DANTE ALIGHIERI OGGI
di Agostino Bagnato
La data esatta della nascita di Dante Alighieri non si conosce. L’anno è sicuramente il 1265, ma il poeta fornisce nella Divina Commedia alcune indicazioni che rendono possibile datare il giorno della venuta al mondo tra il 21 maggio e il 20 giugno di quell’anno, nella «gran villa» di Firenze, nella casa della famiglia, Alighieri o Aldighieri che sia, nel quartiere di S. Martino del Vescovo, proprio davanti la Torre della Castagna. Più probabilmente, secondo gli studiosi, la data della nascita si può collocare alla fine del mese di maggio.
L’abitazione è sempre al suo posto, nonostante le terribili vicende accorse in tanti secoli. è stata ricostruita sulle rovine medievali e si trova al numero 1 di Via S. Margherita. è una delle mete obbligate per chi visita Firenze con intenti meno “turistici” dei tanti che si recano in riva d’Arno. La vicenda politica e umana di Dante è strettamente connessa alla storia di Firenze. Gli accadimenti negli ultimi cento anni della «gran villa» sono rievocati, come ricordo e come profezia, da Cacciaguida, antenato del Poeta, incontrato nel paradiso.
«Ma conveniesi a quella pietra scema
che guarda ‘l ponte, che Fiorenza fesse
vittima nella sua pace postrema.
Con queste genti, e con altre con esse,
vid’io Fiorenza in sì fatto riposo,
che non avea cagione onde piangesse:
con queste genti vid’io glorioso
e giusto il popol suo, tanto ch ’l giglio
non era ad asta mai posto a ritroso,
né per division fatto vermiglio».1
Il ricordo della giovinezza fiorentina non è mai venuto meno nel percorso poetico dantesco. Uno dei punti più toccanti di questa nostalgia si trova proprio nell’Inferno, allorquando il poeta è tra i simoniaci, nella terza bolgia del cerchio ottavo. La descrizione del luogo ha precisi connotati realistici, ai quali il Poeta associa la sistemazione del Battistero di Firenze e rievoca un fatto accaduto nella sua giovinezza, un “salvataggio”, si direbbe oggi, per il quale si ottiene un riconoscimento al valore civile.
Io vidi per le coste e per lo fondo
piena la pietra livida di fori,
d’un largo tutti e ciascun era tondo.
Non mi parean men ampi né maggiori
che que’ che son nel mio bel san Giovanni,
fatti per loco di battezzatori;
l’un de li quali, ancor non è molt’anni,
rupp’io per un che dentro v’annegava:
e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni.2
Si tratta di un messaggio preciso ai lettori sulla veridicità delle cose raccontate. Proprio perché «sia suggel» alla verità storica e al racconto dei fatti presenti, a cominciare di quanto sta sotto gli occhi dell’osservatore Dante. Tale messaggio è reiterato allorquando il Poeta si trova tra gli ipocriti. è riconosciuto come fiorentino dai dannati costretti a muoversi sotto pesanti cappe di piombo, paragonati ai monaci dell’Ordine di Cluny, i cluniacensi che erano stati accusati di costumi quasi frivoli e dai quali era nato l’Ordine dei Cistercensi.
Elli avean cappe con cappucci bassi
dinanzi agli occhi, fatte de la taglia
che in Clugnì per li monaci fassi.
Di fuor dorate son, sì ch'elli abbaglia;
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federigo le mettea di paglia.
(Inf., XXIII 61-66)
L’occasione è unica per i dannati e non può essere sprecata.
«… O Tosco, ch’al collegio
de l’ipocriti tristi se’ venuto,
dir chi tu se’ non aver in dispregio.»3
Dante non ha difficoltà a rispondere tempestivamente. è come se aspettasse quel momento per presentarsi come fiorentino e di essere ancora in vita. Una sorta di vendetta nei confronti dei contemporanei defunti. Ed ecco il richiamo dell’orgoglio di essere fiorentino, uno dei punti più rilevanti della rievocazione personale del Poeta.
«… I’ fui nato e cresciuto
sovra’ l bel fiume d’Arno a la gran villa,
e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.»4
Ma non ci sono soltanto questi richiami. Farinata degli Uberti ascolta la voce del poeta e subito si solleva dalla tomba tra le arche degli eretici nella città di Dite per rivolgergli la parola, anche se non lo conosce.
«O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.
La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto.» 5
Farinata degli Uberti, Inferno canto X, incisione Gustavo Doré, 1861
Dante lo accusa di avere provocato gravi danni alla città con quell’ardita frase che suona come una condanna definitiva del superbo Farinata.
[…] «Lo strazio e’ l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tali orazion fa far nel nostro tempio.»6
Il fiero condottiero che ha levato le armi contro la sua città ha tuttavia una freccia nel suo arco per rivendicare il diritto ad essere riabilitato quando e se Dante «nel dolce mondo regge». Ha svolto un ruolo decisivo per la salvezza di Firenze e il Poeta, pur appartenendo alla parte avversa, non può non tenerne conto.
«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.
Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto.»7
Ugolino della Gherardesca non si sottrae alla richiesta di Dante di raccontare le ragioni della sua terribile vendetta sull’arcivescovo Ruggeri.
