di Agostino Bagnato
Massimo Bellotti l'ho conosciuto a Roma agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso. Era stato proposto dall'Alleanza dei Contadini e dalla Lega delle Cooperative (ANCA) a dirigere il neonato Centro delle Forme Associative e Cooperative in Agricoltura. Proveniva da Bologna dove era nato e aveva compiuto gli studi di base, conseguendo il diploma di perito agrario. Si era iscritto all'università, facoltà di agraria e scienze forestali, abbandonata per dedicarsi giovanissimo all'attività politica tra le file comuniste. Distintosi per la serietà e il rigore, è stato chiamato a guidare le cooperative agricole aderenti alla Lega, uno dei centri più forti e importanti del movimento contadino italiano, come si diceva allora. 
Massimo Bellotti
Ha così offerto un contributo importante per dare dimensione imprenditoriale e competitiva a imprese storiche come Granarolo, Giglio, Cantine Riunite, alcune stalle e macellerie sociali e nella la gestione della grande azienda Federcoop di Ravenna per la conduzione accorpata delle terre bonificate e assegnate ai braccianti. Se ricordo bene, aveva contribuito alla costruzione di AICA, centro servizi commerciali e assistenza tecnico-finanziaria alle cooperative, affidata al ravennate Mario Tampieri, dirigente di solida tempra imprenditoriale e di grandi capacità operative.
Massimo era giovane, pieno di energia e di idee, competente, colto, studioso. Noi "romani" lo guardavamo con curiosità e ammirazione, perché proveniva dall'area agricola più progredita d'Italia; eravamo abituati a dirigenti emiliano-romagnoli formatisi nella Resistenza e nella guerra di Liberazione, ex partigiani o dirigenti del partito comunista o socialista, qualche repubblicano. Massimo era una novità per molti di noi, anche per la visione europea che già tracciata nei suoi ragionamenti. Erano gli anni di avvio della Politica Agricola Comune e il Feoga orientamento e strutture cominciava a intervenire nelle scelte politico-economiche dei paesi aderenti. Il belga Sicco Mansholt, commissario per l'agricoltura, divenne un nome comune tra gli addetti ai lavori e il Piano che da lui prese il nome avrebbe costituito l'ossatura della Pac per molti anni. Bisohnava studiare i meccanismi europei e Massimo s'impegna a fondo. Anche le Regioni disegnavano i propri piani di sviluppo che richiedevano competenza conoscenza e concretezza. Massimo Bellotti ha sempre posti l'accento su questi aspetti che per lui costituivano l'essenza del dirigente moderno.
I suoi principali collaboratori a Roma nel Cenfac, questa l'ostica sigla della nuova organizzazione, erano Fulvio Gressi per l'ortofrutta, Giuseppe Malandrucco per l'olivicoltura, Pietro Coltelli per la bieticoltura, Oddino Bo per la vitivinicoltura, Atanasio Mavrulis per la zootecnia.
Alacremente, puntando sull'apporto organizzativo dell'Alleanza dei Contadini, della Lega delle Cooperative e della Federmezzadri, avviò la costruzione della struttura associativa per la rappresentanza unitaria nella contrattazione interprofessionale. La finalità era tutelare il reddito dell'impresa coltivatrice e garantire la qualità della produzione agricola. Come non ricordare la gestione della Politica Agricola Comune per il prezzo minimo alla stalla nella produzione del latte, dell'olio di oliva, delle produzioni ortofrutticole a cominciare dagli agrumi, dal pomodoro e delle pere, del grano duro, della tutela del mercato vinicolo graduando la distillazione delle eccedenze... Da li a poco il ministro Giovanni Marcora avrebbe ottenuto il regolamento CEE noto come Pacchetto Mediterraneo e la presenza delle Associazioni dei produttori sarebbe stata decisiva per gestire sul territorio quelle misure, a cominciare dalla determinazione del prezzo minimo di ciascun prodotto, basato sulla qualità.
Intanto, Lega delle Cooperative veniva travolta dal tentativo di acquistare l'impresa siderurgica Duina, finendo in un inciampo finanziario molto preoccupante. Bisognava ricostituire il gruppo dirigente nazionale e Massimo Bellotti fu chiamato a fare parte della nuova squadra dirigente. Si distinse per realismo e concretezza che avrebbero rinnovato in direzione imprenditoriale orientate al mercato i principali settori produttivi e di servizio, ma semprexancoratical territorio e ai soci lavoratori e produttori.. Erano gli anni del rilancio delle cooperative di consumo (COOP), della nascita dei primi gruppi di acquisto collettivi CONAD, del consolidamento di quelle di produzione e lavoro con imprese del calibro di CMC, CMB, EDILTER, delle cooperative di abitazione e della costruzione di Unipol, impresa di assicurazioni che sarebbe divenuta esempio a livello internazionale.
Ma le qualità originarie di dirigente agricolo di Massimo Bellotti non furono dimenticate. La nascita della Costituente dell'Unità Contadina che avrebbe portato alla creazione della Confederazione Italiana Coltivatori, l'attuale Cia, presupponeva un gruppo dirigente rinnovato, moderno, managerialmente affidabile. I nomi di Giuseppe Avolio e di Massimo Bellotti s'imposero per prestigio, competenza, autorevolezza, esperienza.
