre nel rapporto tra la coscienza e il mondo sottolinea come prioritario l’elemento conoscitivo.
Sono altresì importanti l’immaginario e l’emotività non sottoposte direttamente al controllo della ragione.
L’io, inteso come soggetto pensante è solo una modalità della coscienza, modalità riflessa. Accanto ad essa sussistono altre modalità come le emozioni attraverso le quali la coscienza istituisce un rapporto con il mondo.
Negli studi sull’immaginario e sull’immaginazione, Sartre individua un’altra struttura fondamentale della coscienza: l’attività immaginativa dell’uomo.
Secondo la psicologia naturalistica, la vita immaginaria dipende dalla vita reale ed è qualcosa di secondario o inferiore rispetto alla seconda. Per Sartre invece è una attività autonoma e si differenzia dalle altre attività psichiche.
Si afferma come attività libera con fini diversi dalla percezione orientata a cogliere la realtà. La coscienza prende le distanze dalla realtà e la trascende aprendo così una prospettiva diversa.
Questo rende possibile la libertà dell’uomo di fronte al mondo naturale e sociale in cui è immerso. In questa libertà trova spazio anche la creazione artistica che crea mondi diversi da quelli della realtà data.
Nell’opera Essere e il nulla, sulla scia di Heidegger si propone di indagare la coscienza come esistenza concreta. La coscienza è sempre “ piena”, in quanto coscienza di qualcosa, si trova costantemente connessa e condizionata da ciò che le sta intorno, la definisce, la limita.
Sartre chiama questa realtà” essere in sé” di cui avvertiamo la presenza, quella del mondo esterno che sembra chiuderci nella sua limitatezza. Ma anche se ostile non ci è estraneo noi gli apparteniamo e senza di esso la stessa coscienza sarebbe vuota.
Il filosofo chiama questa coscienza “essere per sé”. Questa espressione, da un lato sottintende il legame della coscienza con il mondo, dall’altro ne mette in luce l’autonomia, dunque la tensione al trascendimento.
Dal momento che la coscienza deve affermarsi rispetto al mondo, consapevole della sua alterità rispetto ad esso deve lottare per affermarsi e in questo consiste la libertà, caratteristica costitutiva dell’uomo.
A questo punto si pone la domanda: qual è il rapporto tra l’essenza e l’esistenza?
La metafisica tradizionale riteneva che l’essenza cioè l’insieme delle caratteristiche che definiscono ciò per cui una cosa è quello che è, precede l’esistenza che è l’atto vero e proprio di esistere.
Sartre ribalta questo rapporto perché afferma che l’uomo è l’unico essere in cui l’esistenza viene prima dell’essenza.
Del 1938 è il romanzo scritto in forma di diario La nausea. Attraverso la forma narrativa l’autore si propone di far conoscere a un pubblico più vasto la sua concezione filosofica.
Il protagonista Antonio Roquentin, incapace di progettare il futuro è invischiato nella realtà della quotidianità e affonda in una vita opaca, trascinata giorno dopo giorno.
Tutto, allora, diventa indifferente e senza fondamento.
Proprio in tale assenza consiste la nausea a cui si cerca di sfuggire assumendo un ruolo esteriore “normale”.
La nausea non è un semplice stato d’animo, ma un sentimento ontologico che fa scoprire all’uomo il non-senso delle cose. Se il vero senso delle cose si rivela nella nausea, la condizione di libertà assoluta per cui l’uomo è condannato a inventare se stesso, gli rivela un altro sentimento ontologico:
l’angoscia data proprio dalla possibilità indeterminata di progettare se stesso.
Per questo l’uomo cerca una via di fuga inventando miti, leggende, norme e valori morali che gli diano una certa stabilità.
Non resta allora che assumere un atteggiamento molto lucido che rompendo ogni vincolo, apra la via alla propria libertà con l’unico fondamento che non sia il proprio per-sé.
Ma l’uomo non è soltanto in rapporto con se stesso e con le cose, lo è anche con gli altri. Non c’è dubbio che la presenza degli altri contiene una minaccia alla libertà del per-sé che viene trasformata in” un essere-per-gli-altri”.
Se non ci fossero gli altri, l’uomo in quanto libertà e coscienza, sarebbe al centro del mondo che non potrebbe mai essergli insidiato.
Invece la presenza degli altri comporta la minaccia concreta di poter essere risucchiato come cosa nel progetto altrui, pertanto il rapporto con gli altri non può che essere conflittuale.
