Ho piantato 72 anni fa nel giardino di famiglia, a Caria, un alberello di noce, guidato da nonno Agostino. Ancora oggi, robusto e folto, continua a dare prodiga ombra e a produrre noci sicure nel gheriglio screziato color marroncino. Il patriarca ha ornato il terreno attorno la grande casa di ogni pianta utile al mantenimento della vasta famiglia, ma anche alcune novità varietali, risultato dei suoi viaggi di lavoro: nocepesco, moro, limone lumie di Sicilia, cedro del Libano, giuggiole. Amava le piante come i figli e i nipoti. Le piante da frutto in particolare, perché pini, abeti, querce, acacie producevano ombra e sottraevano suolo fertile all'agricoltura. 
il noce di Caria
Un grande cipresso svetta imperioso dietro la casa di famiglia. Non si sa chi lo ha piantato. Oggi ha circa sessanta anni e il nonno era già scomparso. Ma è la testimonianza dell'amore e del rispetto per il mondo vegetale che ha saputo infondere nei discendenti, perché il bosco era il suo mondo d'origine, conosceva ogni pianta perfettamente e il mestiere di bottaio completava la sua cultura agraria e forestale. Questa visione l'ha trasmessa in gran parte al figlio Costantino, falegname, ai nipoti e pronipoti, come esempio di cultura ambientale e di amore per la natura. 
il cipresso dietro la casa di famiglia in Calabria
All'inizio di luglio, approfittando dei lavori di rifacimento del giardino condominiale di Roma, costituito da una stupenda pineta che il ragnetto rosso ha distrutto, ho fatto piantumare dall'Amministratore un ciliegio da frutto. È fuori stagione, ma sono sicuro che attecchirà, crescerà e darà fiori bianchi, foglie vergate e frutti sapidi come si addice alla varietà Kordia, nota anche come Durona.
Probabilmente, non avrò il tempo per vederlo crescere e per goderne il rosseggiante frutto nei prossimi anni. La vita piena è oramai alle spalle e alla biologia non si impongono i propri desideri.
il piccolo ciliegio appena piantumato
Il noce è dedicato a mio nonno, scomparso nel 1956 e il ciliegio a mio figlio Roberto, venuto a mancare nel 2018. Un legame tra le generazioni. Questo albero nobile, anche se materialmente Roberto non lo vedrà, crescerà tra le festose grida di ragazzini in gioco, le corse dei cani e le conversazioni degli adulti per passare il tempo. Egli ne godrà lo spettacolo della sua vitalità traguardandolo dalle nuvole e dallo spazio celeste, dove dimora da oltre sette anni.
Lo stesso continuerà a fare con le tante piante che ha conosciuto nella sua esistenza. Il noce di Caria, quelle poche stagioni estive che lo ha misurato con l'occhio del giovanissimo artista, tra le tante rigogliose piante che adornano l'altopiano del Poro, ha lasciato un vago ricordo. Più ancora lo ha interessato e affascinato un pesco selvatico nel cortile di Vetralla, dove la nostra famiglia trascorreva qualche settimana di vacanza negli anni Ottanta, in località Giardino, proprio perché era abbarbicato al muro di cinta, tenacemente proteso a vivere e a fruttificare. O i vetusti castagni nei boschi attorno a S. Martino al Cimino e Capranica, dalle radici scoperte e aggrovigliate in un intrico misterioso.
Sono gli alberi che ciascuno di noi si porta nella vita, piantati o adottati.
Il 13 luglio1977 Roberto Bagnato ha visto la luce e queste essenze vegetali sono state i produttori di sogni e di speranze, man mano che cresceva, viste tra le tante in Calabria e nella campagna romana, insieme ad altre piante: agavi maestose, cipressi densi, castagni vetusti, meli variegati, agrumi sempreverdi dalla zagara esaltante, ulivi perenni maestosi, ficodindia impietosi nella loro umiltà.
Come dimenticare il terreno di Formello, goduto per oltre venti anni, così ricco di alberi da frutto, con Roberto bambino incantato a fantasticare sui fichi dolci e gonfi, sugli albicocchi dorati, sui noccioli folti, i mandorli scarni, fino alle nespole selvatiche, ai melocotogni ruvidi e ai melograni festosi e quieti.
Ognuno di noi si porta dietro questo bagaglio di cultura vegetale, retaggio delle proprie radici e della storia familiare.
Questo richiamo è persistente nella nostra esistenza e cerchiamo, senza retorica e astratta simbologia, di rinnovarlo continuamente.
Pochi giorni fa alcuni addetti, incaricati dall'Amministratore del condominio, su mia richiesta, hanno piantato, sempre nel giardino condominiale romano, un ulivo di media grandezza. Ho voluto dedicarlo idealmente alla mia famiglia, nata dall'unione tra un calabrese di cultura materialista e umanistica ed una etrusca di Bagnoregio, terra dove abbondano ulivi, castagni e ciliegi, ma anche alla mia famiglia d'origine che con gli ulivi ha avuto un rapporto simbiotico da sempre.
l'ulivo nel giardino condominiale di Roma

Perché l'ulivo chiude questo itinerario, pur sapendo che ogni albero è una sorta di genius loci. Perché l'ulivo è l'albero che ha dato alimento e luce e legname per portoni e mobili (chi non ricorda il letto di Ulisse nell'Odissea!) per millenni all'uomo mediterraneo e ancora oggi è simbolo di vita e di resilienza.
il giardino condominiale di Roma visto dalla mia finestra
Quante sono le abitazioni antiche nei borghi sparsi tra colline e pianori che hanno ancora il portone d'ingresso in legno di ulivo!
E anche utensili domestici, dal mestolo al forchettone alla pala per il pane. Non esiste famiglia che non coltivi qualche pianta per avere olive da consumare a mensa, preparate in vari modi, oltre che per ricavare olio extra vergine, orgoglio, gloria e vanto di ogni tavola di chi possiede un appezzamento di terreno.
Ma ogni albero ci porta alle persone che non ci sono più, che ci hanno lasciato. La loro presenza testimonia la forza degli affetti interrotti, idealmente e spiritualmente sempre annodati al nostro andare quotidiano per le strade del mondo e sui sentieri della vita terrena.
Il ricordo di chi non c'è più si rafforza così e il dolore si trasforma in una visione del Creato dove ciascuno dimora per addolcire la sofferenza dell'irrimediabile mancanza.
Agostino Bagnato
Roma, 23 luglio 2025