di Pino Nazio
Per ogni studente di sociologia la figura di Franco Ferrarotti è quella di un gigante. Lo era ancor di più nella seconda metà degli anni Settanta quando frequentavo Sociologia che si trovava inizialmente in un edificio sotto la Galleria Esedra prima che la facoltà venisse trasferita in via Salaria. Ferrarotti era un signore elegante, dall’inconfondibile accento piemontese, sorridente, impeccabile nel vestire e che non disdegnava il fazzoletto nel taschino spesso in pendant con la cravatta. A differenza della sua pettinatura che tutto era meno che impeccabile. 
Franco Ferrarotti (Palazzolo Vercellese, 7 aprile 1926 – Roma, 13 novembre 2024)
Fin da allora veniva percepito da noi studenti come un intellettuale indipendente, impegnato nello studio di fenomeni sociali emergenti e spesso scomodi di cui forniva delle letture originali e innovative. Era quello il periodo in cui mi passò per le mani uno degli studi sociologici più interessanti sulla criminalità e sul terrorismo: “Alle radici della violenza”. Negli anni in cui per difendere le proprie idee, per non piegarsi alla paura, si poteva morire, quello studio fornì un importante contributo scientifico, fortemente ancorato a una dimensione empirica e capace di grandi intuizioni. 
Parlare negli anni di piombo di repressione e potere, ricercare – aldilà di semplificazioni e luoghi comuni – le cause della violenza e da lì a muovere una strategia per l’isolamento dei violenti era qualcosa che sfuggiva ai politici e ai militanti, tutti impegnati in un confronto ideologico e, per questo, ascientifico. Solo pochi anni prima, in un pamphlet nel 1974, nel pieno della "strategia della tensione", Franco Ferrarotti, provava a ragionare su quanto "fascismo è rimasto" non solo nelle istituzioni ma nella società, nella psicologia di massa degli italiani e nella loro cultura. Ferrarotti con la sua classificazione anticipava di venti anni quello che un altro straordinario intellettuale piemontese, Umberto Eco, spiegò in un simposio il 25 aprile 1995 alla Columbia University, poi pubblicato sotto il titolo di “Fascismo eterno”. Ferrarotti aveva intuito il problema della modernità del neofascismo come risposta alla complessità della moderna società multietnica e multirazziale. Chi avrebbe potuto immaginare che queste tematiche sarebbero tornate di così grande attualità alla luce delle affermazioni elettorali prima di Salvini e poi della Meloni. 
La denuncia di Ferrarotti riguardava i momenti di crisi sociale in cui si fa più impellente la ricerca di una figura di riferimento, di un salvatore dei destini comuni. Su tutto l’intuizione che il fascismo non se ne sia mai andato perché una destra incapace di fare fino in fondo i conti con il proprio passato, non abbia contribuito a costruire un sistema di valori condiviso in cui abbiano piena cittadinanza le parole antifascismo, Resistenza, Liberazione. Ferrarotti aveva ben sottolineato la capacità di presa del fascismo sulle masse, grazie all'ambiguità come tecnica della conquista del potere, di far apparire se stesso come nemico dei grandi potentati economici, ma, al tempo stesso di attirare sia il sostegno della piccola borghesia -oggi va più di moda parlare classe media- e di parte del sottoproletariato. La ricetta che Ferrarotti proponeva nel ’74 sembra scritta per i giorni nostri: il superamento delle tentazioni neofasciste consiste nel passaggio delle istituzioni pubbliche ad una vera democrazia di partecipazione.
Tornando agli Anni di piombo, nel pieno del rapimento Moro, mi viene alla memoria un convegno di sociologia a Chianciano dove alcuni professori ebbero parole poco lusinghiere per Ferrarotti, reo, a loro avviso, di aver concesso troppo a una visione marxista, quindi deterministica, della società. Seduto in platea riconobbi in quel giudizio – e soprattutto nei toni decisamente derisori – qualcosa di ingiusto. Ferrarotti era ed è stato molto di più che uno studioso che ha applicato formule ideologiche allo studio scientifico. La cosa non colpì solamente il sottoscritto e ne parlavamo in autostrada con un altro futuro professore di sociologia, Stefano Cristante. La nostra discussione era talmente accesa che quasi non ci accorgemmo di un posto di blocco all’uscita del casello a Fiano Romano. Fummo fermati da una pattuglia della polizia che ci costrinse ad aprire il cofano dell’auto, una circostanza che non mi è più capitata nel resto della vita, ma che si giustificava con il clima emergenziale di quegli anni. È quello il periodo in cui, da studente, ho cominciato a collaborare con la cattedra di sociologia di quello che poi è diventato il mio correlatore della tesi di laurea, Mario Morcellini. La prima ricerca a cui ho lavorato era stata commissionata dell’Isfol e riguardava i mutamenti nel mondo del lavoro. Alcuni studi di Ferrarotti sui movimenti sociali e sui problemi della società industriale mi furono molto preziosi.
