La mia appartenenza al PD rende praticamente scontato il mio NO alla consultazione referendaria sulla riforma della giustizia. Non ho quasi mai votato per ragioni di appartenza in astratto, per intesa ideologica, ma per un sentire condiviso che ho sempre provato con il mio partito, a partire dal 1974 sul divorzio, memorabile battaglia di civiltà e poi alla successiva mobilitazione in difesa della legge sull'aborto. Ho votato contro le indicazioni del partito al referendum sul nucleare.
In quei casi in cui la coscinza, frutto della storia personale, si identifica con quella di una vasta comunità politica, tutto è più scontato. Anche quando ci sono motivi legati a fattori più propriamente legati alla materia del referendum, il prevalere di ragioni generali diventa prevalente.
È il caso del referendum sulla riforma della giustizia. Materia tecnica, di non facile comprensione e ancora più difficile spiegazione, anche per addetti ai lavori. Da qui la scelta per molti cittadini di votare secondo indicazioni di appartenenza, oppure di non andare a votare. Da qui la giusta campagna di mobilitazione condotta dal PD per ascoltare i cittadini e raccogliere le opinioni sulla vita reale, perché la giustizia e il funzionamento delle sue istituzioni e il comportamento dei suoi membri, magistrati e giudizi, sono fatti concreti.
Molti italiani sono convinti di avere subito dei torti dalla Giustizia italiana, per errori giudiziari o persecuzioni presunte, anche quando le ragioni investigative richiedono comportamenti che sfiorano talvolta l'autoritarismo. Lo chiamano giustizialismo. Ma il referendum non può essere un'occasione di ritorsione, votando la riforma Nordio che indebolisca la!Magistratura, sottoponendola al controllo del Governo e del Parlamento. Un vulnus costituzionale dalle conseguenze pericolosissime. Rompendo l'assetto triangolare dei tre poteri nello Stato democratico, si crea una situazione inedita in un Paese come l'Italia, dove la violazione della legge è vista come materia plausibile perché le conseguenze sono riparabili da Condoni e risarcimenti amministrativi.
No!. Una gestione della giustizia assoggettata alla maggioranza di turno e
agli interessi di parte mon può funzionare. Per di più andando incontro ad modica della Costituzione repubblicana del 1948 che sino ad oggi ha garantito il corretto funzionamento delle strutture, salvo aspetti patologici, di carattere culturale, antropologico e sociale.
Per questi motivi voterò convintamente NO.
Agostino Bagnato
Giornalista, direttore de l'albatros e promotore culturale
Roma, 3 marzo 2026
