
UN AMORE AGE GAP
La recensione di Marcello Leale:
Come ama definirlo l’Autore, il quasi romanzo Un amore age gap, di Ettore Ianì (l’Albatros, novembre 2025, Roma), racconta una relazione sentimentale segnata da una forte differenza d’età e vissuta alla ricerca del desiderio e dal senso di fragilità sociale. È un racconto che alterna, senza significativi scossoni e svolazzi, introspezione e richiami a una cornice storico-politica. L’elemento dominante non è la emotività, il tono riflessivo, la narrazione personale su traumi o eventi significativi che hanno il corso della vita dell’Autore, semmai la narrazione persuasiva che mostra l’evoluzione delle cose, pensieri e intuizioni del processo di cambiamento dell’identità personale sia individuale che sociale.
Uno stile che oscilla fra confessione personale e tentativo letterario. Una prosa diretta, con periodi brevi, citazioni appropriate e l’urgenza di dire subito ciò che accade. Un modello di scrittura da diario-confessionale senza ricorre alla mediazione teorica: prevale la voce immediata, senza alcun intervallo di tempo o interposizione di spazio.
Centrale è il corpo come luogo di verità: gesti, mani, odori, squilibri quotidiani diventano metafore del “rapporto asimmetrico, tecnicamente disomogeneo” fra i due protagonisti. La musa che ispira e caratterizza tutto il racconto si chiama Monica, detta Otto. Un vezzeggiativo che per l’Autore è legato non ad una caratteristica fisica, come pensa la protagonista, ma ad “un significato intimo e profondo […] associato al simbolo dell’infinito e alla completezza”. Ogni dettaglio funziona come un segnale che ostacola il regolare conseguimento della relazione. Ogni sorriso ha l’ombra di un conto alla rovescia, una atmosfera sospesa, una sensazione di attesa, di tempo e luogo lento e irreale.
Il lavoro, che rimane sostanzialmente nell’ambito personale e intimo, richiama alla memoria lo scrittore Philip Roth, ma con una differenza significativa. Ne La Macchia Umana, la differenza di età si universalizza e si intreccia con le tensioni sociali, con i temi di razza, potere e conflitti socio-politiche. Per Roth non è mai l’age gap in sé a pesare, ma la storia che la società vi scrive sopra.
Il romanzo di Ianì ruota prevalentemente nella esposizione del privato ed è questo il tratto che lo rende autentico, a tratti ricco di pathos, legato alla realtà, a ciò che realmente è accaduto. L’impressione del lettore è che Ianì tenda a voler fissare più il senso della memoria, che non a sviluppare la stessa nei possibili intrecci della narrazione.
A differenza di quanti leggono l’intimità come sintomo sociale, ad esempio Romain Gary che propone diagnosi culturali e psicanalitiche, Ianì si colloca in una prospettiva diversa. il suo è un racconto autobiografico, uno squarcio intenso della sua vita, senza alcuna pretesa di spiegare o giustificare. La scelta di fondo è piuttosto quella di descrivere la precarietà di una esperienza vissuta con grande dignità ma anche, come lui stesso sostiene, come una “gramigna”.
Improntato a una visione realistica e pratica, il quasi romanzo rifugge da una conclusione in cui tutti “vissero felici e contenti “ e con sano e realismo si chiude invece ricordando il “dilemma del porcospino”. Non bisogna avvicinarsi troppo e ferirsi a causa delle spine, ossia a causa della fragilità, dei difetti o delle incomprensioni. Ma bisogna anche evitare di ritrovarsi troppo lontani, senza il calore della vicinanza. La soluzione dell’ age gap è in una giusta e moderata distanza, che consente di vivere il rapporto con un equilibrio tra intimità e propria individualità, una relazione “che ha il gusto caldo e confortante ed energizzante di quando bevi un caffè amaro”
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