L’amore stesso, appare come un tentativo di assoggettare a sé la volontà altrui facendo dell’altro un mezzo in vista dei propri fini.
Al polo opposto c’è l’odio. Colui che odia riconosce la realtà dell’altro della cui libertà si sente minacciato, vorrebbe annientarlo e in prospettiva vivere in un mondo in cui gli altri non esistono.
Da qui l’affermazione di un personaggio del dramma A porte chiuse: “L’inferno sono gli altri”. La conferenza L’esistenzialismo è un umanesimo, segna una svolta nel percorso filosofico di Sartre che ne attenua gli aspetti nichilisti e individualisti.
L’affermazione dell’esistenza come libertà incondizionata viene integrata dall’affermazione che la libertà è anche responsabilità. Da ciò scaturisce la direzione verso una filosofia dell’impegno per la liberazione dell’uomo- materiale, sociale, spirituale- che incrocia il marxismo.
È un incontro reciproco, il marxismo e l’esistenzialismo, l’uno più attento alla società, l’altro all’individuo che devono integrarsi superando le rispettive unilateralità.
L’opera la Critica della ragione dialettica segna questa fase del pensiero sartriano. L’integrazione è con un marxismo liberato dalle incrostazioni dogmatiche in quanto l’uomo è per essenza possibilità di autorealizzazione tramite la prassi, è prassi-oggetto.
Tale possibilità, tuttavia, non è assoluta, ma condizionata dalla situazione di fatto in cui l’uomo si trova.
Per sfuggire all’alienazione dovuta ad esempio alla penuria di risorse rispetto ai bisogni e che accende la conflittualità tra gli uomini, l’unica possibilità è la prassi rivoluzionaria del “gruppo di fusione”.
Quando si determinano le condizioni favorevoli all’esplodere della rivolta, rinasce nell’uomo la libertà che è nello stesso tempo causa ed effetto della rivolta stessa.
Come dimostrano gli avvenimenti storici, una volta raggiunto l’obiettivo, il bisogno di agire in comune tende a venir meno. Il gruppo da mezzo si propone come fine, si istituzionalizza, assume forme burocratiche che eliminano il dissenso e soffocano l’individuo come è accaduto nei Paesi del Socialismo reale.
Questo è lo scacco dei movimenti rivoluzionari nei quali riaffiora la polarità tra l’elemento soggettivo che dà un senso alle cose e quello oggettivo, tra progetto e immobilità.
Infine, il vero filo conduttore della riflessione di Sartre è il motivo della libertà, quella dell’individuo che fa tutt’uno però con la libertà degli altri.
LA REAZIONE ALLA CRISI DEL POSITIVISMO IN ITALIA
All’inizio del ‘900, Croce e Gentile si pongono il compito di una radicale trasformazione della cultura filosofica italiana di quel tempo considerata di basso livello e senza nerbo.
Nel loro intento c’è anche un proposito di natura etico-politica. Lo Stato unitario di formazione recente manca ancora di una coscienza culturale adeguata.
Non va sottovalutato il fatto che il processo unitario si è compiuto con l’opposizione della Chiesa che influenza ancora le grandi masse contadine e piccolo-borghesi.
L’obiettivo è quello di riuscire a far si che lo Stato riesca a legare a sé almeno gli strati più evoluti della società italiana per colmare il divario e la frattura tra l’opera compiuta dal Risorgimento e la ridotta partecipazione popolare.
L’altro obiettivo da perseguire è quello di fornire allo Stato una propria identità spirituale, una coscienza forte della propria tradizione e dei propri fini.
Tutto ciò è necessario anche per essere in grado di confrontarsi con le altre identità della cultura europea su un piano di pari dignità.
Nella seconda metà dell’Ottocento soprattutto in Italia si sviluppano correnti di pensiero che in antitesi al positivismo dominante si richiamano all’idealismo.
In particolare a Napoli si sviluppa un vivace centro di studi hegeliani sotto la guida di Bernardo Spaventa (1817-1883). Secondo Spaventa, Hegel assume come punto di partenza l’essere indeterminato e da questo ricava il divenire, il movimento.
Bernardo Spaventa, fu anche deputato del Regno d'Italia
Invece è la mente, termine con cui designa lo spirito, il pensiero come “l’atto del pensare” che è movimento e divenire. Pertanto non è l’essere che viene “prima” del pensiero ma quest’ultimo che pone l’essere che non sussiste mai “fuori” del pensiero.