«O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi ‘l perché», diss’io, «per tal convegno,
che se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi,
se quella con ch’io parlo non si secca.»8
L’anima dannata non rinuncia a dare notizie, anche se rievocare l’orribile morte è causa di «disperato dolor». Non si sottrae allo strazio della cronaca che si è già fatta storia presso i contemporanei per la gravità del fatto, per la sua orrenda gravità. Lo fa perché sente parlare fiorentino e il suono di quelle parole lo fanno tornare con la memoria nel mondo dei mortali.
«…Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ‘l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.
Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlare e lagrimar vedrai insieme.
Io non so chi tu se’ né per qual modo
venuto se’ qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand’io t’odo.» 9
Il conte Ugolino, Inferno canto XXXII, incisione Gustavo Doré, 1861
Ci sono molti altri incontri che fanno ritornare il Poeta nella sua città. Quello con i sodomiti nel terzo girone del settimo cerchio offre l’occasione al Poeta di precisare su chi ricade la colpa della decadenza dei costumi nella sua città e dell’insorgere delle gravi discordie.
«La gente nova e i subiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni.»10
L’incontro con Brunetto Latini, il maestro e guida negli anni della formazione letteraria, è probabilmente quello più toccante. La lezione letteraria e di vita prosegue nell’oltretomba. “Ser” Brunetto non rinuncia al suo magistero civile, pur consapevole della sua grave colpa. Sa di poter contare sulla comprensione del discepolo e sicuramente su quella della sua guida, Virgilio, al tempo del quale la sodomia non era una colpa infamante.
[...] «Se tu segui tua stella,
non puoi fallire a glorioso porto,
se ben m’accorsi nella vita bella;
e s’io non fossi sì per tempo morto,
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t’avrei all’opera conforto.
Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,
ti si farà, per tuo ben far, nemico;
ed è ragion ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare lo dolce fico…»11
Di tanto in tanto l’ironia dantesca affiora prepotente nelle situazioni più drammatiche. Come fa il probo Dante a produrre dolci fichi nell’orto popolato da sorbi amari, frutti non proprio gradevoli! E la responsabilità di questa situazione è nell’avarizia, nell’invidia e nella superbia che caratterizza il popolo fiorentino. E “ser” Brunetto ha facile gioco nel riepilogare queste recenti colpe rispetto al tempo di Dante.
«Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent’è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi.
La tua fortuna tanto onor ti serba,
che l’una párte e l’altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l’erba.
Faccian le bestie fiesolane strame
di lor medesme, e non tocchin la pianta,
s’alcuna surge ancora in lor letame,
in cui riviva la sementa santa
di que’ Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta.»12
Dante è orgoglioso di appartenere a quella parte della popolazione che scelse di rimanere a Firenze al tempo dell’assedio e della distruzione di Attila, preservando così la radice romana della città. A differenza di coloro che si rifugiarono a Fiesole, dando così origine alla «gente nova e’ i subiti guadagni».
L’incontro tra Virgilio e Sordello nel purgatorio dà origine alla celebre invettiva contro l’Italia del tempo.
Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!13
Ovviamente, oggetto dell’invettiva è soprattutto Firenze, la città che più di ogni altra è lacerata da divisioni e scontri fratricidi nell’Italia le cui città
[…] tutte piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogni villan che parteggiando viene.
Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
Di questa digression che non ti tocca,
mercé del popol tuo che si argomenta.14
Bisognerà attendere l’incontro con Cacciaguida nel paradiso perché il legame di Dante con la sua città si connoti di valore quasi universale, sotto il profilo del rimpianto e della nostalgia, accanto alla condanna per la decadenza dei costumi morali e civili.
