di Agostino Bagnato

FANCIULLA  DI CARIA
Non torneremo più a esplorare le strade
Apriche del borgo sul Poro nè a correre
Per le campagne circostanti fino 
Alle timpe della fiumara Ruffa che Sprofonda nel Mare Tirreno
Salutando le isole del Vento. Quanti anni
Sono trascorsi lontani ciascuno per sè!
Il tempo tutto strugge e travolge in attesa
Del baratro eterno. Non ci resta che 
Aggrapparsi alle nuvole cariche 
Di ricordi contando i pensieri, 
Sbrogliando il catalogo
Degli eventii e i fantasmi dell'immediato Futuro. Siamo superstiti a noi stessi
E dell'età che più non concede tregua.
Sei vissuta come una regina.
Nel superbo palazzo degli affetti domestici, dominatrice del tuo tempo.
Apporre la targa del passaggio terreno 
Sui muri di casa è compito di chi resta.
Io lontano nel gorgo di città e campagne 
Dell'Europa, ora stanca del proprio destino, 
Scarrozzando talvolta in terre note 
Per esplorazioni altrui, illuso di vergare
Il libro della vita con l'esperienza di essere vissuto, ti porgerò la vecchia mano malata 
Per contare idealmente ogni passo.
Resterà il grande rimpianto
Di non non avere goduto il mistero 
Di ciò che non conosciamo 
e che nesuno ci disvelerà. Ognuno
È orfano di sé stesso se non si conquista.
Roma, 20 gennaio 2026


AGAVE AMARA
Agave, dove sei abbarbicata?
Un tempo ti ho frequentata
Sulle balze del Poro
Tra Zambrone e Capo Vaticano.
Gli aculei erano aguzzi
Come pensieri maligni,
Eppure gioivo della tua vitalità,
Pur sapendo della condanna
A perire come ognuno sulla terra.
L'avanzare di giorni angoscianti
Passava sulle branche scivolando
Nella coscienza del male
Di esistere. Il tempo rumoreggiava
Incessante, anche quando allentava
Lo strazio e il sole scaldava le carni
Che non si rassegnano ancora oggi all'evanescenza dell'apparizione.

Per decenni costanti ho incrociato
Il tuo profilo su ogni orizzonte,
Sui sentieri tufacei del Lazio
Dalle marine perse e dai tratturi
Urbanizzati, succubo del tuo prodigio.
La tua maturità ha ornato
Ahimè, quest'agave perenne
Che mi strazia le carni ancora come ruota
Del supplizio. Gli anni trascorsi
Non hanno assorbito la lezione.
Non sono immune
Al destino umano. E m'inabisso
Nel presente sapendo che perirò
E quanto dimorerà sarà forse
Una eco del mio tempo fugato.
Cosa troverò non è dato leggere
Sui papiri combusti
O sulle pergamene sbiadite.
Ma s'incisterà nell'orrore
Di un tempo senza memoria.
Resistere alle avversità rompendo
La disperazione è l'imperativo
Della mente e del cuore,
Divenendo coscienza. Sin quando
Le carni tengono ancora.
Lasciarsi andare è vigliaccheria
Intrisa di tradimento che l'uomo
Non merita per sua stessa natura.
Il pianoro che sovrasta l'orizzonte
Diffonde l'urgenza della testimonianza
Di essere.Questo è il messaggio
Che suggerisce d'imporre a coloro
Che verranno l'agave amara.
Roma, 13 gennaio 2024

SONO STATO PUNITO
Sono stato punito
dalla vita, per disobbedienza
alla morale, con sferzate
senza pietà, spietate
talvolta negli affetti
e nelle più interiori abitudini.
Non so giudicare il grado
di giustizia che la Corte Suprema
dello spirito ha voluto applicare.
La coscienza mi dice che debbo
rassegnare le dimissioni
dalla resistenza al destino.
L'anzianità di servizio nella vita
resta la consolazione suprema
di essere vissuto.
Roma, 25 luglio 2024

IL VUOTO
Piena notte d'estate, rumori
Che si spengono, luci
Offuscate,  stelle amare
Che si nascondono. In attesa
Dell'alba ciascuno sfugge
Al vuoto che lo circonda.
Dove vado a testare la residua
Vitalità, questa notte che si svuota
Di ogni energia, perché sa
Di sopravvivere comunque
Al destino di essere. Perché
Sfiancarsi se la materia sopravvive
A ogni catastrofe provocata
Dall'uomo che si erge a divinità.
Ma non è questo vuoto
Che perpetua il mestiere
Di vivere, perché toglie la bellezza
Della scoperta annientata
Dalla verità di supposta eternità.
Roma, 27 luglio 2024 


Illustrazione: Mimosa Bolatti Guzzo

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