Spaventa poi è teso a rivalutare la tradizione nazionale, Telesio, Campanella e Bruno- che hanno posto al centro della loro riflessione rispettivamente il mondo naturale, il primato dell’autocoscienza, l’universo infinito- e che sono presentati come precursori di Bacone, Cartesio e Spinoza.
La grande filosofia si è spostata poi dall’Italia all’Europa dando origine al criticismo kantiano e all’idealismo che successivamente rivivono in Italia con Rosmini e Gioberti.
In questo modo Spaventa pone la filosofia italiana in stretta relazione con quella europea poiché da un lato ne costituisce la premessa, dall’altro uno degli esiti più recenti e attuali.
È da sottolineare come alla rivalutazione della cultura nazionale contribuisce anche Francesco De Sanctis(1817- 1883) sul terreno della letteratura.
I temi dell’autonomia dell’arte e della riforma della dialettica hegeliana sono al centro del pensiero di Benedetto Croce e Giovanni Gentile, le figure più rappresentative del “nuovo” idealismo .
BENEDETTO CROCE (1866-1952)
La filosofia di Croce è la forma più rigorosa di neoidealismo. La realtà non può esistere esclusivamente nella coscienza, esiste nel momento e nella misura in cui essa è presente alla coscienza, nella misura in cui è attualmente pensata, quindi è contemporanea all’atto del pensiero.
Per questo l’idealismo di Croce si oppone all’idealismo classico per il quale ogni realtà dipende o appartiene alla coscienza riproponendo il vecchio dualismo di pensiero ed essere, di spirito e materia.
Nell’opera Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel, Croce fa un bilancio di quanto è ancora valido e di quanto va respinto della filosofia hegeliana.
Lo sviluppo dello spirito è inteso come un movimento dialettico che procede tra gli opposti e ne supera l’opposizione in una sintesi unificatrice.
Ad esempio la “ dialettica degli opposti” è da Hegel applicata in modo arbitrario ed estesa a cose che opposte non sono. La prima triade essere-nulla-divenire vede l’essere e il nulla effettivamente opposti tra loro.
Invece per quanto riguarda la triade che rappresenta lo spirito assoluto: arte- religione- filosofia, non si può affermare che l’arte sia l’opposto della religione o della filosofia e viceversa.
Arte, religione, filosofia sono distinte tra loro , non opposte.
Per Croce quindi, accanto alla dialettica degli opposti bisogna ammettere anche una dialettica dei distinti che riflette la continuità dello Spirito nella sua multiforme attività.
“ Il concetto filosofico, l’universale concreto o idea, com’è sintesi di opposti , così è sintesi di distinti. Hegel non fece, fra teoria degli opposti e teoria dei distinti , la distinzione importantissima che io mi sono sforzato di dilucidare”.
Benedetto Croce
L’ESTETICA E L’ARTE
L’aspetto più originale e innovativo del pensiero di Croce riguarda la riflessione sull’estetica e sull’autonomia dell’arte. Su questi temi si ricollega al pensiero di De Sanctis che aveva espresso la sua posizione critica nei confronti del positivismo.
Croce intende stabilire una chiara definizione dell’estetico come categoria dello spirito nell’Estetica (1902) come scienza dell’espressione e linguistica generale.
L’estetica è una forma di conoscenza, una conoscenza intuitiva, ovvero l’arte.
Occorre partire dalla domanda: che cos’è l’arte?
• Non è conoscenza dell’universale che è propria dell’intelletto che produce concetti;
Non è una semplice sensazione, né assemblaggio di più sensazioni o percezione di qualcosa di reale in quanto nell’arte la distinzione tra reale e irreale non conta.
In positivo, si può dire che l’arte è intuizione dell’individuale che si opera attraverso la fantasia- intesa come facoltà spirituale autonoma- e che si esprime nella produzione di immagini.
L’arte è intuizione e insieme espressione di un qualsiasi oggetto. L’espressione non è qualcosa che si aggiunge dall’esterno ma ogni intuizione è sempre espressione.
Pertanto estetica e linguaggio coincidono come a suo tempo aveva colto Giambattista Vico.
Quali sono le implicazioni della tesi crociana?
- L’arte non è una capacità esclusiva degli artisti ma appartiene a tutti gli uomini;
- Le cosiddette opere d’arte sono espressioni più alte e complesse ma non si distinguono per una propria natura specifica.
“Ognuno di noi è un po' pittore, scultore, musicista, poeta, prosatore.”
