Unità d’Italia e questione meridionale: Il caso dei Monti Lepini. L’Eccidio di Roccagorga
di Felice Cipriani

Con la creazione del Regno d’Italia, ci furono ripercussioni negative sulle regioni meridionali e su quelle dell’ex Stato Pontificio. Quest’ultime non è che avessero goduto di particolari privilegi o vissuto in armonia con gabellieri e esattori pontifici, ma il gravame delle imposte era meno pesante. Con l’unificazione italiana, queste regioni, dovettero pagare lo scotto di accollarsi tutti i debiti che il Regno d’Italia aveva accumulato con le numerose guerre e quelli dei vari Ducati e Gran Ducati che avevano portato in patrimonio all’Italia.
Il problema nasce non tanto dalle condizioni obiettive dell’arretratezza dell’economia italiana dell’epoca, quanto piuttosto dal modo in cui l’oligarchia aristocratico-borghese piemontese ha portato a compimento l’unità d’Italia, e cioè con l’appoggio militare francese e con il sostegno politico degli agrari semifeudali dell’Italia meridionale, al fine di evitare ogni ricorso al popolo e di battere completamente le tendenze democratiche e della borghesia di sinistra.


immagine da La Compagnia dei Lepini

Le spese si erano enormemente accresciute dal fatto che il nuovo stato unitario si era accollato i pesantissimi deficit degli Stati preunitari, riconoscendo tutto il loro debito pubblico che, invece, avrebbe potuto cancellare, avendo distrutto tali Stati.  I titoli del debito pubblico dei territori ex-borbonici ed ex-pontifici, annessi al nuovo regno, erano detenuti per la gran parte da quei grandi proprietari terrieri semifeudali i cui diritti acquisiti i liberali piemontesi si sono impegnati a rispettare, per avere il loro sostegno politico tanto contro le forze reazionarie, quanto, e ancor più, contro le forze democratiche. Questi debiti in misura minore sono detenuti dalle banche francesi i cui interessi sono diventati intangibili, in seguito all’alleanza piemontese con Napoleone.

 Ai 500 milioni di lire, che lo stato piemontese si porta “in dote” per le spese di guerra del ’59 e l’indennità da pagare all’Austria, si aggiungono i 2.200 milioni di lire del debito pubblico accumulato dagli altri stati preunitari. Questo fu un duro colpo per l’economia dell’Italia e per i contribuenti. Molte delle aziende meridionali, come le Compagnie di Navigazioni, le industrie agro alimentari  e tessili, furono rese funzionali allo sviluppo delle grandi aziende del nord. I regnanti piemontesi e gli industriali che gli avevano sostenuti trasferirono al nord molte attività che godettero di condizioni di maggior vantaggio, potendo esportare i loro prodotti con più facilità e vicinanza al centro dell’Europa.

È IN QUESTO CONTESTO CHE VA INQUADRATO L’ECCIDIO DI ROCCAGORGA E LE RIVOLTE NEI MONTI LEPINI
Ricordiamo brevemente i fatti e ricordiamo le vittime. Ci sono libri che raccontano le vicende di quel giorno e gli sviluppi processuali io mi limiterò a scrivere sulle premesse che hanno portato alla tragedia. A distanza di oltre cento anni è importante ricostruire una vicenda, fra le tante, che dimostrano quale è stata la sofferenza e l’impegno delle classi più deboli, per veder riconosciuti i diritti di cittadini e di lavoratori. All’alba del 6 gennaio 1913, nella piazza principale di Roccagorga, all’epoca dei fatti Piazza Vittorio Emanuele, si radunano contadine e contadini per protestare e far conoscere i loro problemi. La manifestazione era stata organizzata contro la vessatoria applicazione delle tasse comunali con criteri “discrezionali che risultava insostenibile per il popolo di Roccagorga. Il Regno d’Italia si presentò al meridione d’Italia con una forte tassazione, con la leva obbligatoria e con la riforma degli estimi catastali.

immagine da La Compagnia dei Lepini

Le popolazioni meridionali non ce la facevano a pagare le tasse e lo Stato con i prefetti di origine piemontese e le preture mettevano all’asta i beni patrimoniali degli “evasori”. Proprio a Roccagorga in un solo giorno 100 famiglie si videro mettere all’asta i propri beni nella pretura di Piperno. La popolazione, qualora riuscisse a coltivare un pezzo di terra (la proprietà privata si limitava alle abitazioni e agli attrezzi di lavoro), doveva al padrone decime molto pesanti, che venivano inasprite nel caso di annate magre. Gli usi civici come mulini, frantoi, forni pubblici, erano tassati in modo pesante. Questo lasciava al malcapitato quel poco per vivere. “La situazione igienico sanitaria era ai limiti del livello di accettabilità: non vi erano  reti fognanti, né condutture idriche, non acqua. Ci si ammalava spesso e le condizioni di vita, unite a un’alimentazione tutt’altro che sufficiente, erano tali da non consentire un’aspettativa di vita che superasse i 50 anni.” I contadini di Roccagorga – scrive un giornalista dell’epoca, raccontando le condizioni di vita – “si alzano a mezzanotte, fanno quattro ore di cammino per andare sul posto di lavoro (nelle paludi di Sezze e Terracina), staccano alle due pomeridiane e ritornano alle loro casette per mangiare un piatto di granoturco. ”Si decise così di indire, previa regolare autorizzazione, un pubblico comizio davanti al Comune. La dimostrazione, dopo che si erano levate grida di protesta tumultuose ebbe un esito drammatico; i militari inspiegabilmente iniziarono a sparare ai manifestanti che si andavano ritirando, visto l’annuncio che si sarebbe fatto fuoco da parte di chi comandava il drappello. A morire colpiti alle spalle da carabinieri e soldati furono. Erasmo Restaini (34 anni), Salvatore Ferrarese (55), Fortunata Ciotti (25), Vincenza Babbo (44), Carlo Salcani (5), Mario Restaini (27), Vincenzo Mancini (28), e oltre 50 i feriti.


Manifesto creato in occasione dell'inaugurazione al monumento della memoria

Il deputato socialista Antonino Campanozzi, nella seduta alla Camera del 17 febb. del 2013, ebbe a dire: “In molti comuni del Lazio spadroneggiano amministratori ingordi o disonesti, mentre i contadini, vittime del feudo affamatore conducono una vita di stenti e di miseria. La popolazione si batteva per lo scioglimento dell’Amministrazione comunale, la quale da qualche tempo aveva asservito il Municipio agli interessi del casato nobiliare che era proprietario della massima parte del territorio. Campanozzi nega che la folla sia stata eccitata alla rivolta dai capi di un’organizzazione locale i quali invece si adoperarono a calmarla; nega pure che la truppa sia stata costretta a far fuoco dopo che i dimostranti avevano sparato contro di essa. I primi colpi partirono invece dai carabinieri”. L’8 agosto iniziò il processo, che si svolse a Frosinone e vide imputate 45 persone, tra cui 15 donne. Le accuse erano di violenza e minacce contro pubblici ufficiali e agenti della forza pubblica e per molti anche di “lesioni volontarie mediante scaglio di sassi”. Inutile dire che le vittime di quello, che poi alcuni avrebbero osato definire “presunto eccidio”, vennero fatte passare per carnefici: furono tutti condannati.


Roccagorga. Veduta aerea della piazza VI gennaio

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