
Un'autobiografia e non solo, un saggio ma molto di più, un libro di memorie e ciò che ruota attorno a persone e luoghi: molte sono le facce con cui si può leggere questo poderoso volume di Franco Migliaccio dal titolo SI FA SERA, edito nel 2021.
Una scelta editoriale compiuta, per accogliere tante memorie e trasmettere quante più informazioni di vita vissuta, anche quando si tratta di riflessioni, ricordi e pensieri sull'arte e tutto ciò che ha costituito materia vitale e creativa per Franco Migliaccio.
Pittore, grafico, giornalista, scrittore, critico d'arte, docente di discipline artistiche, dapprima in una scuola da lui fondata (“Arte e Arti”) nel 1987 che ha diretto per quasi quaranta anni (e tuttora in pieno splendore e attività), e poi presso la Laba, Accademia di Belle Arti in Brescia dove ha insegnato per circa un ventennio e di cui fu per molto tempo anche Direttore artistico.
Franco Migliaccio ha attraversato circa sessant'anni di storia dell'arte. Ha continuato poi, infaticabile, a divulgare e far capire l'arte contemporanea mediante il suo ruolo di docente e conferenziere ma anche attraverso la pubblicazione di numerosi libri come “Arte contemporanea”, “Capire l'Arte” e articoli su varie riviste specializzate (“Terzo Occhio”, “Artecultura”, “Il Calendario del Popolo”, e altri).
Egli aveva precedentemente studiato presso l'Istituto Statale d'Arte di Vibo Valentia per poi giungere a Milano dove si è laureato presso la notissima Accademia di Belle Arti di Brera.
Un giovanile viaggio negli Stati Uniti coast to coast apre orizzonti nuovi al suo mondo. Le opportunità professionali si moltiplicano. Nello stesso periodo esegue una lunga serie di francobolli per la Libia; realizza poi numerosi murales d'ispirazione sociale presso centri culturali pubblici e privati.
Contemporaneamente partecipa a numerose rassegne e realizza una serie veramente molto lunga di esposizioni di gruppo e personali. Insomma: non c'è linguaggio legato alle arti visive che Franco Migliaccio non abbia toccato, sempre con grande competenza e capacità espressiva.
Il suo volume autobiografico ne è la dimostrazione e costituisce, intanto, un atto dovuto a se stesso. Un'autobiografia, dunque, come pedagogia, così come sarebbe piaciuta a Michail Bachtin, John Dewey e Lev Vygotskij; una lezione per quelli che verranno (Angekommenen), come sostiene Bertolt Brecht: una preziosa e non scontata testimonianza dall'interno del mondo dell'arte, partite dalle prime prove a Tropea con alcuni amici coi quali aveva fondato un gruppo musicale chiamato “I Cadetti”, che rimarcano la capacità di affrontare gli ostacoli attraverso la “calabresità” del suo animo combattivo, qualità che sembrerebbero in contrasto con un corpo gentile il quale, dunque, non potrebbe definirsi come il fisico di un autentico combattente.
L'irrequietezza, il bisogno di orizzonti vasti, l'urgenza di potenti narrazioni trovano riscontro anche nell'opportunità della sua giovanile adesione politica all'internazionalismo di un personaggio politico come Amadeo Bordiga.
Nel libro ci sono, però, anche i ricordi degli amici, dei colleghi, di numerosi allievi, e delle molte persone che hanno costellato la sua intera esistenza. Insieme a tutto ciò vi sono pure le pagine calde e tenerissime dedicate agli affetti familiari, dalla moglie Tina alla figlia Claudia, il rapporto coi genitori e i fratelli dove l'esposizione esterna dell'uomo, come docente di storia dell'arte e anche militante internazionalista subisce una rapida trasformazione che rovescia nel rapporto familiare la dolcezza e la mitezza che sono alla base di un uomo vero del nostro tempo.
E' il rovescio della medaglia di tutti gli uomini intrepidi e impegnati nella società civile, come quegli artisti che hanno scelto la creativita' dell'arte come scelta etica, veramente rivoluzionaria.
Molto toccanti sono le pagine dedicate ai malanni che lo hanno lambito; il rapporto coi medici, la paura, le pesanti patologie risultate però inesistenti (i soliti errori di medici molto premurosi che operano ancor prima di avere la prova della malattia diagnosticata).
Con linguaggio preciso e netto Migliaccio non nasconde niente, mette a nudo se stesso con coraggio e apertura d'animo. L'autore fa di ogni utopia una cornice realistica dell'esistenza, rifuggendo dalla ricchezza perniciosa e acquisendo ciò che è necessario all'Essere, come categoria ontologica.
Ecco un libro che si legge come una cronaca caleidoscopica del nostro tempo, senza nulla celare e senza mai smarrire il timone che dovebbe condurre al magico mondo dell'eguaglianza universale.
L'autore fa di questa utopia una cornice realistica dell'esistenza. Egli, così lontano dal criticismo kantiano diffuso dal tropeano Pasquale Galluppi, fa sua una narrazione più vicina a Max Stirner e ai contenuti del saggio “Der Einzige und seine Eigentum” (“L'Unico e la sua Proprietà”).
Ma il mondo di Migliaccio che ruota dapprima intorno a Brera e poi con le varie accademie con le quali è stato in contatto, incrocia i più importanti artisti del secondo Novecento e dell'inizio del terzo millennio, sempre curioso di conoscere il nuovo, le sperimentazioni, restando sempre se stesso, senza accusare cedimenti di linguaggio.
Egli stesso è alla ricerca di un suo linguaggio individuato in una forma di iperrealismo critico che denuncia l'inesorabile trascorrere delle stagioni e l'incapacità dell'uomo di far fronte ai tarli del tempo.
Temi che Migliaccio affronta sin da giovanissimo e poi anche con la collaborazione ad altre pubblicazioni, come quelle dell'editore Nicola Teti, personaggio a cui Migliaccio è sempre stato legato, anche dopo la sua prematura dipartita.Il suo linguaggio, infatti, è sempre misurato, comprensibile, senza alcuna forzatura stilistica.
Il libro di Migliaccio, insomma, è da conservare negli angoli più in vista della propria libreria.
Non c'è che dire; bisogna ringraziare Franco Migliaccio per questa fatica letteraria che rappresenta una fotografia delle tante facce dell'Italia artistica del nostro tempo.
Agostino Bagnato
Roma, 14 Dicembre 2025