IL CONCETTO DI BELLO
Concetto essenziale dell’estetica è il bello. Qui Croce riprende un motivo hegeliano e critica invece quello kantiano. Non ci può essere un bello di natura in quanto significherebbe attribuire alla natura capacità intuitive ed espressive che sono proprie dello spirito.
Le cose che definiamo belle sono solo il materiale a cui la creazione artistica dà l’impronta della vera bellezza. All’opposto il brutto è il risultato della interferenza di motivi pratici nel corso della produzione artistica.
Il giudizio estetico consiste nell’incontro- identificazione tra il gusto, cioè l’attività giudicatrice e il genio, l’attività che produce.
Nel giudizio estetico ,dunque, l’opera d’arte viene ri-prodotta.
Questi temi saranno al centro della riflessione anche di Walter Benjamin (1892-1940) che nel 1919 si laurea in filosofia a Berna con una tesi sul concetto di critica d’arte nel romanticismo tedesco.
L’attività della critica-rettamente intesa- non lascia immutato né il soggetto criticante( il critico d’arte), né l’oggetto criticato (l’opera d’arte).
Nel processo della critica subiscono entrambe una trasformazione, che nel caso ideale è un avvicinamento alla verità. Al critico d’arte bisognerà attribuire una parte attiva nella creazione della stessa opera d’arte.
Un’opera non viene definita una volta per tutte ma la sua sostanza e il suo significato si modificano dinamicamente nel corso della storia.
Il critico e l’artista si trovano dunque, se rettamente intesi, sullo stesso piano creativo.
Un contributo fondamentale di Benjamin è costituito dal saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Questo saggio costituisce un’acuta riflessione sulla società industriale.
Si vanno affermando nuove forme d’arte come la fotografia e il cinema che si basano sulla riproducibilità tecnica, in molteplici copie dell’opera stessa.
È evidente che l’opera d’arte perde quella che Benjamin stesso chiama “aura”, quel rapporto che un tempo la legava a una tradizione e le attribuiva una funzionalità specifica come ad esempio quella religiosa.
Rispetto al passato si sta verificando un fenomeno sconosciuto. Il fatto che l’opera d’arte sia riproducibile significa che viene staccata da qualsiasi contesto, da qualsiasi funzione specifica e si iscrive in un nuovo tipo di rapporto con l’osservatore.
Nello stesso tempo diventa uno strumento potenzialmente rivoluzionario in quanto apre alle masse l’accesso all’arte proprio attraverso il cinema e la fotografia.
LA CONCEZIONE DELLA STORIA
La concezione positivista della storia tendeva a ridurla in una “monotona ripetizione di alcuni schemi politici, sociali, istituzionali,” entro cui raccogliere i fatti concreti e formulare poi leggi generali.
La storia, invece è il campo in cui si sviluppano le azioni umane, i cui eventi sono determinati dalla volontà e dall’azione dei singoli.
I singoli però non agiscono mai ciascuno per sé isolato dal mondo, perciò gli eventi storici nascono dall’intreccio di molti fattori determinati dall’agire umano e in questo senso sono opera dello spirito.
Croce, in Teoria e storia della storiografia conclude l’esposizione della filosofia dello spirito e sostiene che il problema di fondo della sua filosofia è quello della comprensione storica.
Per i Latini, il termine “storia” assommava in sé due significati: res gestae e historia rerum gestarum. Il primo indicava gli eventi storici scaturiti dall’agire umano, il secondo la ricostruzione razionale degli eventi, cioè la storiografia.
Per Croce, storiografia significa conoscenza dell’universale concreto, della vita dello spirito che manifestandosi nelle sue diverse forme, si realizza nelle opere dell’intuizione e del pensiero, nell’attività economica e nell’agire morale.
Si conferma così’ l’identità della storia in quanto storiografia e della filosofia come riflessione sulle forme dello spirito.
La storiografia è conoscenza e non può fare ricorso alle categorie di bene e di male dividendo i fatti in buoni e cattivi ma comprenderne il significato all’interno del processo storico.
Di qui la tesi della positività della storia, della sua intrinseca razionalità che deve essere evidenziata. Il movimento storico va compreso nei suoi passaggi e ciò che ha avuto in esso una funzione significativa indipendentemente dal giudizio etico che se ne può dare.
Per quale motivo siamo spinti a conoscere il passato?
Perché la spinta verso la storia nasce dalla vita, dal bisogno spirituale di comprendere e rielaborare il passato in base al presente.
