All’elezione di un nuovo Pontefice, seguono le dimissioni da parte di tutti i Cardinali, dagli incarichi conferiti loro dal precedente Papa. Ne consegue che il nuovo Pontefice debba convocare un “Concistorio”, ovverosia un’Assemblea dei Cardinali, per ridistribuire gli incarichi, secondo una visione prospettica della Chiesa Cattolica, nel mondo, nonché al suo interno.
Poiché l’elezione di Papa Leone XIV è avvenuta l’8 maggio 2025, cioè nel corso dell’Anno Giubilare 2025, la convocazione del Concistorio è stata posticipata a conclusione dello stesso Anno Giubilare. Così Papa Prevost ha convocato a Roma, il 7 gennaio 2026 l’Assemblea dei Cardinali di tutto il mondo, per un primo sguardo prospettico sull’azione futura della Chiesa.
L’articolo che segue intende dare un contributo di riflessione su quello che potrà essere l’impegno prioritario del nuovo Pontefice, per guidare la Chiesa nell’unità ecclesiale, rinsaldando la sua vocazione all’amore di Cristo ed alla carità fraterna. Così da “riportare la comunità cristiana alle fonti primigenie della sua vita, della sua stessa ragion d’essere (Paolo VI)”.
Appuntamento quindi al prossimo Concistorio del 27-28 giugno 2026, per dare vita, come ha concluso Papa Leone XIV, ad una Chiesa missionaria.
Papa Leone XIV
Chi compie la Volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre (Mc 3,35)
La S.S. Eucarestia, ovvero il Sacramento del corpo e del sangue di nostro Signore Gesù Cristo, Sacramento istituito nell’ultima cena con gli apostoli prima di salire al Calvario, è il centro della fede cristiana, e deve esserlo anche della vita.
Giovanni Paolo II sottolineò il valore cosmico della S.S. Eucarestia. Cosa vuol dire? “Se una persona riceve questo Pane e questo Vino, cioè la carne e il sangue sacri, non li riceve soltanto per sé stesso, ma ogni cosa e ogni essere verso i quali ella dirige con amore e benevolenza il proprio pensiero, ricevono la grazia. Perché vi è un legame, misterioso ma assoluto: la preghiera dell’uomo, il suo pensiero benevolo, i suoi sentimenti di dolcezza, sono una radiazione che arriva fino nel profondo dell’universo, fino al cuore di Cristo. Così attraverso la razza umana, attraverso la SS Vergine, giungeremo a comunicare con il Cristo, mediante la nostra preghiera ed il nostro essere, fino all’eternità di Dio Padre”. (P. Theodosios Maria della Croce)
Una Verità che può far paura; ma è soltanto così che si chiude il ciclo della creazione. Quello che resta per l’eternità è l’amore; e questo è il paradiso per l’umanità creata da Dio.
Ora, se desideriamo questo paradiso, dobbiamo conformarci totalmente al messaggio evangelico, che ci chiede di imitare Cristo in tutto, e non di interpretare il Vangelo secondo le nostre abitudini di vita, i nostri pensieri e, soprattutto, le nostre debolezze.
Ha scritto in proposito S. Agostino (1), commentando il Vangelo di S. Giovanni (27,7-9): “E noi abbiamo creduto e conosciuto. Abbiamo creduto per poter conoscere: se infatti avessimo voluto conoscere prima di credere, non saremmo riusciti né a conoscere né a credere”.
(1) Agostino: Aurelio Agostino, nato a Tagaste, nella Numidia Cirtensis proconsolare inferiore (oggi territorio dell’Algeria) il 13 novembre 354 d.C., da padre Patrizio, pagano, e dalla madre Monica, di famiglia cristiana e di eletta educazione, che ebbe su di lui un decisivo influsso spirituale. Agostino è sicuramente un giovane acculturato, che dal 374 a Tagaste è insegnante di grammatica. La sua maturazione spirituale si completa nella Milano cristiana, presso il Vescovo Ambrogio, ricevendo dalle sue mani il battesimo, il sabato santo del 4 aprile 387. Inizia così una travolgente crescita spirituale, che lo porterà a divenire Vescovo di Ippona, nonché un punto di riferimento eccezionalmente alto per lo sviluppo della chiesa cristiana, fino alla santità, dopo una vita dedicata a Cristo, nostro Signore.

Champaigne, Philippe de - Saint Augustin - 1645-1650
Occorre, in conclusione, avere una fede granitica e seguire il Vangelo di Gesù “sineglossa”, come diceva S. Francesco. Il perché sta in questa sintesi di S. Agostino: “Le parole che il Padre dice al Figlio; siedi alla mia destra, non vogliono dire che Gesù Cristo sia seduto, ma che è nel pacifico e pieno possesso dei suoi poteri. La destra qui significa la potenza di Gesù come uomo, potenza che è uguale a quella del Padre, essendo anche gli Dio”.
D’altronde questa fede si era già manifestata nei profeti. Davide, nel suo salmo 110, chiama Gesù Cristo suo Signore, e questo per ispirazione profetica dello Spirito Santo (S. Girolamo).