Ma questi aspetti della Divina Commedia sono molto noti e fanno parte del patrimonio formativo e culturale di ogni italiano. Inoltre, sono lo specchio del XIII e dell’inizio del XIV secolo in cui s’intravvedono i segni del tramonto definitivo della civiltà comunale e della nascita delle signorie dove «un Marcel diventa ogni villan che parteggiando viene». Sono questi aspetti che hanno fatto discutere della visione aristocratica della società del proprio tempo, condannando senza appello la crescita di nuovi strati sociali, a cominciare dai mercanti e dagli artigiani. Non si può giudicare la presunta ritrosia di Dante per le nuove classi urbane senza tenere conto del contesto temporale in cui i fatti avvengono. è quel contesto che fa del Poeta il fiero sostenitore della monarchia sotto la guida dell’imperatore, in opposizione alle sue origini guelfe nella guelfa Firenze prima delle profonde divisioni tra Bianchi e Neri e poi tra Cerchi e Donati, provocate e alimentate dall’atteggiamento del Papato, in particolare dal pontefice Bonifacio VIII. Salvo la profonda delusione per il fallimento della spedizione dell’imperatore Arrigo VII contro Firenze nel 1313 e la sua morte nello stesso anno. Il De monarchia è il trattato che svolge le considerazioni più pertinenti su quelle travagliate visioni di ordine universale.15
Pertanto, nel 2015 ricorrevano i 750 anni della nascita del più grande poeta italiano e di uno dei più importanti nella storia dell’umanità. Le celebrazioni si sono moltiplicate in ogni parte del Paese, anche se non ci sono state iniziative eclatanti. La Rai ha proposto il ciclo della lettura di numerosi canti dell’Inferno da parte di Roberto Benigni, richiamando l’attenzione dell’opinione pubblica sulla ricorrenza, unendo poesia e spettacolo secondo la formula che ha dato ottimi risultati nel passato. Anche il Parlamento ha dedicato una seduta per ricordare il poeta, in cui lo stesso Benigni ha letto l’ultimo canto del Paradiso, la preghiera di S. Bernardo alla Vergine, con cui si chiude «’l poema sacro / al quale ha posto mano cielo e terra».16
Se mai continga che ‘l poema sacro
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m’ha fatto per più anni macro,
vinca la crudeltà che fuor mi serra
del bello ovile ov’io dormì’ agnello,
nimico ai lupi che li danno guerra;
con altra voce omai, con altro vello
ritornerò poeta, ed in sul fonte
del mio battesmo prenderò ‘l cappello;
però che ne la fede, che fa conte
l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi
Pietro per lei sì mi girò la fronte.17
Nello stesso tempo l’Italia si prepara a celebrare i 700 anni della morte, avvenuta a Ravenna nel 1321. Proprio la città romagnola si appresta a presentare un programma di iniziative degne della ricorrenza. Entrambe le date sono comunque l’occasione per fare il punto sugli studi danteschi e precisare il giudizio sul grande «Ghibellin fuggiasco», come lo definì Ugo Foscolo,18 con una forzatura interpretativa, in quanto è noto che Dante apparteneva alla corrente guelfa, di parte Bianca, nella Firenze del suo tempo.
Nel passato la lettura delle tre cantiche è stata proposta da Vittorio Gassman; alla radio è stato Vittorio Sermonti a leggere e commentare la Divina Commedia; all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso Giovanni Raboni ha tenuto un lungo ciclo di incontri presso il teatro Argentina di Roma con la partecipazione di poeti, scrittori, attori e intellettuali che hanno letto e commentato un canto ciascuno. Molto suggestivi gli incontri con Franco Fortini, Mario Luzi, Enzo Siciliano, Maria Luisa Spaziani, Dario Bellezza, Giuseppe Conte, Patrizia Valduga. Nel corso del 2015 alcuni quotidiani hanno riproposto la Divina Commedia, nel quadro del rilancio alla lettura dei principali poeti italiani.
Il tentativo di sottrarre Dante alla fama di poeta «difficile» e lontano dagli interessi del tempo presente soltanto in parte è riuscito. Difficilmente un mostro sacro potrà diventare icona popolare, in particolare presso i giovani. Ma legare al nome di Dante i programmi di rilancio dello studio dell’italiano all’estero è stato utile anche presso il pubblico italiano. Gli aspetti più oscuri e meno noti del poeta sono stati anche oggetto di curiosità e di attenzione, proprio per restituire la dimensione umana all’uomo che ha provato sulla sua pelle
«… sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.»19 
Ennio Calabria, Dante si fa cosa del Cosmo, 1995, acquaforte, 70x50
è andato così crescendo l’interesse per il Dante uomo, il suo aspetto, la sua vita privata. Molti si sono rifatti a Giovanni Boccaccio che ha lasciato una descrizione dell’aspetto fisico del poeta che è opportuno ricordare.
Fu il nostro Poeta di mediocre statura, et ebbe il volto lungo et il naso aquilino, le mascelle grandi et il labbro di sotto proteso tanto, che alquanto quel di sopra avanzava; nelle spalle alquanto curvo, e gli occhi anzi grossi che piccioli, et ’l color bruno, et i capelli e la barba spessi, crespi e neri: e sempre nel viso malinconico e pensoso […] I suoi vestimenti sempre onestissimi furono, e l’abito conveniente alla maturità, et il suo andar grave e mansueto, e ne’ domestici costumi e ne’ pubblici mirabilmente fu composto e civile. Nel cibo e nel poto fu modestissimo; né fu alcuno più vigilante di lui e negli studii et in qualunque altra sollecitudine il pugnesse. Rade volte, se non domandato, parlava, quantunque eloquentissimo fosse. Sommamene si dilettò in suoni et in canti nella sua giovinezza, e, per vaghezza di quegli, quasi di tutti i cantatori e sonatori famosi, sui contemporanei, fu dimestico […] Solitario fu molto e di pochi dimestico, e negli studii, quel tempo che per lor poteva concedere, fu assiduo molto. Fu ancora Dante di maravigliosa capacità e di memoria fermissima […] Fu similmente d’intelletto perspicacissimo e di sublime ingegno […] Vaghissimo fu e d’onore e di pompa, per avventura più che non si appartiene a savio uomo […] Fu adunque il nostro Poeta, oltre alle cose di sopra dette, d’animo altiero e disdegnoso molto […] Tra cotanta virtù, tra cotanta scienzia […] trovò ampissimo logo la lussuria, e non solamente ne’ giovani anni, ma ancora ne’ maturi.20
Del resto esistono i ritratti tramandatici da Andrea del Castagno, conservati alla Galleria degli Uffizi, quelli delle numerose miniature con le scene della Divina Commedia e le illustrazioni di Sandro Botticelli. Molto espressivi sono i ritratti che hanno tramandato nei loro affreschi i maggiori pittori del Rinascimento fiorentino e toscano, da Domenico Di Francesco detto Michelino del 1465 nel duomo di S. Maria del Fiore a Firenze; Luca Signorelli nella cappella della Madonna di San Brizio nel Duomo di Orvieto tra il 1500 e il 1504; Raffaello Sanzio ha lasciato un ritratto eseguito nel 1495 a olio su tela, oggi in collezione privata e quello tracciato ad affresco nella “Disputa del Sacramento” nella Stanza della Segnatura in Vaticano del 1509. Infine, Giorgio Vasari nel dipinto “Sei Poeti toscani” eseguito ad olio su tavola nel 1544, oggi nel Museum of Fine Arts di Sacramento (USA), ha tracciato la figura con tratti realistici. I ritratti che ne hanno ricavato gli artisti nei secoli successivi si rifanno fondamentalmente a questi tratti somatici. Per cui, siamo in grado di immaginare Dante Alighieri come effettivamente era, compreso quell’«ampissimo logo [di] lussuria, e non solamente ne’ giovani anni, ma ancora ne’ maturi».