La storia dunque è sempre storia contemporanea e solo un interesse della vita presente può spingere a indagare un fatto passato.
Nella conclusione de la Filosofia della pratica, Croce afferma che il sistema da lui elaborato non va inteso come un sistema chiuso e definitivo perché la vita stessa non è mai definitiva e lo spirito non è altro che vita.
La realtà storica si sviluppa attraverso una serie di eventi che il pensiero deve comprendere ma su cui non può esprimere giudizi di carattere etico, istituendo una sorta di tribunale della storia.
Si pone un’altra domanda: tutti gli eventi storici, tutti gli indirizzi politici sono equivalenti, sono tutti legittimi allo stesso modo?
Il problema ha un significato generale ma ne ha uno specifico in quanto Croce vive gli anni delle crisi politica e sociale del primo dopoguerra, dell’affermazione del fascismo, del secondo conflitto mondiale e poi della libertà riconquistata.
A questo punto riprende la tesi dell’identità di filosofia dello spirito e storia, attenuando la distinzione tra teoria e prassi, dapprima molto netta per un rapporto più dialettico.
Rispetto al tema della razionalità della storia e della sua positività, deve tener conto ora dell’irrompere nella storia della brutalità, della violenza, dello scatenarsi di forze distruttive, di cui le vicende novecentesche forniscono tante tragiche prove.
IL TEMA DELLA LIBERTA’
Di fronte all’ascesa del fascismo, Croce mantiene all’inizio una posizione attendista. Era convinto, come altri esponenti liberali, che fosse un fenomeno transitorio, utile a fermare l’espansione socialista in vista di un rafforzamento dello Stato liberale.
Dopo il delitto Matteotti nel 1924, assume una netta posizione antifascista in difesa della libertà e la rottura con Gentile mette fine anche al loro rapporto intellettuale e umano.
Nel 1925, al Manifesto degli intellettuali fascisti redatto da Gentile, oppone un Manifesto degli intellettuali antifascisti, sottoscritto da numerosi intellettuali.
A questo punto si ritira dalla vita politica ma diventa un punto di riferimento ideale che il regime non osa toccare.
Croce fu vittima anche di satira feroce da parte del regime (vignetta da "Il Tevere", 2 aprile 1925)
- La sua casa di Napoli diventa il luogo di incontro per tutti coloro che, da varie posizioni, si oppongono al regime.
Nel 1938 in Storia come pensiero e come azione, Croce sottolinea come lo storicismo non significhi la rinuncia alla realizzazione della morale che si esprime autenticamente nel salvaguardare e realizzare la libertà.
Il principio esplicativo del movimento storico è essenzialmente tensione verso la libertà che assume un valore formativo e che permette di guardare con più serenità all’elemento vitale ossia al “cosiddetto irrazionale nella storia”.
In quanto forma dello spirito, il vitale ha una natura propria: da un lato rappresenta la forza positiva che promuove il progresso storico; dall’altra può rappresentare l’elemento negativo che appesantisce e frena il movimento della storia.
Questa vitalità va compresa come una forza da educare senza lasciare spazio alla rozzezza e alla violenza né tanto meno va idealizzata.
Infine, proprio la tensione tra la spinta vitale e la libertà formatrice impedisce che lo storicismo scivoli nel fanatismo, indirizzando l’uomo all’impegno nel mondo.
IL PRAGMATISMO AMERICANO
La critica al positivismo si sviluppa negli Stati Uniti in una corrente filosofica: il pragmatismo.
Il termine scelto deriva dalla parola greca Pràgma che significa azione e rappresenta la prima produzione autonoma e originale di quel Paese.
Si tratta di una filosofia che nasce dalle discussioni di un gruppo di filosofi e scienziati raccolti nel Metaphysical Club di Cambridge (Massachusset) alla ricerca di un accordo tra la scienza e la filosofia.
Alle riunioni del gruppo partecipano C.S.Pierce e William James che danno il nome al movimento e John Dewey che ne rielabora poi i contenuti in modo originale.
Un costante rapporto con il senso comune e la vita pratica caratterizza questa filosofia con l’intento di fornire un modello razionale adatto a una società in rapida espansione.
Sin dalla nascita presenta se stessa come la salvezza autentica dell’uomo, perché essa sola è in grado di conoscere la verità, il vero senso del mondo.
Ritiene che la propria efficacia pratica, la propria capacità di guidare la vita dell’uomo, dipenda dalla propria potenza conoscitiva.