L’IMITAZIONE DI CRISTO
Nella nostra vita, purtroppo, siamo oberati da tante pene, che appesantiscono il nostro cuore e il nostro agire, in una concezione troppo materialistica della nostra esistenza. Invece, l’anima piena di Dio, dice S. Agostino, si fa leggera ed i Saggi (il profeta Isaia) asseriscono che assumendo così quasi ali di aquila, passano l’esilio terreno senza stancarsi. Dobbiamo quindi farci “leggeri” per poter volare: scarichiamo la “zavorra” del nostro egoismo e del nostro materialismo. Il Signore aveva già preannunciato, attraverso i profeti, che si sarebbe eletto un “popolo umile”, il quale avrebbe temuto la sua parola (IS, 66-2). Viene così posto il principio della possibile felicità umana nell’umiltà dello spirito.
E poi, Gesù stesso, per darci un esempio di umiltà, e per insegnarci ad accogliere la grazia del Battesimo ha ricevuto da S. Giovanni Battista ciò di cui Egli non aveva bisogno, ma che a noi era necessario. L’umiltà quindi, è il primo gradino di quella scala che ci porta all’incontro con Gesù Cristo. Impresa impossibile? No di certo, soprattutto se seguiremo l’esempio dei Santi, che tutti, sia pure con diversi carismi, hanno dedicato la loro vita di fede, nell’impegno a seguire le opere del loro Maestro, Gesù di Nazaret. Ricordiamo, come esempio di una vita di santità, S. Francesco, patrono d’Italia, che scrisse: ”Mi sembrava troppo amaro vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro, e con loro usai misericordia. Quando me ne allontanai, quello che mi sembrava amaro subito si mutò in dolcezza di anima e di corpo. E poi stetti un poco, e uscii dal mondo”. Ha scritto in merito A. Cazzullo (Francesco il primo italiano, Ed. HarperCollins 2025): “Francesco non appartiene solo alla storia della Chiesa e della storia d’Italia. Appartiene all’umanità. Ci ricorda che per quanto la nostra materia sia bassa, la nostra vita vile, le nostre pulsioni miserabili, in noi c’è un anelito divino, un’ispirazione verso l’alto, un destino d’immortalità.”
Realizzare queste aspirazioni, seguire il cammino indicatoci da S. Francesco, richiede innanzi tutto di scegliere la Vergine Maria come nostra compagna, perché Essa è, secondo la definizione data da S. Grignion de Montfort, la via più diretta, più rapida e più sicura per arrivare a Gesù - è la nostra “mammina santa” – come la chiamava P. Pio, non ci deluderà certo.
L’imitazione di Cristo, quindi non deve apparire un’impresa impossibile, soprattutto “se avremo una disposizione del cuore che ci renda umili e piccoli, coscienti della nostra debolezza, ma fiduciosi, fino all’audacia, nella bontà del Padre.” (S. Teresa del Bambin Gesù).
D’altronde Gesù stesso ci ha invitati, tutti, all’umiltà dello spirito (“fate come me che sono mite e umile di cuore), che non è la rassegnazione ad un ruolo marginale della propria vita nel mondo, bensì il riconoscimento che certi carismi sono stati un dono per noi, e quindi ci corre l’obbligo di riconoscenza, usandoli anche a beneficio degli altri fratelli.
Ma S. Agostino aggiunge un altro scalino a questa scalata spirituale che ci può portare fino a Gesù. E’ quella profonda fede che ci collocherà in messo al popolo di Dio “la cui salvezza non sarà più calcolata secondo la misura del suo sapere, bensì del suo amore.” (S. Agostino – Popolo e casa di Dio). Così, anche la vera adorazione di Dio avviene in un tempio, rispetto al quale quello dell’Antico testamento era solo ombra e prefigurazione: “perché l’equivalenza alla realtà del tempio è, da parte cristiana, non la casa di Dio, bensì siamo “noi”, cioè la comunità di Dio, il popolo di Dio” (J. Ratzinger: Popolo e casa di Dio in S. Agostino)
LA CARITA’ FRATERNA
La dottrina cristiana, se espressa in modo soltanto intellettuale, è senza efficacia e non basta certamente per l’imitazione del Divino Maestro Gesù. Ciò che ci dice il Vangelo, deve essere vissuto ogni giorno nella preghiera (“pregate incessantemente” ha detto Gesù), nel pensiero, e nella cura degli altri fratelli, nei momenti di gioia, così come in quelli di tristezza, senza mai stancarsi di credere nella misericordia di Dio. E, soprattutto, facendo ricorso con frequenza ai Sacramenti, in particolare a quelli della S.S. Eucaristia, che è il vero “carburante” della fede cristiana. Così ebbe a scrivere l’anonimo monaco medioevale, nel suo libro: “L’imitazione di Cristo”) – “Procedi dunque, con schietta e ferma fede; accostati al Sacramento con umile venerazione. Rimettiti tranquillamente a Dio, che tutto può, quando non riesci a comprendere. Iddio non t’inganna, mentre s’inganna colui che confida troppo in sé stesso. Dio cammina accanto ai semplici, si rivela agli umili; dà lume d’intelletto ai piccoli (Sal 118,130), apre la mente ai puri di cuore e ritira la grazia ai curiosi e ai superbi.”
