di Alfonzo Pascale

La Russia non è affatto una delle due “grandi potenze responsabili”, secondo la definizione di Xi e Putin al vertice di Samarcanda. E nemmeno la Cina lo è. La Russia è un impero alle prese con un processo di decolonizzazione tardivo e sanguinoso. Un processo che si manifesta in una vera e propria tragedia post-sovietica di due popoli, il russo e l’ucraino. I quali non saranno “mai fratelli”, come sostiene la ricercatrice francese molto stimata, Anna Colin Lebedev, autrice del saggio Jamais frères? (Seuil, settembre 2022).
L’invasione russa dell’Ucraina fa parte di un progetto neo-coloniale. Ed è stupefacente il ritardo con cui gran parte dell’opinione pubblica occidentale abbia compreso questa dimensione, dominatrice e colonialista, della Russia. Anche negli ambienti antiimperialisti, in Europa, c’è questa tendenza a mostrarsi comprensivi sulle necessità della “grande cultura russa”.
Mosca è ancora percepita come un utile contraltare rispetto a Washington, specie negli ambienti più tradizionalmente anti-americani. In passato abbiamo fatto molta fatica a distinguere tra l’apparenza dell’Urss “amica dei popoli” e il modo in cui agiva all’interno del suo territorio e verso i Paesi vicini. Questa contraddizione non è stata colta. C’è stata e c’è ancora troppa comprensione verso la pretesa della Russia di conservare una sfera d’influenza sui suoi vicini. Come se Mosca fosse ancora al centro di un “mondo russo” con diritto di dominio sulla periferia. È un modo di vedere le cose estremamente colonialista.
Ora la Russia risulta essere chiaramente la grande perdente di una guerra da essa stessa voluta, invadendo l’Ucraina. Mentre la Nato – l’obiettivo principale contro cui Putin combatte – ne esce sostanzialmente rafforzata. Vittima del proprio avventurismo, lo “zar” ha finito per ottenere risultati opposti a quelli che si prefiggeva.


Putin depone fiori in memoria dei caduti di tutte le guerre (9 maggio 22)

L’annessione di fatto dell’Ucraina è miseramente fallita e l’esercito russo ha mostrato tutti i suoi limiti. Invece di indebolirla e tenerla a distanza, l’invasione russa ha fatto sì che la Nato, definita in “stato di morte cerebrale” dal presidente francese Macron nel novembre 2019, rinascesse dalle sue ceneri e si ampliasse a Svezia e Finlandia. Inoltre, i suoi membri hanno annunciato un sostanziale aumento delle spese militari.
Contrariamente a quanto afferma la propaganda del Cremlino, questa guerra ha scavato un fossato ormai incolmabile tra i popoli russo e ucraino. Quando la Tv russa parla di “popolo ucraino distinto”, noi occidentali siamo indotti a pensare che lo faccia in segno di apertura. Invece, il messaggio è rivolto ai russi perché prendano le distanze dagli ucraini. È più facile massacrare un popolo con ancora più ferocia, se è distinto dal proprio.

Sul piano economico, per la Russia la situazione è addirittura peggiore. Le sanzioni hanno provocato una severa recessione nel Paese, che continuerà anche nei prossimi anni. I dati sono incerti e finora è probabile che il Pil russo sia diminuito meno del 6 per cento previsto dal Fmi. Ma, per quello che può valere, la banca centrale finlandese prevede una recessione molto più accentuata nella seconda parte del 2022. Particolare importante: se si eccettua quelle derivanti dal gas e petrolio, le entrate dello stato in luglio sono scese tra il 30 e il 40 per cento sull’anno precedente. E si prevede, per il 2023, una contrazione del Pil russo dell’11%.
Più grave ancora, l’embargo sui prodotti ad alta tecnologia e sui pezzi di ricambio, congiuntamente alla partenza delle gran parte delle imprese occidentali e giapponesi e alla fuga di cervelli, produrrà una nuova lunga stagnazione che si aggiungerà a quella già conosciuta dalla Russia tra il 2014 e il 2021.
In particolare, la perdita annua per i produttori di metallo sarà di 5,7 miliardi di dollari. Inoltre, il limitato accesso ai pezzi di ricambio per gli aeroplani prodotti fuori dai confini nazionali (che garantiscono il trasporto del 95% dei passeggeri) potrebbe portare ad una riduzione della flotta aerea. Infine, le persone specializzate del settore IT che potrebbero lasciare la Russia entro il 2025 sono 200 mila.