Non è così nella filosofia contemporanea, per la quale la potenza conoscitiva del pensiero filosofico rappresenta solo uno strumento con il quale l’uomo tenta di trovare un rimedio contro la minaccia del divenire.
La sua pretesa di conoscere la verità ha permesso a un certo tipo di umanità di sopravvivere. Ma già Marx aveva rilevato che il pensiero filosofico, come ideologia e sovrastruttura, non mostra la verità del mondo che è determinato dall’azione.
Il bisogno pratico delle classi dominanti di rafforzare e far sopravvivere il loro dominio ha fatto in modo che la loro rappresentazione del mondo abbia una funzione insostituibile.
Nel pragmatismo tutto questo viene posto al centro dell’attenzione, con il fine di formulare una teoria generale che pone la prassi : bisogni, volontà, azione dell’uomo, alla radice della conoscenza.
Viene rifiutata ogni concezione metafisica epistemica della realtà mantenendosi entro i limiti dell’esperienza.
Il principio di Weber che alla radice del sapere scientifico agiscono la fede, l’interesse, il conferimento di valore, sprovvisti di qualsiasi garanzia assoluta, è decisamente in linea con l’atteggiamento di fondo del pragmatismo.
L’ottimismo pragmatista non tiene conto però delle conseguenze che invece risultano chiare a Weber. Il mondo non può essere altro che il campo dello scontro tra i valori e non quella “repubblica degli intelletti” animati dalla “tolleranza” di cui parla William James.
JOHN DEWEY (1859-1952)
Il suo pensiero è la sistemazione dei temi e degli atteggiamenti di fondo del pragmatismo. Anche per lui alla radice della filosofia c’è l’esistenza dell’uomo minacciato dal divenire e dal tempo e alla ricerca di un rimedio che valga ad allontanare tale minaccia.
La realtà è divenire nel senso che il divenire è ricerca, “indagine” nel senso più ampio del termine, ovvero adattamento dell’organismo biologico all’ambiente in vista della sopravvivenza e quindi ricerca degli strumenti concettuali in grado di rafforzare la sicurezza dell’uomo nel mondo.
John Dewey
Che cos’è per Dewey l’esperienza?
È l’interazione che si stabilisce tra l’organismo e l’ambiente in cui esso agisce. La percezione, che è l’elemento costitutivo dell’esperienza, non è un puro rispecchiamento del mondo, ma è anche reazione ad esso dunque attività.
L’empirismo deweyano rappresenta una novità rispetto a quello classico: l’esperienza non è la semplice percezione dei dati che vengono poi fatti propri dal soggetto conoscente ma è attività che si proietta in avanti in quanto risposta all’ambiente.
D’altro canto l’esperienza non coglie solo dati isolati fra loro per poi assemblarli ma è relazione tra le cose, tra l’organismo soggettivo che percepisce e l’oggetto, tra il mondo naturale e il mondo sociale.
Va da sé che questo rapporto non è sempre tranquillo, di qui il carattere ambiguo dell’esperienza che spesso si presenta sotto forma di disagio, di errore, di adattamento a un ambiente difficile.
L’esperienza vive nell’immediato, ma per arrivare alla consapevolezza bisogna elevarsi al di sopra di essa. La conoscenza nasce è vero dall’esperienza ma non è identica a essa.
Proprio gli elementi problematici spingono al bisogno di risolvere i problemi, di superare le situazioni conflittuali verso un processo di riflessione che porti a concettualizzare ciò che inizialmente è solo un puro dato.
Per ragionare bisogna uscire dal vago, fare chiarezza, definire i termini del problema e ciò può avvenire solo tramite il linguaggio.
Anche per Dewey, il linguaggio assume un ruolo fondamentale, lo definisce lo “strumento degli strumenti”, un mezzo indispensabile agli uomini per interagire con l’ambiente.
Una qualità percepita dai sensi, non è un dato originario che si acquisisce tramite l’esperienza, ma è il risultato di una operazione umana di tipo linguistico che fissa la nozione e l’uso delle parole.
Va ricordato che il problema del linguaggio sarà al centro della riflessione in Europa nei primi decenni del ‘900 a opera di L.Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus. È un contributo alla soluzione del problema di che cosa si possa parlare sensatamente e di che cosa no.
La raffigurazione del mondo, intesa come totalità dei fatti, non può essere data da un puro elenco di nomi. Per Dewey, esistono due livelli di linguaggio:
- quello ordinario che serve a risolvere i problemi quotidiani, richiamandosi al senso comune;
- quello scientifico che serve ad affrontare problemi più complessi.