“Ogni ragionamento, ogni nostra ricerca deve andare dietro alla fede; non precederla, né indebolirla”.
Bisogna così persistere nella fede, salendo uno ad uno i gradini di quella scala che ci può portare all’incontro con Gesù, sempre nell’umiltà dello spirito. Un bell’esempio di tanta fede, ci viene anche dalla lettura del diario di Papa Giovanni XXIII, che fece dell’invito di Gesù ad agire secondo il suo esempio (“Fate come me, che sono mite e umile di cuore”) la verifica annuale della sua fede cristiana.
E così, il Sacerdote Angelo Giuseppe Roncalli, e successivamente il Vescovo, e poi il Cardinale e, infine, il Papa Giovanni XXIII, hanno praticato, ogni anno, alla fine del loro impegno sacerdotale, una verifica, attraverso esercizi spirituali, della loro fedeltà alla definizione che Gesù aveva dato agli Apostoli di sé stesso.
LE OPERE DI CARITA’
Gesù ci ha anche detto che dobbiamo esse attivi nella pratica della carità, secondo tre aspetti diversi (Le 6, 37-42):
- siate misericordiosi, com’è misericordioso il Padre vostro;
- non giudicate, e non sarete giudicati;
- date e vi sarà dato
Cosa c’è alla base di questo invito di Gesù? Ce lo dice lui stesso: “Tutto quanto desiderate che gli uomini facciano a voi, fatelo voi pure a loro; perché questa è la legge e i profeti”. (Mt 7,12)
La regola d’oro della vita del cristiano, quindi, consiste nel fare sempre del bene, per amore di Dio, confidando nel Suo aiuto “fiduciosi fino all’audacia”, secondo le parole di S. Teresa del Bambino Gesù. Ma se questa è la regola, la fede può fare cose ancora più grandi, come ebbe a dire lo stesso Gesù agli Apostoli: “Abbiate fede in Dio! In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Lèvati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quel che dice avverrà, gli sarà fatto.” (Mc 11, 22-23).
Sembra impossibile, ma non lo è. A cosa possiamo infatti equiparare l’opera di una piccola e gracile Suora della Congregazione di Loreto, S. Madre Teresa di Calcutta, albanese, la cui opera decisa e persistente di pura carità umana, iniziata col soccorrere un moribondo steso sulla pensilina della stazione ferroviaria di Calcutta, che oggi riunisce più di 150.000 missionarie e missionari della carità, operanti in tutti i continenti? Tutto ciò è forse meno che spostare una montagna? Perché qui non bastano macchinari potenti per spostare la terra, qui ci vogliono un cuore enorme ed una fede incrollabile, che, tra gli altri riconoscimenti della stessa Chiesa, nonché di moltissimi governi di tutti i continenti, le fecero anche ottenere il Premio Nobel per la Pace nel 1979.
Ma S. Madre Teresa di Calcutta non si è mai considerata qualcosa di eccezionale. Lei stessa ebbe a definirsi “Io non sono che una piccola matita nelle mani di Dio.” E poi ha aggiunto: “Dico alle sorelle e a me stessa. Quanto più ripugnante apparirà il lavoro, maggiore dovrà essere la nostra fede e l’amore di compierlo. Provare questa ripugnanza è la cosa più naturale del mondo, ma superarla per amore di Gesù, ci rende eroiche. E’ accaduto spesso nella vita dei Santi che questo imporsi eroicamente alla ripugnanza, li abbia spinti alle Vette della santità. Tale, ad esempio, fu il caso di S. Francesco d’Assisi” (La vita di Madre Teresa di Calcutta – Ed. Rusconi). Una vita eroica di enorme sacrificio, ma senza che apparisse sul suo volto. Per questo sollecitava spesso le persone che frequentava, con la frase: “sorridetevi gli uni gli altri”; “non lasciare mai che alcuno parta da te senza aver ricevuto qualcosa di Gesù.”
Pertanto, lo scopo della nostra vita terrena è quello di aprirci alla luce ed alla grazia di Gesù, per riceverla pienamente e così comunicarla agli altri.
“A chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità vi dico: non perderà la sua ricompensa.” (Mt 10, 43) “Perché quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me.”
Consideriamo, infine, che Gesù, per amore, si è donato totalmente per noi uomini. La divinità non ha eliminato a Gesù-uomo la sofferenza e il dolore. Questo pensiero deve illuminare la nostra fede e ci deve dare la forza di ricambiare questo amore di Gesù, con la coerenza della Vita. Dobbiamo amare il prossimo, dobbiamo aprire il nostro cuore alla misericordia, aprire le nostre mani per dare, anche quando siamo oggetti di offese, cattiverie e ingiustizie. E’ difficile, nessuno può negarlo, ma con l’aiuto di Gesù e di Maria è possibile. Il bene che faremo non sarà dimenticato dal nostro Padre, che è nei cieli; sulla terra, contribuirà anche a migliorare la nostra società.
“ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18, 8).
Mario Mioni