Sposato con Gemma di Manetto Donati attorno al 1285, il matrimonio fu stipulato il 9 febbraio 1277, secondo la consuetudine del tempo. Di Gemma non si conosce molto. Apparteneva ad un ramo secondario della potente famiglia Donati, protagonista della vita di Firenze e arbitra dei destini della città. La stessa sorte del Poeta è strettamente legata alla storia e alla cronaca della famiglia Donati e dei suoi principali membri: Forese e Corso21. Dal matrimonio nacquero tre figli, Pietro, Iacopo e Antonia e forse altri due figli, Giovanni e Gabriello, di cui non si hanno notizie sicure. Antonia, dopo l’esilio del padre, si fece suora con il nome di Beatrice.22 Ma l’episodio decisivo nella vita di Dante è l’incontro con Beatrice. Non è questa la sede per dilungarsi su questo aspetto fondamentale nella biografia del poeta, ma dal momento della morte di questa fanciulla l’esistenza è destinata a mutare profondamente: da «gloriosa donna de la sua mente»23 fino alla sublimazione nel Paradiso. Infatti, la figura di Beatrice non è soltanto elemento che appartiene alla vita terrena, ma assurge e assume i caratteri di una dimensione filosofica ed esistenziale che trascende nella teologia.
Va però rilevato che nella Vita Nuova tra l’amore per la Donna gentile e l’amore per Beatrice c’è un conflitto che si conclude con la vittoria di Beatrice. Anche nel Convivio si ricorda un conflitto nella canzone «Voi che ‘ntendendo», ma la Donna gentile nell’opera filosofica finirà per essere esaltata senza riserve. Forse c’è da pensare a quanto già detto sul probabile traviamento iniziale di natura filosofica: in un primo momento la filosofia può avere generato il lui una sorta di superbia intellettuale e averlo condotto lontano dalla religiosa spiritualità di Beatrice; in seguito (lo dimostra proprio nel Convivio) l’accordo tra filosofia e teologia gli schiude nuovi infiniti orizzonti e si sente impegnato a guidare gli uomini «a scienza e virtù». Ma ben presto si accorgerà che per un compito così importante il linguaggio arido della filosofia è insufficiente: per migliorare l’umanità è necessario parlare alla ragione e al sentimento, il cantare la bellezza delle conquiste intellettuali, mortali e religiose, poiché l’uomo non è soltanto un essere razionale, come insegnava la filosofia, ma è dotato di «intelletto ed amore». Le sue idee rivestite di passione e d’entusiasmo, di gioia e di pietà, di fervida tensione morale reclamano lo strumento della poesia per essere espresse adeguatamente.24
Salvatore Provino, La Trinità, 2015, olio su tela, 50x50
Nonostante il profondo legame spirituale con Beatrice e la dedizione alla sua memoria, Dante ha avuto sicuramente una vita sentimentale molto intensa. Si suppone veritiera la relazione con Alagia Fieschi, sposa di Moroello Malaspina, nel corso del 1308, anche se non si può identificare con la Gentucca di cui parla Bonagiunta da Lucca nel Purgatorio.
El mormorava; e non so che «Gentucca»
sentiv’io là, dov’el sentìa la piaga
de la giustizia che sì li pilucca.
«O anima», diss’io, «che pur sì vaga
di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,
e te e me col tuo parlare appaga.»
«Femmina è nata, e non porta ancor benda»,
cominciò el, «che ti farà piacere
la mia città, come ch’om la riprenda.