Tra i due tipi non esiste una differenza di procedimento ma solo di formalizzazione, in quanto il secondo più concentrato, capace di una comunicazione universale, si basa sui simboli.
LA PEDAGOGIA: QUALE SCUOLA PER UNA SOCIETA’ DEMOCRATICA
Dewey dedica molta parte della sua attività di studioso ad affrontare i problemi dell’educazione. Sperimentatore, docente, promotore della cosiddetta “scuola attiva” acquista grande influenza.
Nel suo lavoro si ritrovano i principi fondamentali della sua filosofia:
- l’interazione tra individuo e ambiente;
- la situazione problematica come molla della conoscenza;
- il carattere strumentale del pensiero;
- l’assenza di fini e valori assoluti;
- il rapporto armonico tra i mezzi e i fini nell’agire.
Il nuovo modello educativo non può ispirarsi a schemi rigidi, predefiniti, ma deve avere come scopo il libero sviluppo del bambino.
La scuola attiva non deve imporre valori ma favorire la ricerca e lo sviluppo delle capacità critiche: il suo motto è “imparare facendo”.
Nella scuola laboratorio fondata presso il Dipartimento di pedagogia dell’università di Chicago, i bambini coltivano l’orto, cucinano, producono oggetti.
Le stesse materie tradizionali-lettura, scrittura, aritmetica ecc, ecc- sono insegnate a partire da situazioni e interessi concreti. Il processo educativo deve stimolare anche lo spirito collaborativo e la socialità, il che significa promuovere un abito democratico.
In questo modo le riflessioni pedagogiche si intrecciano così con quelle politiche. Dewey è un convinto sostenitore della democrazia come forma di vita associata in cui ciascuno collabora con le proprie forze al benessere di tutti e riceve a sua volta sostegno dalla comunità.
Democrazia non significa solo adozione di un modello costituzionale o forme determinate di rappresentanza politica.
È un sistema che investe l’intera vita degli uomini orientandoli a riconoscere due principi ugualmente necessari alla convivenza civile e al progresso: le libertà individuali da un lato, le esigenze di controllo e di pianificazione della società dall’altro.
Dewey è consapevole della presenza di squilibri nel rapporto tra individuo e comunità che si verificano anche nelle democrazie.
I ceti elevati ottengono vantaggi maggiori rispetto al contributo che danno, mentre quelli inferiori si trovano spesso a lavorare per il vantaggio dei pochi.
Questa situazione è la conseguenza del modo in cui il liberalismo classico ha disegnato il modello di società democratica. La difesa della libertà politica è stata legata a quella della libertà economica, sovrapponendo liberalismo e liberismo.
Non è stato valutato adeguatamente il fatto che la libertà economica può opporre un ostacolo al pieno esercizio della libertà di tutti attraverso lo sfruttamento del lavoro.
La libertà non va intesa solo come libertà da determinati vincoli ma come libertà per ciascun individuo di poter agire e realizzarsi pienamente in collaborazione con gli altri.
AYN RAND (1905-1982)
Il suo nome non figura nei manuali di filosofia, è una outsider, eppure le sue idee hanno avuto grande influenza nella società americana del secondo dopoguerra.
Non ha espresso il suo pensiero in modo sistematico o in qualche saggio ma in un romanzo filosofico La fonte meravigliosa nel quale si propone di risolvere “ il conflitto tra individualismo e collettivismo” tra l’Io e gli altri.
Rand sapeva bene di cosa parla il protagonista del romanzo l’architetto Howard Roark. Aveva sperimentato di persona che cosa significa vivere in una società di schiavi.
Come altre famiglie ebree un tempo benestanti, anche i Rosembaum , originari di San Pietroburgo, erano stati espropriati dei loro beni durante la Rivoluzione d’ottobre.
Ayn, all’epoca ancora Alissa con la sua famiglia era fuggita in Crimea alla fine del 1918 per poi rientrare a San Pietroburgo poi Pietrogrado e dal 1924 Leningrado.
Ma il padre, ormai privo di mezzi e in quanto ex borghese non può riprendere la sua attività di farmacista. Grazie a un visto per l’espatrio ottenuto per motivi di vacanza, i genitori riescono a farla partire alla volta di Chicago nel 1926 dove hanno dei parenti.
Alissa Rosembaum ha ventuno anni e vuole diventare un’altra persona a iniziare dal nome, d’ora in avanti prenderà quello di “Ayn Rand”. La vita è difficile, combatterà per diciassette anni prima di riuscire a realizzare il sogno americano.