In giugno le importazioni russe nei settori tecnologici erano scese tra il 40 e il 60 per cento rispetto ai tre mesi precedenti l’invasione, e quelle di automobili del 65 per cento. In queste condizioni diventa difficile fare l’ordinaria manutenzione di molte infrastrutture civili. Ma è probabilmente l’industria bellica che ne risentirà maggiormente, il che è esattamente lo scopo delle sanzioni; ed è possibile che le recenti difficoltà militari della Russia abbiano già a che vedere in parte con questa difficoltà ad importare e a rimpiazzare materiali. Va infatti ricordato che, dopo l’invasione della Crimea nel 2014, le sanzioni ebbero un effetto devastante sulla operatività militare russa.
Per quanto riguarda le materie prime energetiche, l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) prevede per la Russia una riduzione del 17 per cento della produzione petrolifera a febbraio 2023, quando sarà entrato in vigore l’embargo dell’Unione europea sul petrolio (dicembre) e sui prodotti petroliferi (febbraio) russi. Per Mosca vuol dire 1,9 milioni di barili al giorno in meno: da 11,4 milioni di febbraio 2022, prima dell’invasione, a 9,5 milioni a febbraio 2023.
Finora l’impatto sulla produzione è stato limitato, con 450 mila barili al giorno in meno rispetto ai livelli pre guerra. Nonostante Europa, Giappone, Stati Uniti e Corea del sud abbiano ridotto le importazioni di 2 milioni di barili al giorno, la Russia è riuscita a reindirizzare i flussi verso India, Cina e Turchia, seppure a un prezzo scontato di 30 dollari, limitando così i danni anche grazie ai prezzi globali elevati.

Ma i paesi dell’Unione europea rappresentano ancora il 37 per cento dell’export russo di petrolio. Pertanto, quando entrerà in vigore l’embargo, Mosca dovrà trovare una nuova destinazione ad altri 2,4 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi.
Oltre che sui volumi, le sanzioni occidentali puntano anche ad avere un ulteriore impatto sul prezzo. L’obiettivo del price cap proposto dal G7 è ridurre le entrate per il Cremlino ma senza far sparire dal mercato globale il petrolio russo, cosa che farebbe schizzare all’insù i prezzi con conseguenze negative per tutti (come sta accadendo con il gas in Europa).
Il tetto al prezzo dei paesi del G7, che per conto loro attueranno un embargo, dovrebbe funzionare attraverso le compagnie di assicurazione e di servizi, prevalentemente occidentali, di cui si servono le petroliere per trasportare il petrolio russo nel mondo.


I Leader del Paesi del G7, 28 giugno 2022

Non è detto, naturalmente, che tutti i paesi terzi aderiranno al price cap. Anzi, grandi acquirenti come Cina e India non sembrano intenzionate a farlo e il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha fatto sapere che la Russia non venderà petrolio a chi aderirà al price cap. Ma Mosca non sembra avere molte leve.
Il tetto dovrebbe essere fissato a un livello superiore al costo marginale di produzione russo, in modo da rendere comunque conveniente l’estrazione. E dovrebbe spingere in basso i prezzi anche nei paesi che non vogliono adeguarsi al price cap, ma che potranno usarlo per negoziare. È quello che rileva “S&P Global”, dopo aver interpellato numerose società di raffinazione in Asia: il price cap può diventare uno strumento di pressione al ribasso sui prezzi, un nuovo riferimento in mano agli acquirenti per strappare a Mosca sconti maggiori.
La Russia potrebbe così trovarsi stretta tra la prospettiva di tagliare la produzione e quella di incassare meno. Probabilmente dovrà fare un mix delle due cose. Secondo stime di mercato, il price cap potrebbe essere fissato tra 48 e 55 dollari al barile. Una cifra che sballa i conti del Cremlino, che proprio in questi giorni sta preparando la legge di bilancio. A causa del deterioramento fiscale dovuto al calo del pil, il ministero dell’Economia intende cambiare la regola che fissa il pareggio di bilancio, alzando il prezzo necessario da 45 a 60 dollari al barile.