Tu te n’andrai con questo antivedere:
se nel mio mormorar prendesti errore,
dichiareranti ancor le cose vere.»25
Meno probabile è l’identificazione con Gentucca, moglie di Bernardo Morla, negli anni 1315-16. Altri storici si inerpicano su ipotesi fantasiose alla ricerca di figure femminili che possano avere allietato l’esilio dantesco, ma molto è frutto di fantasia. Tuttavia, Gentucca è nome che figura nelle carte lucchesi più volte. Giovanni Fallani e Silvio Zennaro sostengono che «quella a cui accenna la Commedia sia una Gentucca Morla sposa di Buonaccorso Fondora, giovanissima nel 1317, negli anni in cui sembra che Dante visitasse Lucca. è descritta nella sua giovane età senza il velo nero (benda) con soggolo, prescritto alle donne maritate». Potrebbe trattarsi della stessa ragazza, rimasta vedova del Morla e poi sposa del Fondora. «L’ospitalità cordiale – proseguono Fallani e Zennaro – e, pensiamo, non soltanto quella, ma il decoro della città, il sentimento religioso, mutò il pensiero di Dante sui Lucchesi». Nello stesso tempo, non si può escludere l’ipotesi di Torraca, che si rifà ad antichi commenti, partendo dalle «cose vere» più che dalle parole «nel mio mormorar»:
Muta notevolmente il senso dell’episodio, dando a Gentucca, come negli antichi commenti, non il significato di un nome proprio, ma di «gente oscura e di poco valore». Il Torraca legge, come nei testi che copiava il Boccaccio: gente ucca (da «uccare», rimproverare; la gente rimprovera la città, ma Dante cambierà opinione. Ci sembra che tutto il passo, dal v. 34 al v. 48, abbia un profondo legame, che s’impernia su di un nome vero di persona, dapprima mormorato, poi chiarito nelle caratteristiche di una gentildonna, che sa unire alla giovinezza le cure premurose dell’ospitalità. A Lucca visse uno dei figli del poeta, Giovanni, che, nell’ottobre del 1308, in un atto ivi rogato da ser Roberto Tringhelli, faceva da testimonio. Dante può aver visitato o soggiornato nella città, forse nel tempo ch’era ospite di Moroello Malaspina nella Lunigiana.26
Di conseguenza, siamo nella condizione di potere seguire il Poeta nel suo percorso umano lungo i venti anni che lo hanno impegnato nella composizione del poema e di conseguenza di comprenderne con sufficiente certezza le emozioni e le reazioni di fronte ai comportamenti degli uomini, agli accadimenti del tempo e alle vicende naturali.
Tuttavia, parlare di Dante è pressoché impossibile, per chi non è uno studioso provetto della letteratura italiana e in particolare del Medioevo. Il rischio della banalità e anche di commettere grossolani errori è davvero enorme. In ogni caso, perché rinunciare a tracciare alcune riflessioni personali da parte di coloro che amano e studiano Dante per proprio diletto, per cultura personale, per approfondire la propria conoscenza del mondo? Tenendo sempre presenti i propri limiti e i rischi dell’ostentazione.
Da dove partire?
Per quello che mi riguarda, non ho avuto dubbi. Superata l’incertezza iniziale, ho fatto ricorso all’esperienza vissuta più che allo studio prolungato e diffuso, anche se questo non difetta. Studio in proprio, su testi differenti e probabilmente datati, ma pur sempre considerati capisaldi della critica storica e letteraria su Dante, a cominciare da Giovanni Boccaccio, Ugo Foscolo, Francesco De Sanctis, Niccolò Tommaseo, Giovanni Pascoli, Luigi Pietrobono, Attilio Momigliano, Natalino Sapegno, Giovanni Fallani, Silvio Zennaro e tantissimi altri, compreso numerosi storici stranieri della letteratura italiana. Osservare oggi il comportamento dell’uomo nelle differenti circostanze della giornata e nel rapporto con i propri simili nella società odierna, il manifestarsi dei fenomeni naturali più comuni come il sorgere del sole e il tramonto, il moto delle acque, il fuoco, la natura degli animali a partire dal volo degli uccelli, la fenomenologia vegetale in tutta la sua vastità e complessità nel divenire delle stagioni, per finire ai fenomeni della luce e del suono che trovano la massima esplicitazione simbolica nel Paradiso, fatto appunto di luce e di trasparenze.
Suggestioni affascinanti che sono nate osservando lungamente i fenomeni naturali che circondano l’uomo contemporaneo, pur se distratto dalla frenesia dell’esistenza e dalla velocità degli scambi. Ma il sole sorge e tramonta anche nelle grandi città, una pianta germoglia sul balcone o sulla fioriera di casa oltre che nel giardino sottostante, il mare il lago e il fiume si osservano agevolmente per chi non ha impedimenti motori e così anche per la folla che si agita per accadimenti politici, sindacali, sportivi, culturali e religiosi.
Qual è il rapporto tra l’epoca di Dante e il nostro tempo? A distanza di 750 anni è impossibile tracciare un confine, una demarcazione interpretativa, ma il quesito è di tutt’altra natura. Come avrebbe visto l’uomo di oggi ciò che ha osservato Dante, che ha avuto sotto gli occhi, non soltanto ai fini della costruzione allegorica e per fini morali e religiosi, ma sul piano poetico? Probabilmente non ci sarebbe stata nessuna differenza. Quando dal balcone di casa osservo il volo dei colombi o nel parco ammiro il volteggiare delle cornacchie, che il poeta definisce «mulacche», o dei gabbiani e delle rondini, o mi commuovo vedendo germogliare le rose, i gerani, i ciclamini, le azalee, penso che la sua capacità nel tracciare il farsi emozione sia insuperabile.