Alissa Rosembaum alias Ayn Rand
Nelle sue opere intende dimostrare come sia il cristianesimo che il comunismo, condividendo tacitamente gli stessi presupposti, abbiano portato al cinismo autodistruttivo del moderno capitalismo consumistico.
La vera origine della crisi dei “ tempi moderni” non è materiale ma spirituale. In un’epoca in cui è normale orientarsi sui criteri di giudizio e sui presupposti etici condivisi dalla massa, la sacra parola “io” ha perso ogni funzione trainante sul piano estetico, morale , politico.
C’è una sola via d’uscita, la riconquista dell’”io” che sarà possibile solo ridimensionando radicalmente la rilevanza dell’”altro”.
Roark, l’eroe del romanzo non contesta l’esistenza degli altri esseri umani, ne contesta la rilevanza per la sua vita che sta solo a lui indirizzare e plasmare.
Di conseguenza non si propone di salvare l’umanità dalle proprie sofferenze, ma di salvare unicamente se stesso con l’originalità geniale delle proprie azioni.
Il mondo coincide con l’Ego: un Ego isola.
Il romanzo inizierà ad avere successo dal 1943 e nel 1949 ne verrà tratto un film con Gary Cooper nel ruolo del protagonista.
L’ultimo romanzo La rivolta di atlante esce nel 1957 ed è considerato la sua seconda opera principale. Dopo la Bibbia è il libro più venduto negli USA dagli anni sessanta.
Ignorata dagli ambienti accademici, elabora la propria filosofia a cui da il nome di “ oggettivismo”. Diventa un’icona culturale con ampio seguito negli ambienti conservatori.
Con la crisi finanziaria del 2008, il pensiero di Rand conosce una rinnovata fortuna. Il movimento del Tea Party Movement ne trae ispirazione per il suo programma politico.
APPUNTI DI STORIA AMERICANA
La storia degli Stati Uniti così come viene narrata, non è solo la brillante vicenda di una democrazia aperta e di una società ricca a all’avanguardia del mondo. Questa immagine si deve soprattutto al cinema che è presente nel nostro immaginario.
In realtà c’è un lato oscuro, nel quale le paure e le ossessioni hanno sviluppato negli ultimi due secoli movimenti politici e sociali capaci di modificare l’identità nazionale.
La storia degli Stati Uniti allora , è anche quella dei nativisti – ossessionati dalla “supremazia bianca”– dei populisti – cantori dell’America profonda custode delle virtù tradizionali in declino – nonostante la forma federale, le pulsioni anti Stato, quella degli isolazionisti che tra le due guerre mondiali si rinchiusero nel nazionalismo dell’”America First” e del maccartismo degli anni cinquanta.
Fino ad oggi una presidenza populistico-autoritaria era stata solo argomento di libri fantastorici come quello dello scrittore di origini ebraiche Philip Roth Il complotto contro l’America. The plot against America.
Roth immagina che nelle presidenziali del 1940, l’aviatore con simpatie naziste Charles Lindbergh, vince le elezioni contro Roosevelt. Stringe un patto con la Germania di Hitler e il Giappone dell’imperatore Hirohito.
Nomina ministro dell’interno l’antisemita Henry Ford che ordina il trasferimento delle famiglie ebree nell’ostile Stato del Kentucky.
Ciò che era stata considerata solo una assurdità si è verificata, l’elezione di un Presidente politicamente e intellettualmente immaturo, portatore proprio del lato oscuro di quella società: Donald Trump.
Rieletto per la seconda volta nelle elezioni del 2024 con un consenso altissimo e che si è insediato il 20 gennaio 2025. C’è molta preoccupazione per le conseguenze imponderabili delle decisioni che prenderà viste le esternazioni quotidiane.
Ma soprattutto la società americana avrà gli anticorpi necessari per fronteggiare i rischi che corre la democrazia?
BIBLIOGRAFIA
Villari: Storia dell’Europa contemporanea. Editori Laterza, 1971
Occhipinti: Uomini e idee, vol.3. Einaudi Scuola, 2010
Severino: La filosofia contemporanea. Rizzoli Editore,1986
Eilenberger: le Visionarie. 1933-1943. Arendt, De Beauvoir, Rand, Weil e il pensiero della libertà. Feltrinelli 2021
Teodori: Ossessioni americane. Marsilio Nodi 2017