Giuseppe Avolio e Massimo Bellotti, foto Paolo Cocco
Succedevano a dirigenti come Attilio Esposto, Selvino Bigi e Gaetano Di Marino, eredi del fondatore Ruggero Grieco e poi di Emilio Sereni e Giuseppe Veronesi.
Si era aperta una fase molto importante nella elaborazione della politica agraria nazionale e il contributo della Cia è stato rilevante per il rinnovamento e lo sviluppo dell'impresa agricola, superando gradualmente visioni assistenzialistiche verso il protagonismo dell'impresa. Il punto di riferimento era sempre di più l'Europa e la competizione imprenditoriale che l'Italia poteva affrontare soltanto grazie all'ammodernamento e al miglioramento delle strutture produttive.
Non è stato un processo semplice, ma quel "Patto alla pari" tra agricoltura, industria e mercato lanciato dalla novella organizzazione agricola, orgogliosamente e tenacemente unitaria e indipendente dai pattiti e dai governi, cominciava a dare le prime risposte.
La gestione Avolio presidente e Bellotti vice presidente è durata diciassette anni, durante i quali sono state conseguite importanti conquiste. Le trasformazioni agrarie e del mercato ponevano in difficoltà la Coldiretti e la stessa Confagricoltura, mentre Cia acquistava prestigio e credibilità. Avolio e Bellotti erano un tandem perfetto: il primo passionale e travolgente, il secondo riflessivo e razionale.
La fine di Federconsorzi, nel quadro degli sconvolgimenti provocati dalla crisi del sistema politico, impropriamente definito "Prima Repubblica", avrebbe potuto portare al crollo delle organizzazioni tradizionali. La strada intrapresa da Avolio e Bellotti portò al rafforzamento dell'indirizzo unitario tra le organizzazioni, anche se non si è mai riusciti ad andare oltre quel Patto di coordinamento che è stato tuttavia fruttuoso.
Quando Avolio lasciò la Presidenza, Bellotti resse l'organizzazione per qualche tempo, fino alla creazione di un nuovo gruppo dirigente alla fine degli anni Novanta. Anche Massimo lasciò la Presidenza, impegnato nel CNEL a curare un rapporto sulla ricomposizione fondiaria, tema sempre immanente nella politica agraria nazionale. Da ultimo, pose la sua lunga e profonda esperienza all'interno di Ismea, Istituto per la gestione dei mercati e per l'erogazione dei contributi al reddito agricolo previsti dalla CEE.
Di quella lunga e appassionante stagione resta un presidio tangibile e godibile: la sede romana della nuova organizzazione in via Mariano Fortuny al quartiere Flaminio, sottostante la prestigiosa villa Strohl Fern e lo storico Liceo francese Chateaubriand, intelligente e lungimirante investimento politico e immobiliare che ancora oggi desta ammirazione e suggestione.
Adesso che Massimo non c'è più si manifesta evidente il vuoto lasciato nella vasta famiglia dei vecchi e nuovi dirigenti delle campagne italiane.
L'ho conosciuto bene appena giunto a Roma. Abbiamo compiuto un lungo percorso parallelo, collaborando sul piano generale e ideale e confrontandoci sempre con grande rispetto e amicizia, in particolare nella valutazione delle proposte riguardanti l'elaborazione e il varo di un Piano Agroalimentare Nazionale, proposto da Luciano Bernardini, storico dirigente del movimento contadino e cooperativo italiano, troppo presto dimenticato.
Massimo resta esempio di passione politica e orgoglio per il mondo che rappresenta.
Quando ho saputo della sua scomparsa mi sono sentito molto più solo, superstite di una stagione di battaglie e di progettualità agricola ed economica irripetibili. Sono tornato mentalmente a esprimergli la mia riconoscenza per l'amicizia e il sostegno politico dimostratami in numerose occasioni.
Vorrei concludere ricordando un aspetto della personalità di Massimo Bellotti che non tutti conoscono. Da giovane, a Bologna, la città di Giorgio Morandi, aveva iniziato a dipingere. 
Tutto spontaneo, naturale, senza scuola. Linguaggio informale, astratto e poi sconfinamento nell'arte povera. Credo che abbia conosciuto alcuni artisti bolognesi che ruotavano nell'avanguardia degli anni Sessanta e Settanta. Massimo ha proseguito a dipingere a Roma i primi anni dopo avere lasciato Bologna. Mi ha onorato di un omaggio, regalandomi un dipinto su tela che custodisco con grande cura nella mia collezione, lodato da chi se ne intende. Gli sarò sempre riconoscente.
Poi ha rallentato l'attività artistica, travolto dagli impegni di lavoro come dirigente nazionale. 
Alcune delle originali sculture di Bellotti
Non ha, tuttavia, mai smesso e aveva anche cominciato a dedicarsi alla scultura. La passione per l'arte, la scultura e la competenza con cui affrontava la materia sono rimaste un tratto della sua personalità vivace e profonda, esercitata fino a quando le forze glielo hanno permesso. Un uomo del nostro tempo, a tutto tondo!
Addio, Massimo. Non sarai dimenticato nel fragore dei giorni e degli anni che scorrono.
Roma, 28 novembre 2024
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