Eppure Dante non descrive quasi mai le piante orticole, gli ortaggi e le verdure che tanta parte hanno avuto nell’alimentazione lungo i secoli medievali. Si limita ad accenni vaghi come «prato di fresca verdura»27 quando giunge in compagnia di Virgilio, Omero, Orazio, Ovidio e Lucano, ammesso come «sesto tra cotanto senno»28 davanti al castello del limbo. Oppure traccia con una semplice ed efficace pennellata la dimora degli «spiriti magni», tra cui la «filosofica famiglia» che circonda Aristotele, «‘l maestro di color che sanno», dopo avere attraversato il «bel fiumicello» come se fosse «terra dura».
Traemmoci così da l’un de’ canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti.
Colà diritto, sovra il verde smalto,
mi fur mostrati li spiriti magni,
che del veder in me stesso n’essalto.29
La stessa considerazione vale per i fiori, tranne rare eccezioni, sino a quando non si giunge nel Paradiso terrestre. Non può essere altrimenti, essendo l’al di là il luogo della punizione e dell’espiazione delle colpe. I pochi richiami hanno valore allegorico e di similitudine.
Quali fioretti, dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ‘l sol li ‘mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo,
tal mi fec’io di mia virtute stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca… 30
Omero (con la spada), Orazio, Ovidio e Lucano, Inferno canto IV (incisione Gustavo Doré, 1861)
Non possono esserci luoghi che richiamino il «dolce mondo», che evochino in alcun modo la vita terrena; anzi, la nostalgia è uno degli elementi più atroci della condanna, della sofferenza e dell’espiazione. Al contrario, gli aspetti più aspri, duri, selvaggi, orribili e orridi sono il luogo della tortura, dove si consuma la pena. Così gli elementi naturali divengono sedi di terribili punizioni, come le acque bollenti o gelate, le rocce aguzze e le sabbie infuocate, gli alberi e gli arbusti antropomorfizzati. Di conseguenza, la natura intesa come materia è lo strumento della vendetta divina, il luogo fisico dove si consuma la pena, il centro della giustizia del Cielo.
Sono principalmente gli aspetti della realtà fisica del Medioevo che Dante sceglie per rendere il suo poema opera didascalica per eccellenza, anche se il suo genio la innalza a capolavoro assoluto della creazione umana. La fantasia di Dante sublima ogni cosa e l’aspetto più orrido diventa un’immagine indimenticabile. Del resto, la fantasia egli stesso la spiega con grande efficacia, dopo la lezione di Marco Lombardo sul libero arbitrio e sui compiti che spettano alla filosofia e alla teologia nel sostenere il processo di riordino morale e spirituale del tempo, gravemente deteriorato dai profondi contrasti tra Papato e Impero.
Ma è il modo di utilizzare l’atto creativo che eleva Dante al di sopra del suo tempo, degli stessi fatti narrati, delle figure che elegge a simbolo ed esempio del suo procedere morale, spirituale e poetico allo stesso tempo, sempre impregnato e incrostato di profondo realismo. Due esempi per tutti: Farinata degli Uberti e Ugolino della Gherardesca. Il primo come esempio di eretico, di superbo e nello stesso tempo di finale lealtà per la propria terra, ovvero Firenze contro cui ha combattuto; secondo come esempio di tradimento e di atroce condanna i cui effetti ricadono su discendenti innocenti. Il realismo dantesco diviene morale assoluta, legge che trasvola le vicende temporali e diviene principio universale e assioma terreno.
Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’avesse l’inferno gran dispitto. 31
Questa terzina racchiude perfettamente il carattere della scena e la natura del suo protagonista, Farinata. Lo stesso si può dire, magari con maggiore senso drammatico, per la figura del conte Ugolino, già al suo presentarsi.
La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.31bis
Ma non c’è soltanto il più crudo realismo nell’esercizio della fantasia dantesca. C’è anche la visionarietà che dominerà la scena del Purgatorio e ancora di più quella del Paradiso. Un esempio lo fornisce lo stesso Poeta parlando della fantasia.
Nel fiorire e spandersi della fantasia, ecco l’apparizione che lascia senza parole il Poeta, ancora sotto la suggestione della lezione di Marco Lombardo.
è una sorta di anticipazione della visione che riaprirà la scena prima di salire nell’ultimo cielo, quando il crocifisso anticipa l’Empireo e il regno supremo della luce.
Poi piovve dentro all’alta fantasia
Un crucifisso, dispettoso e fero
Nella sua vista, e cotal si moria…32
La mente si raccoglie e si restringe nella figurazione celeste, perché nessuna cosa può essere ricevuta dalla stessa mente dal di fuori. Nel momento in cui la mente del Poeta è tutta protesa nella contemplazione, l’anima è attratta da una parte della realtà o dall’intera realtà che circonda l’uomo. Tuttavia, l’«alta fantasia» non è legata ai soli sensi, ma è protesa per grazia, verso Dio. è già l’anticipazione della conclusione del Poema, quando di fronte alla luce divina dentro la quale è Dio, «A l’alta fantasia qui mancò possa».33
I riferimenti all’ambiente naturale terreno che trovano la loro specifica identificazione nel poema sono moltissimi. A cominciare dalla «selva oscura» per finire al ghiaccio di Cocito dove è confitto Lucifero e dal cui culmine Dante e Virgilio fuoriescono «a riveder le stelle», dalla «valle d’abisso dolorosa» ai fiumi, ai laghi, alle valli, alla rocce, alle boscaglie, fino ai personaggi che popolano i tre regni del poema. Sono figure in grandissima parte mutuati dalla mitologia greca e latina, oltre che dalla letteratura cristiana e dalle raffigurazioni didascaliche medievali. Ma è il modo con cui Dante presenta queste figure di demoni che fa del poema un’opera unica.