Per noi, e non solo per noi, giovani sociologi Ferrarotti era considerato indiscutibilmente il padre della sociologia in Italia, colui che aveva sdoganato quella moderna disciplina nel panorama accademico e che aveva portato i suoi studi in molte parti del mondo, da Parigi agli Stati Uniti, dall’Unione Sovietica al Giappone, all’America Latina. Al tempo stesso Ferrarotti ha divulgato in Italia il pensiero sociologico di illustri suoi colleghi, fra tutti Thorstein Veblen e la sua “Teoria della classe agiata” – di cui curò una pregevole traduzione – e Max Weber. L’altro grande nome della sociologia di quegli anni era Francesco Alberoni giudicato, in modo frettoloso, come uno studioso da cassetta, di una sociologia spicciola legata più alle sensazioni personali che alla ricerca empirica. Ferrarotti godeva di una grande stima e rispetto perché aveva legato il suo nome a di una serie di noti intellettuali, on cui intrecciò amicizia e progetti, da Cesare Pavese a Nicola Abbagnano, da Norberto Bobbio ad Adriano Olivetti. Tutti loro avevano tutti attinto, come Ferrarotti, alla feconda vena di pensiero che è stata la Torino nel secondo dopoguerra. Le riviste che ha fondato e diretto, dai Quaderni di Sociologia alla Critica sociologica, alla Rivista di Filosofia rappresentavano per noi giovani sociologi un appuntamento da non perdere. Cercavamo di prendere una copia delle riviste di sociologia appena uscita e ci incontravamo nell’unico posto dove era facile reperirla: la libreria Feltrinelli di via Vittorio Emanuele Orlando. Si trattava sempre di letture interessantissime, vi si trovavano sempre notevoli interventi e preziosi spunti per le nostre ricerche. Le riviste come i libri di Ferrarotti avevano attinto a piene mani alle tematiche del lavoro e della società industriale, ma si sono spinti in aree lontane e variopinte. Ferrarotti non confinò mai la sua iniziativa in ben definiti recinti. Della violenza, dei suoi studi su neofascismo, antisemitismo, della società multietnica e multirazziale si è già detto. Nella sua ampia opera Ferrarotti si è occupato delle realtà urbane, spesso delle zone marginali delle città, a partire dalla sua patria adottiva, Roma, ma anche Torino, Ivrea, Napoli, per poi impegnarsi, negli anni Ottanta, del sacro. I suoi scritti si sono addentrati nel rapporto tra ateismo e fede, nella musica, nell’arte e persino nel mondo del calcio. Per citare il suo illustre collega Egar Morin, Ferrarotti era uno che amava “andare a zonzo nei grandi boulevards della cultura di massa”. 
Nell’ultimo periodo le sue pubblicazioni hanno virato dai saggi alla poesia, un amore scoperto dopo aver superato la soglia dei novanta anni (almeno a giudicare dalla data delle sue pubblicazioni). Quando alcuni anni fa ho iniziato l’insegnamento universitario di Sociologia, crimine e devianza, ho ripreso gli appunti che - come d’abitudine- prendevo durante la lettura di libri e articoli di Ferrarotti. Anche se per la maggior parte si trattasse di scritti di mezzo secolo fa, la capacità di leggere i dati e di fornire chiarificatrici letture sociologiche è rimasta pressoc hé intatta.
La grande laboriosità di Ferrarotti non si è limitata a un lunghissimo elenco di pubblicazioni, ma si è espressa anche attraverso l’impegno in prima fila. Animatore del Movimento Comunità, un partito politico di orientamento federalista e socialista-liberale, poi deputato indipendente in Parlamento.
Che la figura di Ferrarotti fosse per me una specie di mito l’ho compreso a pieno alcuni anni fa quando ricevetti una telefonata dall’amico Agostino Bagnato che mi invitava a moderare un incontro a cui partecipavano – tra gli altri – Tullio Gregory e Ferrarotti. Accettai con entusiasmo. Così mi ritrovai seduto nella Biblioteca Vallicelliana tra il filosofo e il sociologo, tra quelli che sono stati per me dei mostri sacri per tutto il periodo degli studi superiori. Potevo porre loro domande, dare e togliere la parola, parlare con loro alla pari, una sensazione che trovo difficile da descrivere ma che è molto simile a quella che viene immaginata come camminare a un metro da terra.
Nel giugno 2016, avevo apprezzato molto il coraggio di Ferrarotti nel prendere posizione a favore della riforma costituzionale voluta dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. In quella occasione l’anziano sociologo dichiarò: "Il referendum che si svolgerà in dicembre si profila come una sfida cruciale per smantellare o difendere interessi e privilegi consolidati, una sfida che va molto al di là della stessa riforma del Senato. Mi ricorda il referendum tra monarchia e repubblica. Renzi o non Renzi, se non vince il "SÌ" andiamo incontro ad anni bui.”. Sappiamo tutti come è andata a finire e come le parole, allora criticate da alcune personalità, siano state profetiche. Ferrarotti è stato anche un grande visionario, un visionario – forse – a volte toppo ottimista. Quella dichiarazione terminava così: “Io però ho fiducia nella maturità democratica del popolo italiano e credo che, alla fine, la razionalità prevarrà." Sappiamo bene che non prevalse la razionalità e che sono arrivati, puntuali, gli anni bui.