Tutti questi elementi lasciano presagire una stagnazione protratta nel tempo che lascerà alla Russia meno risorse disponibili per finanziare la guerra e, nel medio periodo, potrebbe provocare generale malcontento tra la popolazione.
L’esito di tale evoluzione sarà un ulteriore declino geopolitico e geo-economico del gigante eurasiatico, che per evitare il collasso dovrà dipendere in misura crescente dalla Cina.
Durante la Guerra fredda, il Cremlino considerava la Cina comunista la sua “cugina più povera”. Oggi la Russia - isolata e indebolita - sta scivolando inesorabilmente nel ruolo di "partner minore" di Pechino. Infatti, il renminbi cinese potrebbe diventare la valuta di riserva de facto per la Russia anche senza essere completamente convertibile. E tale situazione potrebbe aumentare la dipendenza di Mosca dalla Cina. Il mercato russo, rimasto privo di molti prodotti europei, potrebbe negli anni a venire essere invaso ancor più dai beni e dalla tecnologia cinesi.
Serve ora rafforzare ulteriormente la coesione e la perseveranza dei Paesi occidentali.
È indubbio che l’impatto politico ed economico della guerra sull’Unione Europea sia stato considerevole e che, nell’insieme, abbiamo assistito a un indebolimento dell’Unione.
Sul piano economico, il ritorno della guerra sul continente ha influenzato negativamente la fiducia di consumatori e investitori, con un impatto negativo sulla crescita. Inoltre, il drammatico aumento dei prezzi dell’energia e di alcuni prodotti agricoli importati dalla Russia ha prodotto un rallentamento dell’economia e un forte aumento delle tensioni inflazioniste.

Sul piano politico, l’invasione russa dell’Ucraina ha spostato il baricentro politico europeo. Fino a quel momento, la leadership franco-italo-tedesca a livello europeo era indiscussa, ma la guerra l’ha destabilizzata e vecchie faglie, insieme a nuove linee di frattura, sono emerse.
Le forze sovraniste ed etno-nazionaliste hanno ripreso fiato e stanno riemergendo linee di frattura tra Paesi frugali e Paesi che si richiamano allo spirito di Next Generation Eu (Ngeu). Le forze politiche che condividono tale spirito sono significativamente indebolite dalla caduta del governo Draghi in Italia, dalla parziale sconfitta elettorale di Macron in Francia, dalla svolta introversa del governo tedesco e dal voto svedese che ha premiato l’estrema destra. Inoltre, le previsioni elettorali del voto anticipato in Italia non promettono nulla di buono (i sondaggi danno la vittoria alla destra).
L’Unione Europea, in uno scenario politico così destrutturato, dovrà decidere se continuare sulla via dello spirito di Ngeu o tornare invece ad approcci più tradizionali, con un più forte peso degli interessi nazionali nel processo di decisione politica.
Mutatis mutandis, lo stallo politico è probabile anche negli Stati Uniti dopo le elezioni di metà mandato. Nonostante l’Amministrazione Biden sia riuscita a far passare in extremis importanti misure di politica industriale (The US Innovation and Competition Act) e in favore della transizione energetica (The Inflation Reduction Act), questo probabilmente non basterà a far mantenere ai Democratici il controllo del Congresso e in campo legislativo per un biennio l’agenda dell’Amministrazione Biden resterà bloccata.
Le elezioni del Parlamento Europeo e ancor più quelle presidenziali statunitensi – entrambe nel 2024 – saranno pertanto decisive per definire la direzione delle liberaldemocrazie nel nostro angolo di mondo.
C’è da augurarsi che Unione Europea, Stati Uniti ed altri Paesi occidentali rafforzino i propri legami e rilancino la loro collaborazione. Solo così Putin, già indebolito, ci penserà due volte prima di aprire altri fronti. E anche la Cina comprenderà che invadere Taiwan avrebbe un costo molto elevato.
16 settembre 2022

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