Ed ecco verso noi venir per nave
Un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: «Guai a voi, anime prave!»34
Si tratta di una scena di grande realismo come in un dipinto di Eugène Delacroix, Théodore Géricaoult, Francesco Hayez, Karl Pavlovič Brjullov. Realismo fantastico, s’intende, in cui gli elementi naturali assumono una dimensione fantastica e si confondono nel sogno, senza perdere i propri caratteri originari.
Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana specie e ‘l loco e ‘l tempo e ‘l seme
di lor semenza e di lor nascimento.35
Come non sottolineare la potenza evocativa della scena, il cui realismo supera la cornice medievale e si dilata in una dimensione priva di tempo. Fino a quella figura scellerata che batte i dannati con il remo, spingendoli a viva forza verso il luogo della pena, dopo l’incontro con il giudice infernale Minosse.
Caron dimonio, con occhi di bragia
Loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia. 36
L’inferno è anche la sede degli sconvolgimenti che sulla terra oggi chiamiamo catastrofi naturali. Tra questi i terremoti. Proprio all’inizio del lungo viaggio, quando Dante e Virgilio si trovano di fronte al fiume Flegetonte, in attesa di essere traghettati dal riottoso Caronte, si verifica un terremoto che sconvolge la scena. Il Poeta riesce appena a rendersene conto perché, colto da grande spavento, perde i sensi e cade a terra «come l’uom cui sonno piglia». Dove abbia potuto assistere ad un terremoto non è possibile saperlo, ma la precisione e la potenza della rappresentazione lasciano pensare che Dante sia stato presente a qualche fenomeno tellurico (Inferno, III 130-137).
Il territorio tra la Toscana e la Marca Trevigiana conosciuto da Dante non è particolarmente soggetto a presenze sismiche, ma è probabile che la fantasia del Poeta sia stata colpita dai racconti dei suoi contemporanei coinvolti in terremoti da qualche parte o abbia subito suggestioni letterarie, per esempio leggendo Plinio il Giovane. Come si spiegherebbe diversamente il riferimento al sisma che ha colpito Gerusalemme ed ha squarciato il velo del Tempio nel preciso istante della morte di Gesù sulla croce?
In ogni caso, la lettura ha un rilievo importante quanto l’osservazione diretta nella capacità di Dante di rappresentare i fenomeni naturali. Boschi, selve, alberi, arbusti hanno una presenza che riveste grande valore simbolico, anche per il carattere fantastico di molte raffigurazioni. In questo caso non si tratta di letture, conoscenze letterarie e acquisizioni poetiche, ma la capacità e l’abilità sono legate al forte legame con la realtà, per come Dante la osservava e la viveva quotidianamente. Leggendo i tanti episodi in cui l’ambiente vegetale si manifesta vengono in mente i costumi e le tradizioni popolari più diffuse dell’Italia pagana e dell’intero Mediterraneo che si sono trasferite, con poche modifiche, negli usi, nei costumi e nelle credenze protocristiane e cristiane. Le tradizioni rurali e la civiltà contadina tramandate fino ai nostri giorni affondano le proprie radici in quelle culture. Lo stesso vale per la lettura e l’interpretazione del comportamento animale, in particolare dei volatili, in cui l’elemento naturalistico, talvolta assoggettato a preziosi particolari ornitologici, si sposa con l’incanto poetico e onirico.
Dante è il più autentico interprete dei fenomeni naturali nel Medioevo, sia attraverso l’utilizzazione di conoscenze scientifiche e letterarie, curiosità personale e spirito di osservazione, sia mediante la sensibilità poetica e l’alta fantasia immaginativa.
La natura nei suoi differenti aspetti è sempre presente nella cultura contemporanea, magari nascosta da mode e abitudini surrettizie. Ma alla prima occasione viene sempre fuori, torna a farsi emozione e sensazione, vive nelle pulsazioni più nascoste e poi emerge e crea uno spazio imprescindibile per sé nella coscienza dell’uomo.
Ma sono i protagonisti del tempo dantesco che irrompono sulla scena, le figure della quotidianità e della cronaca politica e umana. Per la prima volta nella storia della poesia la contemporaneità, in tutti i suoi aspetti, diventa occasione di poesia e si fa altissimo canto. La scelta del poeta non è mai a caso, perché risponde a una logica precisa. Non è tanto la “vendetta” poetica nei confronti dei suoi avversari e nemici, ma è soprattutto il bisogno di sviluppare, nella logica didattica e filosofica, il concetto di pena rispetto ai peccati commessi in vita e dall’altra parte il valore del premio celeste per la vita virtuosa condotta in terra. Tutto affrontato con realismo che ha del miracoloso, considerati i tempi in cui Dante ha maturato la sua creazione e soprattutto la cultura filosofica aristotelica e teologica impregnata di pensiero tomistico. Si tratta di figure storiche e di cronaca. Figure reali, vere. Carne, sangue, ossa del tempo presente.
Così è nata questa nota. Una pura esercitazione senza ambizioni, portata avanti con la superba presunzione di poter mettere a frutto la conoscenza dei fenomeni naturali e in particolare della vita dei campi e dell’agricoltura, essenza fondamentale della società economica e sociale del Medioevo.
Mi scuso in anticipo con tutti.
Vinicio Berti, Ulisse libero, 1980, olio su carta, 60x80
note
1. Per tutte le citazioni dei versi e delle prose di Dante Alighieri, si fa riferimento alla edizione integrale con il titolo Opere, a cominciare dalla Divina Commedia, con Introduzione di ITALO BORZI, Commento a cura di GIOVANNI FALLANI e SILVIO ZENNARO, cronologia di Nicola Maggi, Newton Compton, Roma 1993. Vedi Divina Commedia, Paradiso, XVI 145-154.
2. Inferno, XIX 13-20.
3. Inferno, XX 91-93.
4. Inferno, XXIII 94-96.
5. Ivi, X 22-27.
6. Ivi, X 85-87.
7. Ivi, 89-94.
8. Inferno, XXXII 133-139.
9. Ivi, XXXIII 4-11.
10. Ivi, XVI 73-75.
11. Inferno, XV 55-66.
12. Ibidem, 67-69.
13. Purgatorio, VI 76-78.
14. Ivi, 124-129.
15. DANTE ALIGHIERI, De Monarchia, in Opere, cit., traduzione e commento di NICOLA MAGGI. «Nella mente del Creatore ogni realtà, in armonia con tutto il resto, tende alla soddisfazione di un fine… Così la Luna deve il suo splendore al Sole che l’illumina, ma – ciò nonostante – non deve a questo la sua essenza; anche il corpo è sottoposto all’anima, nel senso che questa – in un uomo che segua la via della virtù – guida quello, ma le leggi del corpo, la sua essenza, il suo sussistere, sono indipendenti dall’anima, perché emanano immediatamente dalla mente di Dio.
Allo stesso modo Papato e Impero traggono la loro rispettiva autorità da Dio, sicché non può essere che l’uno dipenda dall’altro o viceversa; è bensì vero ch’essi dovrebbero cooperare per il raggiungimento del fine comune, ch’è quello della felicità terrena, demandata all’autorità imperiale, come anticipazione della felicità celeste, la cui preparazione è affidata al Papato.» pp.1071-1072
16. Il presente studio non intende affrontare tutti gli aspetti delle vastissime tematiche dantesche, ma non si può trascurare un accenno, anche se brevissimo, alle vicende personali del Poeta e al contesto temporale in cui sono avvenute, oltre ai riferimenti di natura storica e culturale.
17. Paradiso, XXV, 1-12.
18. UGO FOSCOLO, I Sepolcri « E tu prima, Firenze, udivi il carme / che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco…», vv. 173-174.
19. Paradiso, XVII 58-60.
20. GIOVANNI BOCCACCIO, Dalla origine, vita, costumi e studii di Dante, pp. 16-22, a cura di D. GUERRI, Bari 1918. Vedi anche ACHILLE TARTARO, Dante Alighieri. Le testimonianze autobiografiche, pp. 31-109, in Storia Generale della letteratura italiana, a cura di Nino Borsellino e Walter Pedullà, Federico Motta Editore, 2004.
21. Un altro Donati è quel Buoso, protagonista della beffa di Gianni Schicchi de’ Cavalcanti, di cui il Poeta offre ampio risalto nel canto XXX dell’Inferno. Il musicista Giacomo Puccini nel 1917 ha ricavato un delizioso affresco teatrale attorno alla beffa, ricco di comicità e di sentimentalismo.
22. ENRICO MALATO, Dante, Salerno Editrice, Roma 2009, p. 34.
23. DANTE ALIGHIERI, Vita nova, II 1.
24. DANTE ALIGHIERI Dante Alighieri, Tutte le opere, cit., introduzione di Italo Borzi, p. 14.
25. Purgatorio, XXIV 37-48.
26. GIOVANNI FALLANI e SILVIO ZENNARO nel commento al Purgatorio, op. cit. p. 374-375.
27. Inferno, IV 111.
28. Ivi, 102.
29. Ivi, 115-120.
30. Inferno, II 127-131.
31. Inferno, X 34-36.
31. bis Ivi, XXXIII 1-3.
32. Purgatorio, XVII 25-27. Si tratta della mancata crocifissione dell’ebreo Mardocheo da parte del re persiano Assuero per intercessione della regina Ester. Come si vede, si mescolano vicende bibliche con l’espandersi dell’immaginario fantastico.
33. Paradiso, XXXIII 142.
34. Inferno, III 82-84.
35. Ibidem, 103-105.
36. Ibidem, 109-111.
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